Caso Mantovani, il giudice al Pm:”Contestazioni generiche”. La brutta figura dell’accusa dopo quattro anni d’indagine

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La storia giudiziaria dell’ex braccio destro di Silvio Berlusconi procede con molte ombre. Lontano quel 2013 in cui marciò verso il palazzo di Giustizia di Milano per manifestare contro l’assalto giudiziario nei confronti del Cavaliere. E che, forse, gli è costato una serie di processi.



Il caso di Mario Mantovani è molto interessante da seguire per come sono partiti i processi e per come si stanno concludendo.

Mantovani, l’uomo potente della Brianza, è stato interessato da tre procedimenti giudiziari. Il più eclatante quello del 13 ottobre 2015, quando, atteso a Palazzo Lombardia per aprire i lavori della “Giornata della Trasparenza”, venne arrestato con l’accusa di abuso d’ufficio, turbativa d’asta, corruzione e concussione. Per il pm Mantovani avrebbe truccato gare di appalti relative al trasporto di pazienti dializzati, all’edilizia scolastica e alle case di riposo. Un’inchiesta che gli costò 40 giorni di carcere.  

“Il mio nome è stato ingiustamente accostato alla ‘ndrangheta. Ma il 26 marzo il gip di Monza ha disposto la mia archiviazione per notizia di reato infondata” disse Mantovani commentando la decisione del gip di Monza.

A breve, nel processo che lo vede rispondere di alcuni fatti legati all’attività ministeriale da Sottosegretario e, contemporaneamente, a delle attività di assessore alla Salute e vicepresidente della Regione, arriverà la requisitoria del pm che farà la richiesta della pena per l’eventuale condanna in primo grado.

Il terzo processo, aperto circa 18 mesi fa, riguarda alcuni accertamenti partiti dal primo filone d’inchiesta, in cui vengono contestati reati fiscali che sarebbero stati operati da società e associazioni riferibili proprio a Mantovani. Nello specifico le contestazioni riguardano alcune immobiliari di Mantovani che avrebbero affittato a delle società e cooperative. Secondo il pm le locazioni sarebbero state fittizie.



In sostanza, secondo l’accusa, gli enti che locavano, ovvero i conduttori, ricevevano soldi pubblici che sarebbero stati trasferiti alle casse delle società di Mantovani attraverso false locazioni. Per questo il Nucleo di polizia tributaria della Gdf di Milano eseguì un sequestro di beni per oltre 1,3 milioni di euro all’ex vicepresidente della Regione Lombardia su disposizione del gip Teresa De Pascale. Un sequestro preventivo per una somma riferibile a 10 anni di locazioni. In altre parole, versando degli affitti per dei locali che di fatto non utilizzavano, secondo la Procura le onlus facevano arrivare a Mantovani parte dei finanziamenti pubblici che ricevevano. E siccome, sempre secondo il pm, gli amministratori delle onlus sono equiparati a pubblici ufficiali, era scattata l’accusa di peculato.

Il primo colpo di scena arriva quando la Cassazione dispone il dissequestro dei beni perché, scrive, “si trattava di beni immobili e conti correnti che ora rientrano nelle disponibilità di Mantovani”.

In sostanza, i soldi pubblici ricevuti dalle cooperative servivano per svolgere dei servizi di tipo sanitario che sono stati puntualmente fatti, rendicontati, accertati. Dunque, gli ospiti delle Rsa pagavano, e pagano, una quota privatistica per il servizio alberghiero.

Per i giudici di Cassazione un reato “non configurabile, nemmeno in astratto ed alla luce della stessa ricostruzione dei fatti proposta dalla pubblica accusa, il delitto di peculato”. I fondi incassati dalle onlus per i giudici “non sono certamente fondi pubblici”. La Procura, non contenta, rimpiazzò l’accusa di peculato con quella di truffa fiscale. Davanti al giudice preliminare l’avvocato Davide Steccanella, difensore di un imputato minore, fece presente che il nuovo capo di imputazione risultava essere talmente evanescente da non permettere agli imputati di capire da cosa dovessero esattamente difendersi. Così i difensori di tutti gli altri imputati, Mantovani compreso, fecero propria la contestazione con il giudice Arnaldi che accolse la tesi. La decisione rende nulla la richiesta di rinvio a giudizio e rispedisce il fascicolo indietro fino alla fase delle indagini preliminari.

Il secondo colpo di scena avviene quando il riesame, con gli stessi giudici, reitera da di nuovo ragione alla Procura e la Cassazione, per la seconda volta, boccia il tribunale di Milano. La Cassazione ordina al tribunale di palesare i reati contestati che di certo non sono il peculato e quindi ordina nuovamente il dissequestro.

Il Gup si trova davanti alla Cassazione con due sentenze e al pm che dice che ci sono ipotesi di reato. Ipotesi che sarebbero attribuibili a reati fiscali che la Finanza dovrà accertare per il pm. La Gdf aveva quantificato la somma per circa 6/8mila euro e per la quale non è previsto il penale.

Il gup, nel frattempo, ha rimandato tutto alla procura dicendo che non c’è un quadro d’indagine chiaro.

Non certo una bella figura per un tribunale che indaga da quattro anni.

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