Editoria: in Abruzzo muore l’informazione. E nessuno ne parla.

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Redazioni cancellate e uomini e donne mandati a casa. Venerdì sarà l’ultima uscita in edicola per l’edizione Abruzzo e Molise de ‘Il Tempo’. Poi, non si sa quando e non si sa come, arriveranno licenziamenti anche nella storica emittente regionale ‘Rete 8’.  

“Domani chiude Il Tempo Abruzzo, il “mio” giornale. Non è stato il “mio” giornale soltanto perché mi dava da lavorare, senza coprirmi d’oro, ma pagandomi comunque meglio di quanto fanno altre realtà locali” scrive Stefano Buda, giornalista che per anni ha lavorato nella redazione pescarese. E aggiunge:”E’ stato il “mio” giornale perché, a dispetto dei luoghi comuni e delle generalizzazioni, mi ha consentito di esprimermi liberamente, di credere ancora in una professione che può e deve essere svolta a testa alta, senza prestare il fianco ad ingerenze di alcun tipo, senza timori reverenziali e senza indulgenze nei confronti del potere”. 

Un’analisi, quella di Buda, che rappresenta lo stato d’animo della quasi totalità dei professionisti che operano nel variegato mondo della comunicazione. Dopo 70 anni di presenza sul mercato il gruppo del costruttore Domenico Bonifaci abbandona l’Abruzzo rispedendo a casa 40 persone tra dipendenti e collaboratori. E, come se non bastasse, arrivano brutte notizie anche dall’emittenza televisiva. La proprietà di Rete 8 ha inviato un preavviso cartaceo ai dipendenti in cui spiega che per nove persone, tra tecnici e amministrativi, entro poco tempo scatterà il licenziamento. La motivazione, tra le altre, pare sia dovuta alla completa digitalizzazione del canale che permetterebbe la generazione di set virtuali con minori risorse umane.

Intanto i giornalisti precari delle principali testate regionali si sono dati appuntamento venerdì 31 ottobre a Pescara per una manifestazione davanti alla ex redazione del quotidiano. L’annuncio è stato dato come annuncio mortuario:”Si è spenta dopo lunga malattia e senza alcuna assistenza o conforto l’informazione abruzzese” scrivono gli organizzatori. 

I sindacati e Ordine dei giornalisti pare siano decisi a giocarsi la solita carta politica:”La Regione non può far finta di niente – ha detto Stefano Pallotta – ma deve passare dalla solidarietà alle vie di fatto”. Il presidente dell’Unci, Guido Columba, invoca addirittura l’intervento dei giudici:”confido che attraverso ulteriori trattative e il ricorso alla magistratura – ha aggiunto – si possa arrivare a una riduzione di questo piano di ristrutturazione”.

E la politica? Per il momento resta in silenzio. D’altronde cosa dovrebbero dire o raccontare a ‘dei morti ammazzati’ di un settore in via d’estinzione? Assolutamente nulla. Tra l’altro i rappresentanti del popolo non iniziano battaglie se non intravedono all’orizzonte una possibile soluzione positiva che porti ad un ritorno per la loro immagine. Un conto è strapparsi le vesti per il caso delle sedi Rai che il governo Renzi voleva chiudere, altro è strapparsele per il settore privato che, quando decide, esegue sempre le propria volontà.

Sarebbe interessante capire dove sono i vari Gianni Melilla (Sel), che all’epoca dei tagli Rai fece un’interpellanza parlamentare, Enrico Di Giuseppantonio (ex presidente della Provincia di Chieti) che, insieme ai colleghi di Pescara, Teramo e L’Aquila, firmò un documento salva Rai. 

L’informazione è cambiata perché il mercato lo ha deciso. Ed è bene che i protagonisti di questa triste vicenda comprendano, il più velocemente possibile, che un futuro puo’ esserci rimodulando le vecchie credenze.

Antonio Del Furbo

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