Dj Fabo è libero. E Cappato rischia 12 anni di carcere

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“Ha morso un pulsante per attivare l’immissione del farmaco letale: era molto in ansia perché temeva, non vedendo il pulsante essendo cieco, di non riuscirci. Poi però ha anche scherzato”.

Così è terminata la vita di Dj Fabo. A raccontare gli ultimi istanti dell’uomo è stato Marco Cappato, esponente dei Radicali che ha accompagnato Fabo in Svizzera per morire. 

Fabo ha combattuto per due anni e con tutte le sue forze per alleviare quel dolore. Un dolore iniziato il 13 giugno del 2014 in seguito a un incidente stradale che lo ha costretto al buio e su un letto.  

“Fabiano è sempre stato molto libero di poter scegliere nella sua vita e altrettanto vorrebbe fare fino alla fine, visto la sofferenza in cui vive. Fabiano parla di qualità di vita, non di quantità. E sopravvivere in quantità non rispecchia il suo concetto di vita”. 

A parlare così, la fidanzata di Fabo, Valeria, che lo ha sempre accompagnato e supportato in in tutto questo tempo. 

Fabiano aveva chiesto aiuto alle Istituzioni al fine di regolamentare l’eutanasia e permettere a ciascun individuo di essere libero di scegliere fino alla fine. Quindi, un video-appello al presidente della Repubblica. Ma, niente. Le istituzioni sono rimaste immobili e, cosa ancor più lacerante, mute e sorde al punto di spingere Fabiano a una drastica scelta: superare il confine.

“Sono finalmente arrivato in Svizzera e ci sono arrivato, purtroppo, con le mie forze e non con l’aiuto del mio Stato.”

Fabo ha deciso di andare a morire in Svizzera, appunto, in uno Stato che non è il suo.

“Ha voluto lui così, ci ha cercato e ha scelto di condurre una battaglia pubblica. Ha chiesto l’aiuto di Marco Cappato per arrivare in Svizzera, per affermare il diritto inalienabile alla libertà individuale”.

Così Filomena Gallo, segretario dell’associazione Coscioni. Che aggiunge:

“Un Parlamento che sceglie di non scegliere, che neanche discute le proposte di legge per l’eutanasia legale, e costringe un italiano ad andare a morire da solo, senza il suo Stato”.  

In mattinata è stata fatta un’ultima visita medica e psicologica a Fabiano per confermare la sua volontà. Poi le sue ultime parole su Twitter dalla clinica svizzera che gli ha permesso il suicidio assistito:

“Volevo ringraziare una persona che ha potuto sollevarmi da questo inferno di dolore, di dolore, di dolore. Questa persona si chiama Marco Cappato e lo ringrazierò fino alla morte. Grazie Marco. Grazie mille”.

E Cappato ha risposto:

“Grazie a te Fabiano”.

Poi la morte e le parole di Gallo:

Era un uomo circondato dall’amore, l’amore della fidanzata, della famiglia, degli amici sempre presenti. Ma non ne poteva più, non riusciva più a vivere in quelle condizioni. Fabo è morto un’ora fa e siamo ancora sconvolti. Ce lo aspettavamo, certo, ma è triste che un italiano debba andare all’estero per affermare la propria libertà”.

“Sono tanti – ha aggiunto ancora Gallo – gli italiani che ci chiedono informazioni su come fare: dal 2015 sono stati 225. Di questi, 117 hanno deciso di andare in Svizzera. Non tutti sono morti: alcuni, dopo i test che hanno dato il nulla osta dei medici, hanno scelto comunque di rientrare in Italia. Avuta la certezza che si può fare, hanno deciso di pensarci ancora”.

Ora, un’altra pena ben più diversa spetta a Cappato al suo rientro in Italia:

“Nella giornata di domani, andrò ad autodenunciarmi, dando conto dei miei atti e assumendomene tutte le responsabilità”. Il reato che si configurerebbe per l’esponente dei Radicali sarebbe quello di ‘aiuto al suicidio’, con una pena di 12 anni di carcere.

 

In Svizzera, invece, è tutto legale: le associazioni elvetiche che si occupano di questi problemi ci sono Ex-Internationl di Berna e Dignitas.Tutto l’iter è molto lungo e comprende vari passaggi. Una commissione di tre medici passa in rassegna tutta la documentazione. Poi c’è l’ok al trasferimento. Si arriva, quindi, alla seconda fase, quella in cui un medico cerca di dissuadere il paziente dal gesto. Se la volontà è ferrea si procede al ricovero. All’interno della struttura un altro medico prova a fermare il processo dell’eutanasia. Ma anche in questo caso il parere del paziente è fondamentale. A quel punto viene somministrato un antiemetico che blocca il vomito. Dopo mezz’ora comincia il vero e proprio processo per il fine vita. Viene somministrato il pentobarbital di sodio. Dovrà essere lo stesso paziente con la sua mano a bere la soluzione in acqua col farmaco. Dopo due minuti arriva il coma profondo. Poi viene paralizzata la respirazione. Il tutto per 13mila euro.

Dal 2015 sono stati 115 gli italiani che hanno scelto di andare all’estero per sottoporsi al suicidio assistito. 

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