Il 9 agosto del 1991 due killer uccidono il giudice Scopelliti. Oggi Riina jr sponsorizza il brand di famiglia

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Il figlio del capo dei capi di Cosa nostra, mafioso già condannato pure lui, dalle terre d’Abruzzo continua a far parlare di se.

Qualche tempo fa aveva lanciato sul mercato una T-shirt che raffigurava il suo volto accanto a un leone, oggi, invece, ha prodotto e lanciato il brand di famiglia su una cover per il telefonino. Pezzi unici, autografati “Salvo Riina”. Il figlio di Riina è stato scarcerato a maggio e si è subito lanciato in una nuova vita social su “eBay”.

Su Facebook, Salvatore Riina si giustifica dicendo che sono “aste benefiche”, per sostenere la fattoria “Vita Felice” di Casalbordino (Chieti), creazione di don Silvio Santovito per ridare speranza a chi esce dal carcere. E, intanto, Riina rilancia la sua immagine con una sequenza di foto e post: in una foto tiene le redini di un cavallo e in un’altra si rilassa su un’amaca all’ombra. E sembra che la sua principale attività sia consolidare il brand.

Salvuccio, però, è un boss scarcerato. E quella T-shirt con il suo volto appare come un brutto messaggio nonostante i propositi di cambiamento. Tra l’altro, qualcuno, nel popolo di Cosa nostra, continua ad osannarlo come il possibile messia della riorganizzazione. Dopo la scarcerazione avvenuta nel 2008, Riina jr. ha frequentato alcuni pregiudicati non proprio sulla via del riscatto sociale. Oggi si trova nella casa di lavoro di Vasto.

La prima asta benefica, quella della “T-shirt Salvo Riina” è stata acquistata da circa venti persone alla cifra di 107 euro. Dunque, la nuova iniziativa “visto l’enorme successo ottenuto”, tiene a ribadire Riina junior. Ecco allora “la cover per il cellulare con il logo del mio primo libro, ‘Riina Family Life’. Modelli disponibili per iPhone, Samsung e Huawei”. Siamo arrivati a 78 euro, ma l’asta è ancora aperta.

Sulle intercettazioni del 2002 però non dice nulla. Passando dal luogo della strage di Capaci diceva a un amico: “Io vengo dalla scuola di Corleone”. E ancora: “Di uomini che hanno fatto la storia della Sicilia… linea dura, ne pagano le conseguenze, però sono stati uomini”.

Più che altro Riina dovrebbe dare qualche spiegazione al giudice Antonino Scopelliti che, quel 9 agosto 1991 alle 17.20, fu freddato dai killer che gli spararono con fucili calibro 12, caricati a pallettoni. Antonino Scopelliti era un magistrato tutt’altro che ordinario: si occupò di processi di mafia e di terrorismo rappresentando la pubblica accusa nel primo Processo Moro, nel sequestro dell’Achille Lauro, nella Strage di Piazza Fontana e nella Strage del Rapido 904. Nel giugno 1991 fu dato a lui il compito di rappresentare l’accusa nel maxiprocesso, giunto in Cassazione. Così in quella calda estate aveva cominciato a studiare le carte del procedimento che furono trovate nell’abitazione paterna, dove il magistrato soggiornava durante le vacanze.

L’eliminazione di Scopelliti è avvenuta quando ormai la suprema corte di Cassazione era stata investita dalla trattazione del maxiprocesso alla mafia palermitana e ciò non può essere senza significato” disse Giovanni Falcone. “Anche se, infatti, l’uccisione del magistrato non fosse stata direttamente collegata alla celebrazione del maxiprocesso davanti alla suprema corte – aggiunse Falcon – non ne avrebbe comunque potuto prescindere nel senso che non poteva non essere evidente che l’uccisione avrebbe pesantemente influenzato il clima dello svolgimento in quella sede“.

Un punto di congiunzione, dunque, tra il maxiprocesso e quell’omicidio tanto che finirono a processo i vertici della “cupola”. La mafia offrì fino a 5 miliardi di lire al giudice per “aggiustare” in Cassazione il maxiprocesso. Offerta che Scopelliti rifiutò.

Un collaboratore di giustizia siciliano, Francesco Onorato, al processo in corso davanti alla Corte d’Assise di Reggio Calabria aveva ribadito: “L’omicidio del giudice Scopelliti è stato un favore che la ‘Ndrangheta ha fatto a Cosa Nostra. Non so chi sia stato l’esecutore materiale, ma so che è un favore fatto per volere di Salvatore Riina e della commissione“.

Ecco, se qualcuno avesse un po’ di rispetto per le vittime di mafia sarebbe, forse, un vero uomo.

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