Così la Lega ha investito 300mila euro in bond di ArcelorMittal

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A quanto pare dietro la vicenda dell’Ilva di Taranto, oltre all’incapacità di certa politica a portare a compimento la trattativa su un comparto strategico per l’economia italiana, c’è anche una questione politico-economica che riguarderebbe l’ex azionista di maggioranza. 

“Daremo il sangue per Taranto ma devono dimettersi” ha detto ieri Matteo Salvini. Secondo qualcuno, Arcelor Mittal starebbe giocando la partita insieme con i suoi referenti politici: la Lega.

La notizia, che circolava da giorni negli ambienti politici, è stata resa pubblica dal viceministro del Movimento 5 Stelle allo Sviluppo economico, Stefano Buffagni – seguito poi a ruota da diversi parlamentari. Salvini, dunque, avrebbe avuto rapporti con la multinazionale dell’acciaio: “La Lega ha investito 300mila euro in bond di ArcelorMittal. Spero che arrivati a questo punto pensino ai lavoratori e non ai soldi che hanno investito” ha detto Buffagni.

Giovanni Tizian e Stefano Vergine

Già qualche mese fa, Giovanni Tizian e Stefano Vergine sul “Libro nero della Lega”, riportarono il fatto che il partito di Salvini ha investito in titoli negli anni scorsi un milione e duecentomila euro. E che tra questi hanno in portafoglio 300mila euro di bond della multinazionale che aveva acquistato Ilva. C’è un fatto di cronaca rilevante da cui tutto ha inizio: il sequestro dei famosi 48,9 milioni di euro” spiegarono gli autori. “La somma, cioè, ottenuta con la truffa sui rimborsi elettorali. È il primo caso nella storia repubblicana. Da questo dato oggettivo ci siamo mossi per capire in quali rivoli si era disperso il tesoro padano lasciato in eredità da Umberto Bossi e ricercato dalla magistratura per la truffa orchestrata dallo stesso fondatore della Lega. Siamo partiti dunque da una sentenza dello Stato che un leader politico – diventato nel frattempo esponente di punta del governo – non può esimersi dal rispettare.”

Salvini non ne sa nulla 

“Io non mi occupo di Borsa ma di politica” ha detto ieri Salvini, cercando di allontanare ogni sospetto. La questione del bond a quanto pare nasconde una relazione ben più strutturata che al ministero dello Sviluppo economico conoscono bene. Nel Conte 1 deputati ed esponenti del governo si interessavano e caldeggiavano le posizioni di Mittal riferiscono gli ambienti parlamentari. È un fatto che la multinazionale franco-indiana si era aggiudicata l’asta con il governo Gentiloni. La stessa Arcelor Mittal che, poco dopo, rimase spiazzata dall’arrivo del nuovo esecutivo, e in particolare da Luigi di Maio sulla poltrona del Mise, ovvero del portatore del messaggio più intransigente del Movimento: chiusura dell’aria a caldo del siderurgico. Non a caso Di Maio cercò di non affidare l’asta ad Arcelor. E lì Di Maio trovò il muro delle norme ma anche quello della politica.

Lega compatta

La Lega è stata sempre compatta con Arcelor. Al Mise, l’allora sottosegretario ai Trasporti, il genovese Edoardo Rixi mise al centro la vicenda di Arcelor sposandola in pieno. Anche pubblicamente: “È imprescindibile mantenere gli impegni presi per evitare la fuga degli investitori che equivarrebbe a una drammatica emorragia di posti di lavoro” diceva mentre tutti i parlamentari della Lega presentavano un ordine del giorno per “verificare la coerenza dei più recenti interventi normativi di modifica alla disciplina inerente l’Ilva con gli accordi presi con l’azienda”.

L’incontro Salvini-Arcelor

Arcelor incontrò anche il vicepremier Matteo Salvini. Manager che ebbero rapporti privilegiati con il vertice del Carroccio, a partire da Giancarlo Giorgetti: l’amministratore delegato Samuele Pasi, in particolare, ha avuto una sponda importante nelle posizioni negli uomini di Salvini. “In un certo senso – spiega a Repubblica una fonte che è stata molto vicina al dossier Ilva nel momento della conclusione dell’asta – era inevitabile. Arcelor aveva bisogno di un interlocutore, i 5 Stelle facevano le bizze e la Lega era l’unica garanzia possibile”. Mittal sceglie come capo della comunicazione a luglio del 2018 una professionista importante: Patrizia Carrarini, l’ex portavoce di Roberto Maroni.

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