In Abruzzo aumentano le tv. Ma anche i precari. Come mai?

Inchieste

Dall’avvenuto passaggio al digitale terrestre ad oggi le tv arrivate sulla nuova piattaforma non sono poche. Nonostante la crisi mondiale e la latitudine della piccola regione centrale, appaiono nuovi loghi e nuovi personaggi tutt’altro che professionali. Chi sono i beneficiari, gli editori o i lavoratori quasi sempre precari?

Dall’avvenuto passaggio al digitale terrestre ad oggi le tv arrivate sulla nuova piattaforma non sono poche. Nonostante la crisi mondiale e la latitudine della piccola regione centrale, appaiono nuovi loghi e nuovi personaggi tutt’altro che professionali. Chi sono i beneficiari, gli editori o i lavoratori quasi sempre precari? 

Per avere un’idea delle emittenti radiotelevisive presenti in Abruzzo diamo alcune cifre: 17 nella provincia di Chieti, 17 nella provincia dell’Aquila, 13 nella provincia di Pescara e 15 nella provincia di Teramo. Il fazzoletto verde d’Europa parrebbe molto attenta alla comunicazione ma in realtà non è così. In queste miriadi di frequenze date dallo Stato in concessione a cosiddetti “editori” ce ne fosse una in grado di concorrere con una realtà nazionale. La vicina Puglia vanta tv del calibro di Telenorba e di altre modeste emittenti degne di rispetto. In Abruzzo non è così. E più si amplia il mercato e più si scade nel trash. L’unica emittente che resiste sul mercato editoriale del settore, anche se con non poche difficoltà, è la storica Rete 8 del gruppo Pierangeli-Spatocco: il resto è noia o pura zozzeria. La rete teatina è stata l’unica ad aver assicurato, nel corso degli anni, livelli occupazionali in linea con contratti nazionali e con una linea editoriale, seppur per tanti non condivisibile, rispettabile e incisiva. In tanti hanno cercato di rubarle il metodo informativo e organizzativo ma nessuno c’è riuscito. E i nuovi “fenomeni” da baraccone che si propongono sul mercato in questi ultimi mesi continuano a voler sfidare la rete ammiraglia regionale sul suo stesso terreno. Tvsei, con costanza e passione, ha cercato di offrire un’informazione concorrenziale al colosso “clinico” ma, a quanto pare, ha abbandonato il campo scommettendo sullo sport. Se il passato è orribile il presente è scioccante. I nuovi soggetti che si affacciano sul panorama dimostrano d’ignorare completamente i meccanismi televisivi. Parliamo di microemittenti come Tele9 nemmeno censite, ad esempio, nei dati auditel ma che continuano a diffondere nell’etere del vero e proprio trash. 

Ci domandiamo: in piena crisi economica chi è che ha il coraggio di finanziare le televisioni? Hanno abbastanza denaro per pagare gli impianti, e, soprattutto, il personale? Sarebbe interessante capire come vengano pagati i cosiddetti “operai” delle tv. Da quello che ci risulta tanti sono i precari ma soprattutto una enormità quelli che prestano la loro professionalità gratuitamente. «Mi hanno offerto di svolgere la professione di giornalista, cameraman e montatore per una cifra di 350 euro mensili, completamente in nero» ci racconta un collega che, ovviamente, vuole restare anonimo. «Ho rifiutato. Cosa dovevo fare secondo voi?» ci chiede il professionista. «Solo di benzina per l’auto vanno via 200 euro a cui bisogna aggiungere l’usura dell’auto (la mia). E cosa rimane del mio lavoro?». Eppure a leggere il rapporto 2009 sul “Sistema televisivo locale nella Regione Abruzzo” realizzato dalla Fondazione Rosselli in collaborazione con il Corecom Abruzzo, tra il 1999 e il 2006, le imprese televisive erano divise in tre fasce di reddito sulla base del fatturato: imprese titolari con fatturato da 2.000.000 a 10.000.000 di euro all’anno, definite “piccole imprese”; imprese titolari con fatturato da 500.000 a 2.000.000 di euro all’anno, definite “micro imprese A”; imprese titolari con fatturato da 0 a 500.000 euro all’anno, definite “micro imprese B”. Quindi fino a pochi anni fa di soldi ne giravano eccome. Strano che però di dati più recenti non se ne trovino. “Il 95% delle aziende televisive abruzzesi si configura come società di capitali ma la forma di società per azioni (Spa) è completamente assente” si legge ancora nel rapporto. Come mai? Forse perché ci si doveva e ci si deve assicurare quella gran fetta di contributi erogati dal Ministero delle Comunicazioni pari a “1/5 del totale dei ricavi superando il milione di euro”. Sempre dal documento risulta che “Da un esame degli utili e delle perdite riportate dalle emittenti dal 1999 al 2006 emerge una scarsa profittabilità del settore nonostante il leggero miglioramento nel tempo”. Quindi le Tv hanno incassato soldi dallo Stato seppur i risultati erano scarsi dal punto di vista degli introiti pubblicitari. A chi interesserebbe offrire prodotti qualitativamente alti e concorrenziali se lo Stato regala soldi senza un effettivo controllo qualità? Guarda caso mentre “il mercato televisivo nazionale nel suo complesso ha guadagnato il 35% fra il 2002 e il 2006 (ma meno del 20% se si fa riferimento alla sola pubblicità), le televisioni locali italiane crescono di ben il 60% nello stesso periodo (a dati depurati dai contributi pubblici), con un tasso superiore di quasi il doppi o all’intero mercato tv e di oltre il triplo rispetto al totale della pubblicità. Le tv abruzzesi, invece, crescono a ritmi dimezzati rispetto alle emittenti locali delle altre regioni”. Eppure, come abbiamo riportato, pur essendoci un numero elevato di televisioni per densità tale da non permettere ricavi sufficienti, le tv continuano ad aumentare.

Da dove arrivano i soldi e, soprattutto, dove finiscono i fondi statali? E i sindacati tengono d’occhio lo sfruttamento professionale?

 

ZdO

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