Julian Assange, l’uomo che ha rivoluzionato l’informazione lasciato “morire” in una stanza

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Un amico che gli fa visita regolarmente riferisce che Assange teme il fatto che il governo dell’Ecuador voglia riconsegnarlo all’America.

di Antonio Del Furbo



E, infatti, il governo ha recentemente sostituito i diplomatici dell’ambasciata che, al momento, non appaiono molto amichevoli con il rifugiato. L’anno scorso, i procuratori federali statunitensi nello stato della Virginia hanno erroneamente reso pubblico un documento in cui si diceva che Assange era stato segretamente incriminato.

Oggi Assange, dopo averci rivelato il lato oscuro del potere, è stato abbandonato al suo trista destino da tutti: dagli intellettuali alla gente comune. Chi fino a ieri lo osannava oggi, probabilmente, non ricorda nemmeno chi è. Assange, mettendo in pericolo la sua vita, ci ha resi tutti un po’ più consapevoli e, dunque, più liberi. Non si sa che fine farà l’uomo che ha rivoluzionato l’informazione e che da anni ormai vive in una “stanzetta-prigione”, senza che nessuno muova un dito per salvarlo. Chi ha sposato la causa WikiLekas ha dimenticato tutto. Julian Assange sta morendo giorno per giorno: l’ambasciata ecuadoregna di Londra, che finora l’ha tenuto al riparo dall’estradizione, potrebbe non tutelarlo più. Proprio perché gli Usa stanno premendo fortemente per la sua estradizione sull’Ecuador e sulle autorità britanniche. La situazione è tesa e le teste di cuoio inglesi potrebbero fare irruzione nella sede diplomatica e caricare Assange. L’unico ad aver protestato sotto l’ambasciata è il giornalista Paolo Barnard che ha presidiato il “carcere” di Assange, agitando vistosi cartelli. Desolazione e solitudine. I giornalisti del “Guardian”, all’epoca i primi a presentare Assange come un eroe, ora confessano di essere intimiditi e ricattati e proprio per questo nessuno rimetterà in prima pagina il direttore di WikiLeaks.

Dopo aver fatto da sentinella per 11 giorni sotto la finestra dove il giornalista australiano è sostanzialmente detenuto, Paolo Barnard getta la spugna. Resta in silenzio anche il più valido tra gli attivisti, John Pilger che, dopo aver santificato Assange, oggi lo ha abbandonato al suo destino.

Dal 2007, WikiLeaks ha pubblicato oltre un milione e 200.000 documenti riservati: dalla guerra in Afghanistan fino alle rivelazioni sulla corruzione in Kenya. Grazie a WikiLeaks il mondo ha scoperto come vengono torturati i prigionieri catturati dagli Usa e detenuti a Guantanamo. Proprio nel 2010 Assange svelò il contenuto di alcuni documenti riservati dai quali emersero aspetti nascosti della guerra in Afghanistan: civili assassinati, occultamento di cadaveri, esistenza di un’unità segreta americana dedita a “fermare o uccidere” i Talebani anche senza un regolare processo. Il 7 dicembre 2010, Assange si presentò spontaneamente a Scotland Yard, dove venne arrestato (su mandato di cattura europeo). Dopo nove giorni di carcere venne rilasciato su cauzione. Il vero pericolo, da allora, è la possibile richiesta di estrazione negli Usa, una volta che Assange venisse trasferito in Svezia: l’accusa per spionaggio, negli Stati Uniti, può costare l’ergastolo e anche la pena di morte.

Il fondatore di WikiLeaks è segregato dal giugno del 2012 nell’ambasciata londinese dell’Ecuador, paese a cui aveva chiesto asilo politico. Lo status di rifugiato gli è stato concesso il 16 agosto 2012 dal governo di Rafael Correa, proprio per il timore che la Gran Bretagna lo arrestasse per estradarlo a Stoccolma. A gennaio 2016, il gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla Detenzione Arbitraria ha decretato che la permanenza forzata di Assange nell’ambasciata è configurabile come “detenzione arbitraria e illegale” da parte di Gran Bretagna e Svezia. Anche per questo, l’11 gennaio 2018 l’Ecuador ha confermato di aver concesso ad Assange la propria cittadinanza.

Forse non ci rendiamo conto ma il simbolo del libero giornalismo non solo rischia un processo ma c’è il rischio che un giudizio sommario possa aprirgli le porte della condanna a morte.

Il neo-eletto presidente dell’Ecuador, Lenìn Moreno, ha definito il direttore di WikiLeaks “un sasso che mi sono ritrovato nella scarpa”, e gli è totalmente ostile. “Lo stanno demolendo nella psiche e nel corpo per costringerlo ad arrendersi e a uscire” spiegano fonti interne all’ambasciata. “British Medical Journal” ha mandato uno specialista a visitarlo e ha denunciato come risultino “drammatiche” le sue condizioni di salute, fisiche e mentali, dopo 6 anni di questo tipo di prigionia. “Da poche settimane –spiega Barnard- si è venuto a sapere che ora esiste ufficialmente in America un’imputazione (cosiddetta segreta), cioè un capo d’accusa, contro Assange, cosa che prima mai era stata rivelata, ma che tutti temevano”. “Il timore dell’esistenza di questa imputazione tenuta nascosta -aggiunge Barnard- è stato precisamente il motivo per cui Julian Assange da 6 anni è costretto a vivere segregato nell’unica ambasciata che gli ha dato asilo, ma che ora gli è nemica. Ce ne sarebbe abbastanza per mobilitare almeno l’opinione pubblica, attraverso la stampa. E invece -precisa Barnard- arriva un’altra amara sopresa: i giornali non parlano più di Assange, perché sono stati minacciati.

Luke Harding, editorialista di un quotidiano inglese, ora pubblica ora uno “scoop” proprio sul “Guardian”: Paul Manafort, il gran manager elettorale di Trump, secondo Harding avrebbe visitato Assange all’ambasciata diverse volte, e questo proverebbe che in realtà WikiLeaks ha davvero subdolamente pubblicato le nefandezze della Clinton per aiutare Donald, sotto ordini di Mosca. “La stampa mondiale riprende il cosiddetto scoop di Harding, e questo sembra essere il colpo di grazia per Julian. Ma in meno di 48 ore il tutto cade a pezzi”, scrive Barnard. “In una settimana Harding viene demolito, al punto che il “Washington Post” scrive che il suo scoop sembra sempre più “una bufala””.

Che fine farà Assange?

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