Quanti soldi pubblici prendono le tv abruzzesi?

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In un periodo di ristrettezze economiche e di crisi le istituzioni chiedono ai cittadini grossi sacrifici per rimettere su l'economia. Dove lo Stato non riesce ad arrivare con le parole ci arriva con il braccio armato di Equitalia. È giusto spolpare i cittadini ed elargire fondi pubblici all'editoria? Noi crediamo di no. Tv e giornali non devono essere finanziati dallo Stato e, soprattutto, gli imperatori non devono usarli come megafoni. AI SENSI DELL' ARTICOLO 7 DELLA LEGGE N.422 DEL 1993 lo Stato permette a editori privati di ricevere cospicui compensi per le loro attività editoriali. 

Il governo vuole dare ancora soldi a pioggia per tv e giornali

Giovanni Legnini, sottosegretario con delega all'Editoria, è convinto che per contrastare la crisi nelle aziende del settore bisogni rifinanziare la legge 416. Legnini vorrebbe prendere i soldi dai motori di ricerca come Google. Insomma la tecnologia innovativa che finanzia quella morta e sepolta. Perché, sottosegretario, non chiedere ai blogger di finanziare la ricostruzione delle televisioni a valvola?

Sperpero del denaro per dare "voce alle minoranze"

Per giustificare tale ipotesi ignobile, i governanti si appellano alla garanzia del pluralismo e alle salvaguardie delle minoranze. In realtà i potenti di turno, sempre a braccetto con tv e stampa, intendono tenere su i loro "camerieri" che li assecondano nelle loro iniziative politiche. 

Come i giornali accedono ai contributi pubblici 

Il Decreto Legge del 18 maggio 2012, n. 63, convertito con modificazioni con legge il 16 luglio 2012, n. 103 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 20 luglio 2012 prevede le «disposizioni (…) in materia di riordino dei contributi (…)» per le imprese e le cooperative  editrici. I giornali nazionali devono essere distribuite in almeno 3 regioni, con una percentuale di distribuzione in ciascuna non inferiore al 5% di quella complessiva e vendere almeno il 25% di quelle distribuite. Tra l'altro, 

Le cooperative editrici devono essere composte in prevalenza da giornalisti con la maggioranza di contratti a tempo indeterminato. Per quanto riguarda le imprese editrici di quotidiani le ricezione dei contributi è collegata all’avere almeno 5 dipendenti «con prevalenza di giornalisti» a tempo indeterminato (3 se sono testate periodiche).

Contributi diretti

I calcoli si basano sul 50% dei costi per il personale dipendente, per l’acquisto della carta, della stampa e per gli abbonamenti ai notiziari delle agenzie. Cifra che non può superare 2.500.000 euro per i quotidiani nazionali (1.500.000 per quelli locali, 300.000 euro per i periodici). Spese tracciabili legate direttamente all’esercizio dell’attività editoriale e risultanti «dal bilancio di esercizio dell’impresa richiedente i contributi e dal relativo prospetto analitico dei costi». Le quote per copia venduta sono di un massimo di 0,25 per i quotidiani nazionali (0,20 euro per i locali e 0,40 euro per i periodici) che non può superare l’effettivo prezzo di vendita di ciascuna copia. L’importo complessivo deve essere massimo di 3.500.000 di euro per i quotidiani (200.000 euro per i periodici).

I contributi indiretti

Questi contributi non si riescono a quantificare in maniera precisa vista la scarsità d'informazioni ma sappiamo che, oltre all'Iva al 4% e agli sconti postali, gli editori hanno importanti agevolazioni in altre voci di capitolo.

A chi vanno e quanto

Il finanziamento pubblico all’editoria per l’anno 2011 – l’ultimo disponibile – è andato a:

  • Radio (di informazioni generale e di organo di movimento politico) un totale di 7.838.556 milioni di euro, dove da padrone la fa Radio Radicale con i suoi 4 milioni di euro, seguita da Ecoradio con 1.825.830 euro.
  • I ventidue “Quotidiani editi da cooperative di giornalisti” hanno usufruito di 21.505.224 euro. Tra di essi Il Foglio di Giuliano Ferrara con 2.251.696, Il Manifesto con 2.598.362 euro, ma anche Il Denaro con 1.261.583 euro, La Verità per Sport con 1.117.710 euro e Il Corriere Mercantile e i suoi 1.594.637 euro.
  • Per i tredici “Quotidiani editi da imprese editrici la cui maggioranza è detenauta da cooperative , fondazioni o enti morali” la cifra è stata di 23.091.613 con i tre primi posti conquistati da Avvenire (3.769.672 euro),Italia Oggi (3.162.411 euro) e Cronaca Qui.it (2.436.274 euro).
  • Dieci “Organi di partito” che hanno preso in totale 16.625.335 euro. Importanti nomi e cifre come Europa (2.343.678 euro), La Padania(2.682.304), Il Secolo D’Italia (1.795.148 euro) e L’Unità con 3.709.954.
  • Una selva di 164 periodici che si sono spartiti in totale 10.951.588 euro. Si va da Motocross con 263.033 euro, passando per Left (268.334 euro), Il Salvagente (367.900 euro), Il Sole delle Alpi (248.830 euro), Sprint e Sport(343.188 euro) fino a Tempi con 354.757 euro. Da segnalare 92 riviste diocesane senza scopo di lucro che hanno ottenuto  2.970.907 euro. La più nota è Famiglia Cristiana (208.178 euro).

Italia anomalia mondiale

La situazione italiana è quantomeno scandalosa agli occhi del mondo. In Europa invece tale sistema è abbastanza diffuso in alcuni paesi. Non per questo bisogna copiare leggi da altri paesi se queste sono sbagliate. Portare in Italia sperimentato in altri paesi vuol significare solo una cosa: aiutare lobby e amici a proliferare nel settore dell'informazione e dell'editoria in maniera incontrollata.

Il Legnini pensiero

L'avvocato prestato alla politica e successivamente all'editoria, in un'intervista a "Lettera 43" ha difeso la scelta dei contributi a pioggia a Tv, radio e carta stampata.

DOMANDA. Facciamo un po' di chiarezza sul fondo per l'editoria. Quanti soldi ci sono in cassa?
RISPOSTA. Per il 2013 sono stati stanziati 95 milioni di euro. Per il 2014 e il 2015 rispettivamente 53 milioni. E parliamo dei contributi diretti.
D. Nel decreto che ha sbloccato il pagamento alle imprese dei debiti della pubblica amministrazione, 17 milioni di euro sono stati pescati dal fondo per l'editoria 2015. Lei dice che verranno ripristinati. Con quali risorse?
R. I 17 milioni sono quelli che mi preoccupano meno. È vero che è stata una decisione improvvisa, non meditata, ma sarà attuata nel 2015, quindi abbiamo un po' di tempo per porvi rimedio con la legge di stabilità.
D. C'è chi vorrebbe che queste risorse venissero destinate ad altri settori produttivi. E chi invece le considera insufficienti a sorreggere un comparto in profonda crisi. Lei da che parte sta?
R. È evidente che dobbiamo integrare i 53 milioni previsti per il 2014 e il 2015 con la legge di stabilità, fino ad arrivare agli attuali 95 milioni. Ma spero di poter destinare al settore anche qualcosina in più, stante la drastica decurtazione delle risorse progressivamente effettuata nel corso degli anni.
D. Insomma di abolire il finanziamento pubblico ai giornali non se ne parla.
R. Sarebbe un grave errore. Esiste in tutta Europa, in diverse forme. L'editoria è un settore che va incentivato.
D. E sottoposto ai raggi X. Non si contano più i casi di pubblicazioni truffa messe in piedi solo per ottenere i rimborsi dello Stato.
R. Penso che il sistema di repressione degli illeciti che è stato messo in piedi negli ultimi mesi dal dipartimento dell'Editoria insieme con la Guardia di finanza funzioni. Tant'è che finora sono stati recuperati 10 milioni di euro smascherando le frodi. Ho intenzione di rendere ancora più efficienti se possibile i controlli e trasmettere un messaggio di rigore.
D. Ma è giusto che giornali di partito con una bassissima tiratura continuino a prendere soldi pubblici?
R. L'intervento normativo dello scorso anno, il decreto 63 del 2012, ha fatto fare passi avanti rilevanti sotto il profilo dei requisiti di ammissibilità ai rimborsi e di tracciabilità dei pagamenti. I criteri stabiliti dovranno rigorosamente essere rispettati. Chi sbaglia paga, restituisce, e va sotto processo. Dobbiamo attuare pienamente le disposizioni di legge.
D. Ha in cantiere anche nuove proposte di legge?
R. Prima di fare una nuova legge bisogna applicare quella che c'è. Poi inizieremo a lavorare anche a interventi normativi per incentivare l'innovazione nel settore dell'editoria.
D. Sulle start up editoriali digitali l'Italia è indietro di un decennio rispetto a Paesi come la Francia, in cui le testate web sono equiparate da tempo a quelle cartacee e usufruiscono dell'Iva agevolata e del credito d'imposta.
R. Il decreto 63 ha stabilito delle norme per incentivare il passaggio dalla carta al digitale. Mi rendo conto che non è sufficiente ma è un primo passo importante. Sulle imprese che lavorano solo sul digitale poi occorre condividere l'azione con il ministero dello Sviluppo economico che è competente sulle start-up.
D. Anche un intervento sull'Iva è materia di altri ministeri?
R. È una cosa che va decisa a livello europeo. In ogni caso bisogna pensare a una normazione complessiva che affronti molti temi, dall' innovazione all'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Per le imprese digitali poi c'è anche un altro problema.
D. Quale?
R. Occorre definire cosa è un giornale online. Terreno che si può prestare ad abusi anche maggiori rispetto a quelli scoperti nella carta stampata.
D. Su quali linee guida orienterà un eventuale intervento legislativo?
R. L'editoria è settore contemporaneamente in forte crisi e in forte evoluzione. Le due direttrici si devono ricongiungere. Bisogna superare le crisi favorendo l'innovazione.

Speriamo che Legnini si fermi qui con le proposte di legge e non faccia altri danni.

Conributi regionali

Il quadro dei contributi nazionali è più o meno chiaro per ciò che riguarda finanziamenti alla carta stampata ma se si entra nel labirinto dei contributi alle tv non si riesce a cavarne un ragno dal buco. Non sappiamo quanti soldi finiscono nei conti correnti di editori tv nazionali e locali. In Abruzzo non siamo riusciti ad avere nessuna informazione. La settimana scorsa abbiamo saputo solo che il presidente della Regione Gianni Chiodi, il presidente del Corecom Abruzzo, Filippo Lucci e tutti gli editori delle televisioni locali, si sono incontrati per discutere di finanziamenti. Dalla riunione non è trapelato nulla. Chissà perché.