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Minacce a blogger e giornalisti: quando la mafia si equipara ai “leoni da tastiera”. Il caso Filippo Roma.

Notizie

Un tempo i giornalisti venivano minacciati dalle mafie. Oggi no. Un tempo i giornalisti venivano minacciati da delinquenti e poteri opachi. Oggi no. Qualcosa è cambiato. Le minacce arrivano dal basso, dalle “tifoserie” politiche. Perché?

di Antonio Del Furbo

Quello che è accaduto a Filippo Roma è esemplare: un manipolo di “assassini del linguaggio” ha augurato persino la morte del giornalista delle Iene. Motivo? Essersi occupato della famiglia del vicepremier Luigi Di Maio. Del padre in particolare. Antonio Di Maiocome abbiamo raccontato, avrebbe fatto lavorare persone in nero, eretto costruzioni abusive con una società intestata alla moglie che, tra l’altro, è ufficiale pubblico. Dopo i due servizi sul lavoro nero nell’azienda di famiglia del ministro del Lavoro, alla Iena sono arrivati insulti e minacce del tipo: “Se ti incontro per strada ti ammazzo”. 

Filippo Roma nell’intervista che ci ha rilasciato in esclusiva ha sdrammatizzato un po’ il clima d’odio nei suoi confronti paragonandolo al semplice tifo da stadio. Ma è veramente così? Il fatto è che la stessa redazione delle Iene ha affidato alla stampa un proprio comunicato in cui ha dato massima “solidarietà a Filippo contro chi vuole zittire l’informazione” sottolineando che “il clima è grave”  non solo per il “rischio terribile che si passi dalle parole ai fatti” ma anche perché c’è troppa gente che vuole zittire in ogni maniera chi fa il proprio lavoro di raccontare notizie.”

L’inchiesta è partita da una prima testimonianza esclusiva, quella di Salvatore Pizzo, che ha raccontato di aver lavorato due anni, dal 2009 al 2010, nella ditta di Antonio Di Maio e di essere stato pagato per un anno completamente in nero (in contanti, nonostante avesse chiesto di essere regolarizzato). Pizzo ha riferito nell’inchiesta che proprio Antonio Di Maio, in seguito a un suo infortunio sul lavoro, gli avrebbe chiesto di non riferire che l’incidente era accaduto mentre lavorava in cantiere. Ma Salvatore in ospedale raccontò la verità e, per questo, dopo la guarigione era stato licenziato. “Non gli ho fatto causa perché mi ha dato una sommetta di 500 euro in nero”. Per stare zitto insomma, spiega ancora Pizzo. Nelle successive puntate dell’inchiesta si è scoperto che gli operai in nero sarebbero stati più di uno. Mimmo, Giovanni e Stefano sarebbero infatti stati impiegati in nero nel periodo tra il 2008 e il 2010, prima che Luigi Di Maio entrasse nell’assetto proprietario dell’azienda. Impresa che, per trent’anni, era stata portata avanti dal padre di Luigi, Antonio, e intestata alla madre Paolina Esposito, poi è confluita nell’Ardima srl, di proprietà dal 2012 al 50% del ministro e della sorella Rosalba.

La macchina del fango

“Da quel momento – spiega Filippo Roma nell’intervista rilasciataci – ho subito offese e minacce, tra cui ‘se t’incontro per strada te meno’ fino ad arrivare a minacce di morte”. Una macchina del fango nei confronti de Le Iene arrivata a gravi parole d’odio violento. 

Le intimidazioni

Negli ultimi anni sono state molte le intimidazioni nei confronti di blogger e giornalisti che hanno scelto di raccontare in maniera indipendente i fatti di cronaca politica e sociale. Mai, però, si era arrivato a un livello di scontro così alto con l’arrivo dei 5 stelle al governo. Anni fa iniziò proprio Beppe Grillo a buttare discredito sula stampa quando definì i giornalisti “camerieri dei politici” salvo, qualche anno dopo, andare nel primo salotto televisivo di Bruno Vespa. E sempre Grillo teorizzava la fine del modello informativo grazie a internet e ai Social che producono una disermediazione, i questo caso, tra politico ed elettore. Ciò che ha creato tutto ciò, unito all’odio viscerale nei confronti di un sistema non ben identificato, è sotto gli occhi di tutti. La violenza verbale è pane quotidiano su gran parte dei Social che sfocia, molto spesso, anche in altri ambiti come quello personale.

Il “Vi mangerei per il solo gusto di vomitarvi” detto da Grillo potrebbe essere un’intimidazione visto che il Movimento da lui fondato è al governo?

I dati 

Dal 2006, come evidenzia Ossigeno per l’informazione, che registra, analizza e racconta i casi di minaccia nei confronti degli operatori dell’informazione e i tentativi di oscurare notizie di interesse pubblico in Italia, sono stati minacciati ben 3600 giornalisti. Nel Rapporto 2011, dietro ogni intimidazione documentata dall’Osservatorio almeno altre dieci restano ignote perché le vittime non hanno la forza di renderle pubbliche. Minacce gravi furono fatte a Paolo Borrometi, giornalista dell’agenzia Agi al centro delle cronache giudiziarie per alcune intercettazioni ambientali tra boss siciliani che parlavano di ammazzarlo. Nel 2017 il monitoraggio delle violazioni della libertà di stampa e di espressione ha assorbito gran parte delle energie dell’Osservatorio. Sono stati 423 i giornalisti, i blogger, i fotoreporter e i video operatori contro i quali nel 2017, in Italia, Ossigeno per l’Informazione ha accertato gravi violazioni della libertà d’informazione attuate con intimidazioni, minacce, ritorsioni. 

Gli attacchi

La tipologia di attacco prevalente è stata l’avvertimento (37%) seguita dalle querele infondate e altre azioni legali pretestuose (32%). Altre tipologie prevalenti sono state:

  • Le aggressioni fisiche (20%)
  • Le azioni per ostacolare la libertà di informazione con modalità non perseguibili per legge (7%)
  • I danneggiamenti di beni personali o aziendali (4%)

Il Lazio è stata la regione italiana in cui sono state accertate più intimidazioni e ritorsioni, con un incremento di 8 punti percentuali rispetto al 2016. A Roma e dintorni sono stati 141 giornalisti e blogger colpiti, il 33% dei 423 riscontrati nell’intero territorio nazionale. È il primo anno, dal 2013, che la percentuale degli avvertimenti supera quella delle azioni legali pretestuose.

Ultimamente, il caso più eclatante è quello di Federico Ruffo, giornalista di Report che ha raccontato i legami tra ultras, ‘ndrangheta e Juventus. Ruffo è stato vittima di un attentato incendiario: l’ingresso della sua abitazione è stato cosparso di benzina e una croce con vernice rossa è stata dipinta sul muro. Un episodio gravissimo e inquietante, che ricorda lo stile delle mafie. Un’azione arrivata dopo settimane in cui Ruffo e il conduttore di Report Ranucci sono stati vittima di una catena di odio, minacce anche di morte, insulti, sui social network. Ruffo in alcuni casi è stato persino costretto ad allontanarsi da alcuni locali pubblici per atti aggressivi subiti. Ruffo ha indagato già in passato sulle zone grigie e le infiltrazioni criminali nel mondo del calcio (come nel 2013 con “Ladri di Calcio” per Presa Diretta sul calcio scommesse, che lo portò a scovare il vertice internazionale dell’organizzazione mafiosa sulle scommesse nel calcio a Singapore).

Il legame tra minacce mafiose e minacce Social

In base ai dati raccolti dall’ultimo rapporto del Censis si evidenzia un’enorme degradazione nella gestione e condivisione dei rapporti umani, per cui i legami sociali si fanno sempre più fragili e i valori si indeboliscono. I dati riferiscono che le minacce sono aumentate del 35,3% nell’arco di tempo che va dal 2004 al 2009, le lesioni e le percosse sono aumentate del 26,5% e i reati a sfondo sessuale sono aumentati del 26,3%.

Un’aggressività ben nota sul web vista la tendenza ad offendere anche pesantemente chi non è in linea con i nostri pensieri e le nostre convinzioni. La maggior parte dei frequentatori dei social, è lì proprio per farsi notare, per poter essere. Vuole, e cerca anche di poter piacere agli altri.  

Al netto delle questioni psicologiche, la giustizia non dovrebbe fare in modo di punire pesantemente gli odiatori seriali? È normale che un Filippo Roma debba guardarsi le spalle la sera quando magari si trova ad attreversare luoghi poco illuminati?

“Figlio di escort”

“Non lo avete ancora capito? Piu’ remate contro ..piu’ ce piacciono…soprattutto sapendo da dove nasce questo pseudo giornalismo..tu Filippo Roma ci spieghi che studi e lavori hai fatto prima di diventare “giornalista”? Io lo so…ma perche’ non lo rendi pubblico anche tu? Cosi’ diamo una speranza un po a tutti….mandiamo il messaggio che non serve studiare per avere un pizzico di notorieta’.” Così una simpatizzante del Movimento 5 stelle sul profilo Facebook di Roma dopo l’inchiesta sul padre di Di Maio. E ancora:“il caro Filippo indaga solo a senso unico ben attento a non screditare il suo datore di lavoro”.

“Le ho contate – ci racconta Filippo Roma nell’intervista – : ho ricevuto 10mila email in cui mi hanno scritto di tutto. Mi hanno scritto ‘figlio di una grande escort’, ‘sei un drogato’, ‘servo di Renzi’, ‘servo di Berlusconi’, ‘se t’incontro per strada te’ meno’, per arrivare a qualche minaccella di morte”. Per Filippo, però, “non è la prima volta che capita” ci dice ancora. “Anche l’anno scorso, quando mi sono occupato dell’inchiesta delle false restituzioni dei deputati del Movimento 5 stelle, qualche minaccia di morte era arrivata”.

“La cosa particolare, comunque, è che al posto di prendersela con chi ha fatto il misfatto le persone se la prendono con chi ha raccontato il misfatto stesso.” Perché accade solo con il Movimento 5 stelle? “Perchè – spiega ancora Roma – secondo me il Movimento ha toccato la pancia degli italiani in un momento di grande crisi e depressione socio-economica e ha risvdegliato una speranza a cui molti si sono aggrappati in maniera forte. Questo ha generato un tufo calcistico e tu diventi l’avversario da insultare”.

Chissà, forse partendo dalla mutazione della responsabilità, si potrà pensare cambiare le cose. Ovvero responsabili e, soprattutto, più consapevoli delle conseguenze a cui si va incontro.

Alla fine dell’intervista Filippo Roma ci ha regalato anche un attimo di emozione raccontandoci come, anni fa, aiutava il papà, che oggi non c’è più, nel distibutore di benzina di famiglia. E quando può, ripassa da quelle parti a mettere benzina.

 

 

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