Belgio, i delitti del Brabante e l’ombra dell’eversione nera

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È stata la gang del Brabante-Vallone, la regione belga che tra il 1982 e il 1985 è stata assaltata da furti e rapine e che hanno provocato 28 vittime, d’ogni età. I killer, nei loro assalti, indossavano maschere da porcellino o da clown e impugnavano bocche da fuoco devastanti. Di quei massacri, ovviamente, sono rimasti solo l’odio e la ferocia perché i colpevoli non hanno mai avuto né un nome, né un volto.


Qualche settimana fa, però, qualcosa è successo. Un ex agente, Philippe V. è stato fermato perché gli inquirenti sono convinti sappia qualcosa.

Nel novembre dell’86 i sommozzatori recuperano in canale un sacco di plastica, all’interno del materiale che sarebbe stato usato dai criminali nel loro ultimo colpo. Dunque l’indagine su Philippe che nasconderebbe i reperti. Nel fascicolo d’inchiesta emerge una realtà terrificante. Nell’82 i killer paiono costruire il loro arsenale impossessandosi di alcune armi che dovranno servire per lanciare gli attacchi. Uccidono titolari di locali, tassisti, gente comune. Quindi allargano il target e prendono di mira la catena di supermercati Delhaize, dove cercano denaro e falciano degli innocenti.

Le carte investigative riferiscono di predoni psicopatici che si accontentano di bottini modesti.

Ad agire sarebbe un gruppo di estrema destra e membri della sicurezza che alimentano la strategia della tensione, un piano legato alle tensioni della guerra fredda. Complotti, dunque, per destabilizzare il sistema e, forse, arrivare a un golpe. Qualcuno avanxza l’ipotesi di un ricatto da parte di Cosa nostra alla società Delhaize, colpita più volte per un affare andato a male.

Nell’ottobre del 2017 un uomo afferma che il fratello agonizzante – un ex gendarme di un corpo d’elite deceduto nel 2015 – gli ha confessato: “Ero io il gigante”. Gli inquirenti fanno delle verifiche  ma l’esito è negativo. E al momento resta solo lui, lo “sbirro” Philippe V.

Il ministro della difesa belga, Guy Coëme, in diretta televisiva disse: “Vorrei sapere se esiste un legame tra le attività di questa rete segreta e l’ondata di crimini e terrorismo che questo paese ha subito durante gli anni passati.”

Jean Gol, allora ministro della giustizia, dichiarava che sarebbero state adottate le misure necessarie a garantire la sicurezza dei cittadini. Per gli esperti non si trattava di criminalità comune, ma di professionisti. E non solo per la risolutezza militare con cui entravano in azione, ma anche per l’abilità alla guida quando i criminali si davano alla fuga.

Poi c’era lui, l’uomo presente in tutti gli assalti, molto alto, ribattezzato dalla stampa il gigante, che dava ordini agli altri e che sparava con un fucile SPAS 12 prodotto in Italia dalla Franchi Spa. Caratteristica la spietatezza delle esecuzioni come, per esempio, quella del 30 settembre 1982, quando un poliziotto ferito venne ucciso con un colpo a bruciapelo.

Si cercò di capire se esistesse un nesso tra i banditi della Brabante e Gladio o con organizzazioni a essa riconducibili, ma non si riuscì mai a capirlo perché lo SDRAVIII (Service de documentation, de renseignement et d’action) e l’STC/Mob (Section training, communication, mobilisation) se ne tirarono fuori e non collaborarono alle indagini.

Successivamente si scoprì, con un’inchiesta voluta dal Senato, che in qualche modo ne facevano parte.

La mancata collaborazione davanti ai parlamentari e ai giudici da parte dei responsabili dei due corpi di intelligence – con il beneplacito degli statunitensi della CIA e dei britannici dell’MI-6 –, risultò illegale ma nulla però smosse gli ufficiali dei servizi che resistettero a mesi di imposizioni e tentativi di conciliazione.

Le indagini andarono avanti e nell’ottobre 1997 una nuova commissione parlamentare produsse un rapporto di novanta pagine in cui si elencavano gli errori commessi dagli inquirenti che lavorarono sulle stragi e si denunciavano depistaggi e inefficienze a carico della polizia. Venne messa agli atti anche una pista indicata nel 1988 dal giornalista inglese John Palmer, che si occupò anche della strage di Bologna. Palmer mise in relazione una collaborazione tra l’esercito e un’organizzazione di estrema destra, Westland New Post (WNP), nata nel 1979 che permise di risalire ai campi di addestramento militare a cui partecipavano uomini della Gendamerie.

Nel 1990, qualche tempo prima che esplodesse in tutta Europa il caso Gladio, il parlamento aveva messo in relazione gli eccidi del Brabante con apparteneti o ex appartenenti alle forze di sicurezza volto a destabilizzare il regime democratico in Belgio. A confermare la linea lo studioso dell’eversione italiana, Vincenzo Vinciguerra. “La linea terroristica – riferì – era sostenuta da persone camuffate, gente che apparteneva agli apparati di sicurezza o gente collegata all’apparato statale da rapporti o collaborazioni.”

Paul Latinus, punto di contatto tra l’estrema destra, la destra classica, i servizi nazionali e quelli stranieri, fu foraggiato dalla DIA (Defence Intelligence Agency, il corrispettivo militare della CIA), e negli Anni Settanta entrò a far parte del club degli ufficiali di riserva del Brabante, organizzazione militare accumunata dalla maniacale avversione al “pericolo rosso”. Latinus era stato inserito nel Front de la Jeunesse per insegnare come condurre attacchi violenti, assalti ai caffè degli immigrati ed effettuare operazioni di sorveglianza.

Il senatore Roger Lallemand, presidente della commissione belga su Gladio, parlando negli anni novanta delle operazioni del Brabante disse che erano operazioni di governi stranieri o di servizi segreti che lavoravano per gli stranieri, un terrorismo volto a destabilizzare una società democratica.

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