“La toga nera”: nefandezze di un giovane magistrato teatino

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È una storia accaduta nella Teate degli anni ’70. Una storia romanzata da un giornalista che di quegli anni ha scoperto vizi e virtù di una città un po’ snob e un po’ ‘massona’. Una storia incredibilmente attuale. 

Il retroscena è quello di un mondo che tende a “occultare fatti e misfatti”. Lui, un giovane magistrato, che viene trasferito per lavoro nella sua terra d’origine. Una terra che, allo stesso tempo, gli riconosce l’autorevolezza al punto da permettergli ogni squallida manovra nella costruzione di vicende impensabili. Tutto in una calma apparente di una città soprannominata ‘camomilla’ che fa da scenario ad efferati e inimmaginabili crudeltà del mondo della giustizia.

“La legge si applica per i nemici e si interpreta per gli amici”. Ne è convinto Gino Di Tizio, l’autore de ‘La toga nera’ che in occasione di una ristampa del libro, racconta retroscena riconducibili alle attività odierne di certi magistrati. “Ricordo la lunga fila di persone che si recavano in quegli anni da Remo Gaspari. Era quasi un pellegrinaggio. Tra quelle persone c’erano anche magistrati”.

Era il Remo Gaspari che, per molti, ha fatto grande l’Abruzzo. Lo ‘zio Remo’ che ascoltava con il cuore e ragionava con la testa. L’onorevole che ha creato la Val di Sangro permettendo lo sviluppo di un’area industriale che per oltre un trentennio ha dato lavoro a migliaia di abruzzesi. Quello ‘Zio’ che aveva a cuore i problemi dei suoi corregionali e che ha gestito flussi di denaro proveniente dalla Comunità europea. Quel Gaspari che ha capito che c’era una regione da ‘costruire’ e da proiettare verso gli anni duemila.

“Oggi la magistratura ha abbandonato l’alveo liberale che l’ha contraddistinta per anni per tuffarsi, dalla ‘tangentopoli’ in poi, in un terreno che non gli appartiene” ha detto Paolo Ciammaichella, ex assessore regionale della Democrazia Cristiana. “La magistratura ha assunto un ruolo politico e questo ha permesso una degenerazione del sistema. Siamo arrivati alla frutta e non so se si riuscirà a trovare una soluzione” ha detto ancora l’ex esponente Dc. 

E se oggi un’anomalia c’è appare evidente che la grossa responsabilità appartiene al passato. “Per anni la magistratura è stata sotto scacco della politica” afferma Stefano Trinchese, Direttore del Dipartimento di Lettere, Arti e Scienze Sociali dell’Università G.D’Annunzio. Potrebbe essere, quindi, che la ‘clava’ usata da certa magistratura per far fuori una certa classe politica sia stata agevolata anche dagli anni di totale sottomissione del potere giudiziario a quello legislativo. Trinchese non ha dubbi:”il liberismo è il terreno naturale per arrivare al fascismo”.

Vito Moretti, poeta e docente dell’Università G.D’Annunzio, ha parlato dell’impresentabilità di certi giudici:”nella mia San Vito c’era un giudice che nessuno conosceva. Mai visto in giro perché il magistrato preferiva svolgere, soprattutto per il suo ruolo sociale, una vita estremamente riservata. Oggi, invece, assistiamo a vicende come quelle di Luigi De Magistris come se tutto fosse normale. Un uomo che ha indagato persone che non doveva e non poteva indagare.”

Resta da capire se lo stesso De Magistris fosse rimasto nella magistratura sarebbe stato condannato ugualmente.

ZdO 

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