L’Abruzzo saluta l’arrivo di Riina jr. Non tutto per fortuna

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Giuseppe Salvatore Riina, subito dopo la sentenza di revoca delle misure di sicurezza a cui era sottoposto, ha affidato a Facebook le sue parole di soddisfazione.

“Focalizza un obiettivo. Combatti per esso. Affronta le tue paure. Non smettere di credere in te”. Parole scritte dopo la decisione del Tribunale di sorveglianza di Pescara di renderlo uomo libero. Completamente libero. Il 41enne terzogenito di Totò Riina era stato trasferito da Padova alla Casa Lavoro di Vasto. Qui ha conosciuto don Silvio Santovito, parroco di Casalbordino, e la realtà della fattoria Vita Felice, “dove ha intrapreso un nuovo percorso di vita. Si è adoperato molto per la comunità” sottolinea l’avvocato Gubitosi.

di Antonio Del Furbo

Una decisione quella del giudice che ha generato non poche perplessità. Proprio come spiega il difensore di Riina la decisione del giudice Marta D’Eramo, di concedere la completa libertà a Riina “è stata una scelta inusuale” poiché solitamente si passa prima da un regime controllato per poi arrivare alla completa libertà. “Il giudice ha fatto una scelta di coraggio e lo ringraziamo”.



L’arrivo di Riina ha sollevato una voce di protesta e riflessione da parte del Movimento delle Agende Rosse d’Abruzzo che ha tenuto a ricordare la data del 18 maggio 2019, ovvero “l’ottantesimo compleanno di Giovanni Falcone” e “tra qualche giorno sarà il ventisettesimo anniversario della strage di Capaci”. C’è bisogno, dunque, di proseguire l’impegno “denunciando, indignandosi, cercando ogni giorno di essere costruttori del vento libero che può spazzare via ogni puzzo mafioso o simile”.

Le Agende Rosse spiegano che “proprio alla vigilia del compleanno di Giovanni Falcone, sono state revocate le misure restrittive al terzogenito di Totò Riina. E, tra una riga e l’altra, trapela l’esaltazione per la sua nuova presunta vita caritatevole a Casalbordino. Una nuova vita – sottolineano – fu quella di Rita Atria. O di Peppino Impastato. La stanno costruendo personaggi come Antonio Piccirillo e Giosué D’Agostino. Ci sconcerta e rende perplessi invece che il suddetto terzogenito da una parte sbandiera questa nuova vita caritatevole a Casalbordino, dall’altra non ha mai preso le distanze (anzi lo celebra ancora) dal padre boss. Le parole da lui scritte nelle ultime ore del padre, ma anche in queste settimane, sono ben distanti da quelle di Piccirillo (figlio del criminale Rosario Piccirillo sceso in piazza contro la camorra ndr). Nel 2001, passando in autostrada all’altezza di Capaci, disse ‘Ci appizzano (appendono) ancora le corone di fiori a ‘stucosu (a questa cosa)…’. Non ci risulta abbia mai preso le distanze, chiesto scusa e rinnegato queste (e tante altre) espressioni. Non c’è neanche bisogno di aggiungere altro”.

‘Salvuccio’ Riina ha avuto rapporti con alcuni spacciatori di cocaina. Il più grande dei figli del capo dei capi, Giovanni, è invece rinchiuso all’ergastolo. Poi c’è il bistrot al numero 19 di Rue Daru, nel centro di Parigi: “Corleone by Lucia Riina”. A gestirlo l’imprenditrice figlia del capo dei capi di Cosa nostra morto in carcere nel novembre 2017. “Vita nuova. E presto i miei nuovi dipinti”, ha annunciato su Facebook. L’altra figlia femmina, Maria Concetta, vive in Puglia col marito: anche loro sono molto social nel rivendicare il diritto a una “vita normale”. Ma resta il mistero del tesoro dei Riina, che la procura di Palermo non ha mai smesso di cercare.

Spunti che sono arrivati dalle intercettazioni del capo dei capi nell’ambito del processo “Stato-mafia”: “Se recupero pure un terzo di quello che ho, sono sempre ricco”, diceva al suo compagno dell’ora d’aria. Recuperare il tesoro forse per aumentare i dividendi che periodicamente arrivano a Corleone, dove vive la vedova del boss. Probabilmente, soldi di affitti o società in mano a insospettabili. Una pista d’indagine porta in Svizzera, dove Lucia è stata negli ultimi anni assieme al marito.

“Comportamenti che in un Paese normale dovrebbero essere comuni e popolari – aggiungono le Agende Rosse – e invece vediamo che personaggi con comportamenti di tutt’altra pasta vengono festeggiati e accolti. E chi si indigna e denuncia troppo spesso viene isolato e additato al pubblico ludibrio. Tutto questo trasforma le commemorazioni di un giorno in ipocrita risciacquatura di coscienze, non è memoria ma offesa.”

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