Microcredito M5S, a decidere a chi destinare i fondi sono i soliti noti: banche e Confidi

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La battaglia contro il sistema continua incessantemente e consiglieri, deputati e senatori grillini si scontrano, spesso, con uno Stato tutt’altro che liberale.

di Antonio del Furbo

I cittadini italiani, inutile ripeterlo, sono, da sempre, schiavizzati e oppressi da uno Stato illiberale e, per i tempi che corrono, antidemocratico. È l’italietta fatta di lobby, quartierini, famiglie, poteri, associazioni e confederazioni che non mollano l’osso. Per nessun motivo al mondo. Ed è proprio questa italietta che blocca lo sviluppo ed è concentrata a mantenersi i privilegi.

Basti pensare allo scandaloso mondo del pubblico impiego che, appunto, solo in Italia ha trovato e continua a trovare terreno fertile per privilegi grazie anche e soprattutto all’opera dei sindacati. Così, l’italietta che loro ci hanno lasciato è quella fotografata dall’Ocse che ha rivisto in ribasso le stime dello sviluppo nel 2016 portandolo dal +1,4% al +1% e che, in realtà, dovrebbe attestarsi intorno al +0,7%. Per intenderci in America è previsto, sempre per il 2016, una crescita del +2,4%. Ma lì parliamo di un mondo in cui continuano a nascere aziende come Google e Facebook che dominano la scena economica mondiale. In Italia, invece, si continua a preferire uno Stato che domina sulle persone e sulla libera iniziativa. Questioni di scelte.

Accade così, che un Movimento nato per ‘abbattere’ il sistema è costretto a scenderci a patti per poter dare delle opportunità a chi non le ha più. Gli oltre 15 milioni di stipendi restituiti dagli eletti M5S non sarebbero potuti essere distribuiti a chi avrebbe voluto avviare un’attività se non fossero stati chiamati in causa banche e Confidi. 

Il Fondo di garanzia, istituito presso il ministero dello Sviluppo economico (Mise), complessivamente ha un fondo di oltre 1,5 miliardi di euro e che servirebbe a permettere alle piccole imprese di ottenere finanziamenti dalle banche senza fornire in cambio una garanzia reale. Servirebbe, perché in realtà, nonostante il fondo garantisca alle banche l’80% del valore finanziato, gli istituti chiedono garanzie per l’accesso al credito. Non solo. Le stesse banche chiedono anche interessi sul capitale. Si va, così, dal 2,95% della BCC Aquara al 5,89% di Intesa San Paolo fino ad arrivare al 9,63% di BNL/Artigiancassa.

Finito qui? No. C’è altro.

Il fondo non è concedibile a tutti ma solo a Professionisti (iscritti agli ordini professionali o aderenti alle associazioni iscritte nell’apposito elenco tenuto dal MiSE) e imprese individuali titolari di partita IVA da non più di cinque anni e con massimo 5 dipendenti; Società di persone, società a responsabilità limitata semplificata o società cooperative titolari di partita IVA da meno di cinque anni e con massimo 10 dipendenti. Per chi vuole avviare un’attività da zero c’è bisogno di un business plan e di un garante.

Dunque, il microcredito non è altro che quello introdotto in Italia con la finanziaria del 1997 in cui lo Stato, attraverso il MISE, presta garanzia alle banche al posto del beneficiario. Ciò permette l’accesso al credito a quei soggetti che, senza garanzie, non potrebbero ottenere un prestito.  

E non è finita.

Nelle regioni Toscana, Marche e Abruzzo la richiesta di ammissione può essere presentata solo da un Confidi. In Abruzzo, ad esempio, attraverso un avviso pubblico la gestione delle domande è stata affidata alla CONFIDI CREDITFIDI s.c.r.l. Il consorzio di garanzia gestirà 1.6milioni di euroChi vorrà presentare domanda per accedere al fondo dovrà sborsare 50 euro di quota d’iscrizione (e scusate se è poco per chi cerca di consolidare o avviare un’impresa) più l’1% sul credito ottenuto alla banca e al Confidi. In più dovrà tenere conto del tasso d’interesse al 3.5%.

Numeri alla mano per i Confidi il giro d’affari è notevole. Ipotizzando un credito a un’azienda di 25mila euro, banca e Confidi s’intascano 250 euro ciascuno per un totale di 500 euro tolti al beneficiario del fondo. Poi c’è il tasso d’interesse che, su cinque anni, arriva a 4375 euro. E, come se non bastasse, tutte le richieste di finanziamento devono rispettare i requisiti di bancabilità e avere la benedizione della Banca del Lavoro.

A questo punto è chiaro che un’iniziativa lodevole stia diventando, per colpa di un sistema ‘incancrenito’, una ‘non opportunità’ per molti. E ad accorgersene sono stati proprio i 5 Stelle che stanno cercando di capire come revisionare i meccanismi.

Ci si è resi conto che si rischia di finanziare impropriamente chi potrebbe avere prestiti normalmente. Si sta dando l’opportunità alle banche di utilizzare il fondo non per fare nuovo credito ma per rinnovare prestiti esistenti, sgravandosi delle coperture di capitale normalmente richieste”.

Infatti è un prestito bancario a tutti gli effetti. Alla banca non interessa immobili o altro ma solo che la rata venga rimborsata. Sempre in Abruzzo le pratiche istruite e andate a buon fine sono 9. Altre 21 attendono di essere esaminate.

E per quelle iscritte nella CRIF o per le aziende che, specie per la gravissima crisi che si sta protaendo dal 2008, sono andate in difficoltà e per il quale l’anima dell’iniziativa era destinata, che fine faranno?

L’impressione è che tirando dentro l’iniziativa pezzi del sistema che hanno generato la crisi non si sia risolto nulla. I soldi finiscono nuovamente in mano alla banche che decideranno le sorti del sistema produttivo e di chi ha in mente un sogno da realizzare. 

La speranza, almeno, è che in Abruzzo venga votata la legge “ammazzasuicidi” presentata dal consigliere pentastellato Domenico Pettinari che prevede un concordato tra debitore e creditore. Almeno si salverebbero tante di quelle persone che il sistema ha buttato fuori dalla società. 

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