La morte di una donna, per la giustizia italiana, vale 17 anni di carcere per l’assassino. Non in mio nome.

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La storia è quella di una 45enne, Monia Di Domenico, uccisa dal suo sicario per mille euro.

di Antonio Del Furbo

La donna, psicologa, era stata colpita con 16 sassate al volto e successivamente “scannata” con un vetro del tavolino dove l’assassino l’aveva scaraventata. Il suo aguzzino, poi, l’aveva avvolta nel lenzuolo e, dunque, trascinata nel soffitto del proprio condominio di Francavilla al Mare per occultarne il cadavere. Dopo 33 minuti Monia morì.

Oggi la giustizia, per mezzo dei giudici della Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila, ci fa sapere che la crudeltà usata da un uomo nei confronti di una donna può essere tradotta, in nome del popolo italiano, in 17 anni di reclusione.

È evidente che io non mi sento “complice” di questa giustizia. Né tantomeno desidero che il mio nome venga accostato, seppur minimamente, a tale giustizia.

Non posso accettare che una donna venga uccisa per il solo fatto di aver chiesto al suo aguzzino la somma arretrata di un affitto. Mille euro appunto. Non ci siamo. Una Corte non può ridurre una condanna da 30 anni (decisa in primo grado del tribunale di Chieti) a 17 anni di reclusione dopo che il colpevole ha massacrato un essere umano con 16 colpi al volto e alla testa con un sasso e un pezzo di vetro.

E non posso accettare che i giudici abbiano ritenuto che non ci fosse l’aggravante della crudeltà, che era stata riconosciuta nel processo di primo grado.

Non posso accettarlo ed è per questo che, in nome di un popolo italiano, mi sputo in faccia. Esattamente come dovrebbe fare qualcun altro con un po’ di dignità davanti a una donna che, appresa la sentenza, ha portato le mani al viso in segno di disperazione per la perdita della propria figlia.

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