A che serve Confindustria? Storie di familismi, burocrazia e poca trasparenza

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I numeri di Confindustria sono impressionanti: 150mila imprese associate che versano nelle sue casse 500 milioni di euro. Il presidente appena eletto è stato definito la ‘quinta carica dello Stato’. La Confederazione Generale dell’Industria Italiana è una vera e propria potenza di fuoco in cui imprese pubbliche e private riversano migliaia e migliaia di euro. Ma la domanda è: a che serve Confindustria?

di Antonio Del Furbo

In tanti non sanno rispondere alla domanda e, domenica, è tornato sull’argomento Report. 

A sentire i padroni di Confindustria è tutto chiaro. Per loro, “l’attività dell’associazione è quella di garantire la centralità dell’impresa, quale motore per lo sviluppo economico, sociale e civile del Paese”

In che modo? Mettendo a disposizione la sua rete: 241 associazioni territoriali e di categoria e una propria sede a Bruxelles. Poi ci sarebbero servizi erogati per le aziende a dir poco inadeguati. Un motore economico che possiede l’università Luiss e il gruppo Il Sole 24 ore

Insomma, tanti soldi per fare cosa? Non si sa. Figuriamoci che nemmeno il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi è in grado di fornire una cifra del bilancio dell’associazione e parla di “cifra spannometrica” visto che non esiste un bilancio consolidato e ogni sede è autonoma.

Ma Confindustria combatte veramente i mali che lo Stato ha nel proprio Dna? Amano definirsi come “l’imprenditoria produttiva e morale” che risente dell’ottusità della burocrazia dello Stato, della mancanza di merito e della trasparenza. E loro come sono organizzati nella loro struttura? Saranno sicuramente l’emblema della trasparenza e della meritocrazia? Pare proprio di no.

 

CARICHE A FIGLI E PARENTI

“Confindustria è governata da imprenditori di seconda, terza e quarta generazione” – racconta Report. “Una carica in Confindustria rimane ambita dai figli e nipoti dei vecchi capitani d’industria. Oggi l’associazione comprende oltre alle industrie anche imprese di servizi, le aziende statali, partecipate, municipalizzate, aziende sanitarie e persino Onlus”.

E in che modo si cambia il Paese se loro sono organizzati peggio dello Stato? Non è conflitto d’interessi avere dentro l’associazione aziende sotto il controllo di quello che loro stesso dicono di combattere, ovvero lo Stato?

Guarda caso tante aziende che versano milioni di euro nelle casse dell’associazione dicono di ricevere come contropartita pochi servizi e inadeguati. E come potrebbe non essere così se aziende di servizi e produttori di energia (vedi Enel e Eni) che hanno interessi contrapposti a quelli delle industrie, che l’energia la consumano?

 

CONFINDUSTRIA FA LOBBYING? 

E come lobby come sta messa Confindustria? Anche qui, a quanto pare, molto male visto che Confindustria ha rivendicato tra gli ultimi successi l’approvazione del Jobs act, ma in tanti si sono lamentati della carenza di risultati. E così molto associati abbandonano.

“Non sono per niente soddisfattoha detto il presidente di Finmeccanica Mauro Moretti. “Il primo problema è avere un orizzonte tale da poter competere con gli altri grandi del mondo, da un lato gli Stati Uniti dall’altro, il sistema asiatico. Il secondo grande problema è tutto nazionale. Non abbiamo ancora superato la questione che Confindustria per me non deve essere il luogo di organizzazione degli industriali intesi come padroni. È il luogo di rappresentanza delle imprese. Qui si pensa ancora ad operazioni in cui prevalgono le relazioni tra persone piuttosto che gli interessi di imprese. Questa mentalità rende più complicato definire politiche adeguate efficaci rispetto al bisogno che il mondo ci impone”.

E Confindustria, in effetti, appare molto arretrata sul terreno dell’innovazione. Soprattutto nella sua struttura organizzativa.

C’è una grande burocrazia all’interno di Confindustria che non da servizi di pregio, molto spesso inutilizzabili, ed è costosissima” aggiunge Moretti. 

 

PADRI E FIGLI

Oltre alla burocrazia in Confindustria ci sono anche i figli dei figli dei figli dei figli. Sempre. Dice Riccardo Iovine:

“In Confindustria non ci sono imprenditori di prima generazione. Il giovane Riello è figlio di Alessandro che è figlio di Giordano. E così tutti i confindustriali precedenti erano rampolli di famiglia: Aldo Fumagalli, Anna Maria Artoni, Matteo Colaninno figlio di Roberto, Emma Marcegaglia figlia di Steno, la Guidi, oggi ex-ministro figlia di Guidalberto, Diana Bracco e prima ancora erano figli di industriali Giorgio Fossa, Sergio Pininfarina, Antonio D‟amato, Luigi Abete. Anche l‟ingegner Sonia Bonfiglioli deve evidentemente il suo ingresso in Confindustria a papà Clementino.”

Insomma, Confindustria non appare molto alternativa sotto l’aspetto delle nomine alle aziende di Stato. Il sistema sembra uguale: un familismo vero e proprio. E dov’è il merito?

 

TRASPARENTI…INSOMMA. IL CASO L’AQUILA…

Per quanto riguarda la trasparenza più o meno siamo sulla stessa lunghezza d’onda visto che nemmeno Antonella Mansi, vicepresidente per l’organizzazione di Confindustria è a conoscenza del bilancio. 

“Abbia pazienza. Non abbiamo un obbligo specifico su questo argomento, quindi… Io la trovo veramente una discussione effetto “joule”. Stiamo sviluppando calore.”

Quando qualcuno ha cercato di capirci di più sui conti è stato sbattutto fuori come Maria Paola Iannella, ex consigliere Pmi Confindustria L’Aquila. La Iannella aveva chiesto lumi sui fondi versati sul ‘Conto Rivisondoli’ e destinati alle imprese danneggiate dal terremoto aquilano. Si parla di 500mila euro non rendicontati e poi girati su quello ordinario di confindustria L’Aquila. E, ovviamente, il direttore di Confindustria L’Aquila non ne sa nulla.

Ma tornando alla domanda principale: Confindustria a che serve?

A Poco – dice Guido Barilla. Devo dire poco. Perché la grande impresa come Barilla ha pochi servizi da Confindustria. Quantomeno dalle territoriali. Quindi oggi Confindustria non è atta a sostenere la grande impresa”. Perché? Perché “più l’impresa è grande e più diciamo che alcuni di questi servizi sono già presenti all‟interno dell’impresa stessa” sostiene Claudio Domenicali,  Amministratore delegato della Ducati. 

Vuoi vedere che forse Confindustria serve da cuscinetto tra azienda e lavoratori? Manco per niente perché aziende come la Saeco, oggi Philips, che aveva annunciato 243 esuberi, sono andati al sodo direttamente con il sindacato. 

Dentro Confindustria ci sono anche le banche. Sì, proprio loro. A che fare? I vertici di Confindustria dicono per agevolare il credito verso quelle imprese che ne fanno richiesta. Giorgio Jannone, amministratore delegato di Pigna non è d’accordo:

“A ricevere il credito sono pochissime aziende in Italia e spesso le aziende che hanno ricevuto il credito poi sono andate in default, lasciando morire moltissime migliaia di aziende che invece avrebbero meritato credito e risorse… questo è il vero punto, la vera pecca di Confindustria”. 

La domanda delle domande, però, è una sola: perché le aziende pubbliche sono dentro Confindustria e versano una montagna di denaro? Eni versa ogni anno 7 milioni di euro; Enel 2 milioni e trecentomila; Finmeccanica 4.9 milioni; Poste italiane 4.8 milioni; Ferrovie 4 milioni; la Rai 900mila; A2A 540.00 euro. Poi, sempre secondo Report, ci sono Fincantieri, Terna, Acea e Hera che non dicono quando versano.

Cisa ci fa con tutti questi soldi Confindustria? Ma soprattutto che servizi fornisce? E perché ha dentro banche e aziende di Stato?

Diceva Agnelli nel 1990:

È fuori discussione che se uno fa l’industriale non può che essere in rapporti di connivenza con il governo o con il regime che lo guida. 

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