Caso Magherini: il carabiniere e la nipote del boss. Spunta una nuova pista

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Riccardo Magherini avrebbe frequentato la figlia di un boss mafioso e uno dei carabinieri che hanno partecipato al “fermo mortale” avrebbe lavorato in passato per quel boss. 

Morte Riccardo Magherini, la telefonata sorridente tra i carabinieri:”non deve esserci il dubbio che cerchiamo di addomesticare le cose”

di Antonio Del Furbo

La storia diventa molto densa, sporca e con elementi nuovi che emergono. Si chiama Matteo Calì l’autore del libro “Con il fiato spezzato”, in cui viene racconta di una nuova pista sul caso di Riccardo Magherini, morto nel 2014 durante un fermo dei carabinieri che lo hanno preso a calci e pugni.

Calì ha seguito e approfondito il caso fin dall’inizio e ha collaborato anche con Le Iene ai servizi di Mauro Casciari e Nicola Remisceg.  

Magherini morì per infarto nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 a Firenze. La Cassazione, appena un mese fa, ha ribaltato a sorpresa le condanne di primo e secondo grado di Firenze per i tre carabinieri Vincenzo Corni, Agostino della Porta e Stefano Castellano, condannati rispettivamente a 8 mesi il primo e a 7 mesi gli altri due, e li ha assolti tutti.

Secondo la Cassazione “i carabinieri non potevano prevedere quella morte” 

Calì, nel libro, cerca di rispondere a una domanda precisa:perché Magherini, uscito a mezzanotte e venti dall’Hotel St. Regis, apparentemente tranquillo, dopo 25 minuti inizia a correre per le strade di Firenze in pieno panico gridando “Mi vogliono ammazzare?”.

Le Iene, e ora Calì, hanno cercarto di ricostruire quel“buco” che le indagini non erano riuscite a spiegare. 

Per cercare di comprendere la vicenda bisogna fare un passo indietro. Nel marzo 2018 sono stati arrestati Renato e Giovanni Sutera, per associazione a delinquere finalizzata alla coltivazione di droga e alla bancarotta fraudolenta delle società del Caffè Curtatone, di fatto di propietà dei Sutera. Stando ai pm i “due esponenti di Cosa Nostra”, entrambi con gravi precedenti penali, usavano il Curtatone “per i loro traffici”.

Come entra Magherini in questa storia? L’uomo a mezzanotte e venti si trovava proprio vicino al Caffè Curtatone. “Riccardo quella sera aveva assunto cocaina” spiegano Le Iene. Nel caffè quella sera c’era Alessia Sutera, figlia di Renato e nipote di Giovanni, come emerge dalla firma sugli scontrini.

“Una persona che conosce molto bene i Sutera e gli equilibri di quel bar”racconta a Calì che Magherini avrebbe frequentato Alessia Sutera, figlia e nipote di un boss. Quella notte tra il 3 e il 4 marzo la sua presenza nel Caffè non sarebbe stata desiderata e sarebbe scoppiato il caos.Alessia Sutera, sempre secondo la fonte di Calì, avrebbe detto allo zio di intervenire. Giovanni Sutera, a quel punto, avrebbe telefonato a uno dei carabinieri che era in servizio.

“La telefonata ai carabinieri è partita dal telefono di Giovanni, che erano amici loro, che erano quelli che uno gli faceva il buttafuori fuori busta paga al locale che avevano loro, alla discoteca che aveva Renato”, riporta Calì nel suo libro.

Giovanni Sutera, zio di Alessia, al tempo era in libertà e abitava a 50 metri dal caffè,frequentato spesso da decine di carabinieri. “Renato Sutera è stato proprietario di una discoteca nel 2000 e uno dei carabinieri che interverrà nel ‘fermo mortale’ di Riccardo, Vincenzo Corni, uno dei tre condannati in primo e secondo grado e poi assolti dalla Cassazione, avrebbe lavorato in passato in alcuni locali della città.”

“Non si contano le testimonianze di dipendenti del bar che raccontano la frequentazione di Renato Sutera con un ufficiale dei carabinieri, un conterraneo, e di altri militari che si erano anche fatti coinvolgere in qualche affare”, prosegue Calì.

Tra l’altro Magherini, mettendosi in ginocchio davanti ai carabinieri, pronuncia una frase che, tenendo fede alla ricostruzione di Calì, assumerebbe un’importanza notevole. “Aiutatemi, mi vogliono ammazzare, gli ho scopato la moglie, mi stanno inseguendo” disse il giovane accogliendo i militari.

Negli atti dell’inchiesta, alle 0.45 Magherini, secondo gli atti dell’inchiesta, è in fuga sul vicino Ponte Vespucci, e si sta strattonando con una persona, corre terrorizzato e grida continuamente: “Aiuto! Mi vogliono ammazzare!”. Corre e chiede aiuto a tutti, a un tassista, a dei ragazzi che gli danno un breve passaggio. Fino alle 1.21 quando in Borgo San Frediano lo raggiungono due pattuglie dei carabinieri.

“Come gli stessi carabinieri Giovanni Della Porta e Vincenzo Corni raccontano nei loro interrogatori, alle 1.15 sono ancora nel piazzale della caserma Tassi dalla qualeusciranno di ‘propria iniziativa’, inserendosi nella conversazione radio delle 1.16 con la prima gazzella che in quel momento si trova su Ponte Vecchio”, continua Matteo Calì.

I militari saltano addosso a Magherini, lo prendono a calci e pugni, mentre grida di dolortra le proteste per il trattamento brutale dei cittadini dalle finestre e nella strada. Magherini grida tre volte “Sto morendo”, sono probabilmente le ultime parole. Muore poco dopo per infarto.Aveva 39 anni, una moglie e due figli. 

Dunque, che cosa è successo quella notte a Magherini? Si spera, ora, che la Corte dei diritti dell’uomo europea di Strasburgo, possano restituire giustizia a Riccardo e ai suoi familiari.

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