Giovanni Brusca che sciolse Giuseppe Di Matteo nell’acido e oggi chiede i domiciliari

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Si chiamava Giuseppe Di Matteo, aveva quindici anni, e con uno dei suoi carnefici, Giovanni Brusca detto u verru, il porco, ha giocato a lungo nella sua casa di Altofonte, come fosse un fratello maggiore.

Giuseppe, però, ignorava che di lì a poco il suo migliore amico lo avrebbe segregato per 779 giorni fino a quando, insieme a dei complici, lo strapperà alla vita.

Tutto inizia in un maneggio, dove Giuseppe va a cavallo, sognando di diventare un fantino. È il 23 novembre 1993 quando si presenta un gruppo di persone che si identificano come poliziotti della DIA (Direzione investigativa antimafia). “Ti portiamo da tuo padre” gli dicono. “Me patri, sangu mio!” risponde il bimbo entusiasta. Quei personaggi, però, non sono della DIA ma dei mafiosi.

Il piccolo Giuseppe viene usato come arma di ricatto. Il padre di Giuseppe, si chiama Santino, detto Mezzanasca. Ed è uno dei primi pentiti dell’ala corleonese. In quei giorni racconta ai magistrati cosa è successo a Capaci, quando il 23 maggio 1992, il giudice Giovanni Falcone e la sua scorta sono saltati per aria. E Brusca è l’uomo che li ha fatti esplodere.

Con il filglio in pugno, i boss pensano così di farlo ritrattare.

“L’abbiamo legato come un animale – dirà in aula molti anni più tardi il pentito Gaspare Spatuzza- e l’abbiamo lasciato nel cassone di un furgoncino. Lui piangeva, siamo tornati indietro perchè ci è uscita fuori quel poco di umanità che ancora avevamo”.

La famiglia Di Matteo, non ancora al corrente del sequestro, cerca il bimbo per ospedali e in giro, fino a quando, il primo dicembre, giunge a casa un bigliettino con scritto “Tappaci la bocca”. Insieme ci sono due foto di Giuseppe che tiene in mano un quotidiano di due giorni prima: è chiaro ora che è stato sequestrato. E che il motivo sta nella collaborazione con la giustizia del padre.

Santino, nonostante tutto, prosegue la sua collaborazione. Finché arriva la condanna per Brusca.

Giuseppe viene strangolato con una corda. E sciolto nell’acido. Sono in tre: Vincenzo Chiodo, che gli stringe una corda intorno al collo; Enzo Salvatore Brusca, fratello minore del boss, che lo tiene per le braccia; Giuseppe Monticciolo, che lo ferma per le gambe e mentre muore gli dice: “Mi dispiace, ma tuo papà ha fatto il cornuto”.

Per il delitto di Cosa Nostra sono stati comminati plurimi ergastoli. Ma non per loro. Diventati tutti collaboratori di giustizia, stando a notizie di stampa, Monticciolo sarebbe andato ai domiciliari cinque anni dopo essere entrato in carcere e vivrebbe in località segreta. Enzo Brusca è finito ai domiciliari fin dal 2003. Stesso destino fuori dalle sbarre avrebbe avuto Chido: di anni ne doveva scontare solo 17. Quanto al mandante, Giovanni Brusca, 150 omicidi alle spalle, l’uomo che sterminò Giovanni Falcone e la sua scorta, continua a godere di permessi premio, feste comandate comprese. Sarà libero entro il 2020.

Oggi Brusca chiede i domiciliari. Ma la prima sezione penale della Cassazione ha respinto la richiesta dei legali del collaboratore di giustizia.

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