Accertamenti fiscali sbagliati: così lo stato Vampiro fa cassa

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È diventato il nostro peggiore nemico. È lo stato-mostro che subdolamente si accanisce sui più onesti, quelli che dichiarano tutto e pagano il fisco e che, per un magico effetto moltiplicatore, più pagano, più la pagheranno cara. Se hanno una casa intestata o un’auto ancora meglio. Diventano le vittime ideali. Il Vampiro li addenta alla giugurale e succhia il succhiabile, sino a causare la morte per dissanguamento. Tutto è lecito pur di “fare cassa”. Come? Creando ad arte accertamenti infondati, con richieste di migliaia di euro da pagare subito, e mettendo in campo agenti che anche di fronte  all’evidenza dell’errore si rifiutano di annullare gli atti e obbligano al pagamento sotto minaccia di moltiplicazione esponenziale delle sanzioni. Lo Stato aguzzino e strozzino è rappresentato dall’Agenzia delle Entrate, perennemente ossessionata dagli obiettivi di recupero di tasse. I recuperi del 2011 (20 miliardi di Euro) sono stati il doppio rispetto al 2010 (10 miliardi), e tutto questo in un paese dove la tassazione ha raggiunto livelli record. Ci sono persone che ormai non dormono più, schiacciate dalla preoccupazione delle cartelle da pagare, moltiplicata di giorno in giorno dalle sanzioni che aumentano e dalle ipoteche in agguato sui propri beni. Debiti inventati dallo Stato che non riusciranno mai a pareggiare, perché troppo al di sopra delle loro entrate e possibilità. L’aggressione è diventata sempre più frequente e se non si sono conservate con cura le ricevute dei pagamenti effettuati o non si ha la possibilità o la capacità di rivolgersi a un esperto in grado di identificare l’errore, è obbligatorio pagare. Bisogna farlo se non si vuole finire nel tritacarne del successivo inferno Equitalia, con l’emissione di titoli esecutivi e la perdita di case, di auto e di tutto il pignorabile. 

Grossolani errori

La paura domina e i toni di minaccia e le cifre astronomiche paventate, in caso di insolvenza, in queste simpatiche “letterine”, fanno sì che ci si precipiti a definire ratealmente il dovuto, pur di non correre rischi. Ma il più delle volte si tratta di grossolani errori, e niente sarebbe in realtà dovuto perché si è in ordine in tutto e per tutto.

“In questi ultimi due anni ho ricevuto ben quattro avvisi ingiustificati di accertamento per redditi omessi per un totale richiesto di 50 mila euro circa– racconta Sandra Muzzu, impiegata quarantenne, che ha avuto la “malaugurata” idea di affittare un appartamento registrando regolarmente il contratto e pagando le regolari tasse al fisco - Per tre richieste sono stata in grado di identificare subito l’errore, rivolgendomi a un consulente, e sono riuscita a farle annullare in tempo. Dell’errore di un primo accertamento invece mi sono accorta quando avevo già definito e cominciato a pagare. Quindi ho presentato istanza di autotutela, che non ha una scadenza, ma non sono riuscita a ottenerla, anche se al telefono il funzionario aveva ammesso, ma solo a voce, la presenza dell’errore. Il suo ufficio ha poi addotto, in una lettera di diniego, la scusa che era troppo tardi per correggere, in quanto avevo già cominciato a pagare. Ora – conclude - come ultima speranza mi sono rivolta al Garante del contribuente, ma se anche lui non interverrà, avrò subito un furto dallo Stato di ben 8 mila euro, per pagare i quali ho dovuto contrarre altri debiti”. L’autotutela le è stata negata dal Centro Operativo di Pescara, Sede di Reggio Calabria, con la giustificazione che “la definizione effettuata preclude qualsiasi ulteriore rivisitazione dell’annualità accertata”. Ma questo è falso. In una lettera-circolare, la 195/S del 5 agosto 1998, il ministero delle finanze riprendeva già gli uffici “che non tengono conto della normativa vigente” e, in particolare  citava il decreto sull'autotutela 11 febbraio 1997, n. 37, che sancisce che l'atto sbagliato è annullabile “senza limiti di tempo”.

I dati dei contenziosi

Che gli errori siano veramente molti lo testimoniano, oltre ai commercialisti e ragionieri che si occupano delle dichiarazioni dei redditi, i dati ufficiali dei contenziosi tributari diffusi dal Ministero dell’Economia e delle Finanze sul 2011 (ultimi dati annuali disponibili). Quando il contribuente presenta ricorso, l’Agenzia delle Entrate e gli altri enti (Equitalia, Comuni e altri) hanno ragione “piena” davanti alle commissioni tributarie meno del 40% delle volte. Il restante 60% si divide tra le vittorie “piene” del contribuente (circa 30%), giudizi “intermedi”, in cui viene data in parte ragione al contribuente e in parte all’ente (circa 10%), oppure situazioni nelle quali i processi vengono estinti per varie cause (circa 20%). E l’andamento degli anni successivi non è migliore. Le statistiche ufficiali MEF per il primo trimestre 2013, pubblicate recentemente, evidenziano una percentuale di vittorie “piene” dell’Agenzia delle entrate solo pari al 35,62% nei giudizi in primo grado e del 36,16% dei giudizi in secondo grado e di vittorie piene dei contribuenti pari al 26,36% in primo grado e 8,19% in secondo grado. Ma intanto e comunque bisogna pagare, e subito. Forse un giorno si vincerà il ricorso e forse, un giorno, ma molto lontano, qualcuno potrebbe ricevere un rimborso. Ma anche nel campo dei rimborsi la situazione si fa molto difficile, perché se sono trascorsi tre mesi dalla domanda e l’ufficio non ha risposto vige l’istituto del silenzio-rifiuto.  In questo caso si è obbligati a fare ricorso alla commissione tributaria, con altri oneri e altre spese legali e burocratiche. Ovviamente se la cifra non è così alta da giustificare i costi dell’iter legislativo si lascia perdere, e loro hanno vinto un’altra volta. Conviene non rispondere, vero?

Il dubbio è forte e non ci dà tregua: possibile che questi sapientoni dell’agenzia delle entrate non sappiano far di conto, e prima di mandare questi veri e propri “atti minatori” a casa delle persone non controllino con attenzione di non aver fatto errori, anche grossolani, di valutazione? No, non è proprio possibile. Abbiamo la sensazione che ci provino: se il contribuente non si accorge dell’errore fiumi di euro arriveranno in cassa, se il contribuente se ne accorge in tempo per fare ricorso allora tocca fare marcia indietro. Ma anche in questo caso, se i termini per il ricorso sono scaduti deve pagare comunque, anche se si è accorto dell’errore e può ottenere l’autotutela. Poiché concederla è discrezionalità dell’agenzia: il contribuente deve subire e basta. Tanto non puo’ più fare altro.

Al Sud è peggio

Tra i molti casi e le molte testimonianze di ingiustizia tributaria c’è  l’esempio di Napoli. Umberto De Gregorio di Repubblica.it racconta: Quando un ufficio fiscale accerta un reddito omesso in capo a un contribuente, e tale contribuente, ritenendo infondata la pretesa, presenta ricorso in commissione tributaria, in attesa che i giudici depositino la sentenza (talvolta occorrono anni) le norme prevedono che, in ogni caso, l'ufficio possa iscrivere a ruolo un importo pari alla metà della maggior imposta accertata. Quindi l'avviso di accertamento, fondato o infondato che sia, si trasforma in cartella esattoriale, ovvero in un titolo esecutivo che determina poi, in caso di non pagamento, azioni tipo sequestro, ipoteca, pignoramento”. Prosegue De Gregorio: “Le norme prevedono anche che il contribuente, nel presentare ricorso, possa contestualmente chiedere la ‘sospensione’ del pagamento. I giudici, in tal caso, dovranno in un primo momento, e quindi nel giro di poche settimane, prima che l'accertamento si trasformi in cartella, valutare se sussistono i presupposti per concedere la sospensione”. In un secondo momento i giudici devono valutare se nel merito il ricorso è fondato. “Ebbene a Napoli questo doppio binario è stato di fatto abolito.Il contribuente che presenta ricorso in commissione tributaria con istanza di sospensione non viene chiamato a discutere la sospensione entro poche settimane, e poi con calma il merito (come avviene ad esempio a Milano), ma viene chiamato direttamente a discutere merito e sospensione insieme, dopo mesi o anni, quando oramai il pagamento dell'imposta accertata è già avvenuto. Se il ricorso era fondato gli verrà riconosciuto un credito nei confronti dello Stato. Che poi per incassarlo servano anni o decenni è affar suo. Se il ricorso era infondato, dovrà pagare immediatamente il saldo.Si tratta di un sistema di giustizia barbaro, dove di fatto il contribuente è esposto agli umori dei funzionari degli uffici fiscali”. In pratica viene annullato il diritto a ottenere la sospensione del pagamento immediato se tale pagamento è in grado di determinare un "danno grave e irreparabile" al contribuente.

Diritti calpestati

L’evasione fiscale va combattuta, ma la verità è che per fare gettito si stanno calpestando i diritti dei contribuenti senza alcuna pietà. Esiste la figura del Garante del contribuente, che dovrebbe essere proprio colui che garantisce il comportamento leale delle Stato e interviene là dove vengono commesse ingiustizie. Ma sembra solo una figura finta, “di facciata”, perché di fatto la situazione sta diventando sempre più grave e seria. La lotta all'evasione fiscale si dovrebbe accompagnare a un comportamento leale dello Stato, che dovrebbe essere tanto veloce nell'incassare i propri crediti, quanto pronto a pagare i propri debiti. Ma non sta succedendo questo, bensì il contrario. Lo Stato non solo non assolve i propri debiti, ma sta derubando i cittadini di denaro non dovuto, chiedendo somme consistenti e prelevandole di fatto con metodi forti, da regime poliziesco. L’IMU in confronto è una bazzecola. La sensazione è che si voglia risanare il debito pubblico prelevando, col cappuccio in testa, migliaia di euro qua e là a chi non è in grado di difendersi.

Attenzione però, il copione del film prevede che una volta fatto “secco” il vampirizzato rinasca zombie. Cari funzionari dell’agenzia delle entrate, scagnozzi complici del grande aguzzino senza scrupoli, fossi in voi non mi fiderei di stare per strada in questo periodo. 

Ne riparleremo ancora.

 

Elle Driver