Eni da combattere quando trivella. Eni da coccolare quando ricostruisce L’Aquila

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L’Italia dei moralisti porterà il Bel Paese alla sconfitta. I responsabili, manco a dirlo, da una parte gli ‘scrivani’, meglio identificati come ‘topi di redazioni’, dall’altra quelli che ‘nulla va bene a prescindere’. Nel mezzo la speranza degli italiani per un futuro andato a farsi fottere.

Così accade, ad esempio, che se la più grande azienda multinazionale creata dallo Stato Italiano trivella l’Adriatico, ambientalisti e politicanti fanno fuoco sulle piattaforme. Ma se quei soldi ‘sporchi e neri’ vengono utilizzati per la ricostruzione della Basilica di Santa Maria di Collemaggio nessuno s’indigna.

La domanda è semplice per i moralizzatori dello status quo: i 12 milioni di euro, più altri 2 per il Parco del Sole, sono soldi sporchi o puliti? È giusto o sbagliato che grazie ai soldi dell’Eni si restituisca alla Comunità Aquilana il monumento nella sua interezza rispettandone la sacralità e il significato storico?

Per qualcuno il modello unico di collaborazione istituzionale che affida alla Soprintendenza ai Beni architettonici e paesaggistici dell’Abruzzo la progettazione, la direzione dei lavori e il coordinamento per la sicurezza e le attività tecnico-scientifiche ad un gruppo di università (Politecnico di Milano, La Sapienza di Roma e l’Università de L’Aquila), s’infrange con il lato ‘oscuro’ dell’azienda. E la zona d’ombra sarebbe, secondo un rapporto di Amnesty international,  la questione dell’inquinamento del Delta del Niger che, “grazie al tessuto normativo nigeriano, ha causato numerosi danni ambientali e violazioni dei diritti umani a discapito della popolazione locale”.

Si tratterebbe di essere realistici, almeno per una volta, e riuscire a schierarsi, anche se per l’italiano medio è difficile, dalla parte della propria ragione. Nel Niger se l’Eni ha combinato qualche guaio è giusto che paghi ma, come dice la stessa Amnesty international, l’azienda ha applicato regole in base al tessuto normativo locale. Altre fonti parlano di ‘commandi’ che operano un vero e proprio boicottaggio nei confronti dell’azienda distruggendo condutture e quant’altro.

Ancora: vogliamo ammettere che da decenni la politica estera dell’Italia è fatta dall’Eni? Vogliamo dire che dove ci sono focolai di rivoluzione interviene l’azienda italiana promettendo lavoro? Sarebbe quindi il caso di valutare le questioni in modo globale senza fermarsi ad osservare il mondo (globalizzato) sul confine del proprio orticello.

È ora, ad esempio, che la politica sulla cosiddetta ‘deriva petrolifera’ la finisca di sparare balle. La schizofrenia sull’argomento è insita sia nella destra che nella sinistra. Perché non si può dire che in Abruzzo, piuttosto che in Sicilia, è giusta la scelta del governo Renzi di autorizzare perforazioni estrattive? Perché, ad esempio, la senatrice Pezzopane, come altri suoi colleghi, non afferma chiaramente che non si possono bloccare le perforazioni in Abruzzo e mantenere allo stesso tempo progetti come quello della Basilica?

Gli interessi, in questo mondo crudele, devono essere, a torto o a ragione, rispettati. Non dirlo in maniera diretta vuol dire prendere in giro i cittadini.

ZdO

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