Morte Guido Conti: come fa a chiedere l’archiviazione la Procura?

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La domanda la pongo prima a me stesso e poi, magari, alla procura. Una domanda che vorrei mi aiutasse a capire fin dove lo Stato di diritto è in grado di assicurare la salvaguardia e il rispetto dei diritti, appunto, e delle libertà dell’uomo, garantendo, al tempo stesso, la salvaguardia dello stato sociale.,

Troppi sono i misteri italiani irrisolti e troppe sono le volte in cui la magistratura ha preferito fare un passo indietro su casi scottanti. Probabilmente non è questo il caso ma non pochi dubbi solleticano la mia riflessione.




L’ex generale dei carabinieri-forestali fu trovato morto il 17 novembre del 2017 sul monte Morrone, a due passi da Pacentro. Trenta giorni prima l’ufficiale si era congedato dall’Arma per prestare servizio alla Total. Aveva 58 anni ed era originario di Sulmona. L’annuncio del suo nuovo lavoro era giunto a sorpresa l’11 ottobre di quell’anno.

“A decorrere dal 1 novembre – scrisse su Facebook – sarò capo della direzione ambiente e sicurezza in qualità di dirigente esecutivo, a tempo indeterminato, di una prestigiosa multinazionale estera nel campo delle produzioni energetiche”. Un annuncio che suonò, per molti, come una nota stonata nella carriera di Conti da sempre in prima linea nell’occuparsi di casi scottanti come quello della mega discarica di Bussi, della “Mare Monti” e della truffa alla Thyssenkrupp di Terni. E, infatti, le indagini inizialmente si concentrarono sul filone più robusto di dubbi, ovvero quella della nuova attività di Conti: l’incarico sul sito estrattivo di Tempa Rossa in Basilicata della Total, alle dipendenze della quale si era trasferito dopo aver lasciato in anticipo l’Arma. Una decisione che avvenne l’8 novembre 2017, quando dopo un vertice nella questura di Potenza, Conti avrebbe confessato di essersi sentito abbandonato dagli amici in divisa, a partire dal capo della squadra mobile, suo amico e figlio di un suo collega di corso, che da un giorno all’altro lo avvolse da un gelo inaspettato. Dopo qualche giorno Conti consegnò le sue dimissioni da quell’incarico delicato: l’inquirente impeccabile, quello che aveva scoperto traffici di rifiuti internazionali, si trovava ora a sedere “dall’altra parte” non potendo certo rinnegare i suoi valori per la legalità e per la legge.

Sarebbe stato il caso di approfondire questi aspetti?

Bisogna tener presente che Conti negli ultimi giorni di vita sarebbe stato visto a passeggio per Sulmona al telefono mentre discuteva animatamente. Dunque, i dati del computer da lui distrutti, il prelievo fatto al bancomat poco prima di salire sul Morrone, la lettera lasciata come testamento alla famiglia. Una lettera, però, fuorviante in cui scrive della tragedia di Rigopiano, ma dove non cita, neanche in un passaggio, la nuova esperienza alla Total. Un “testamento” che nascondeva forse un’altra verità.

Nonostante questi primi dubbi la la procura di Sulmona sostenne che si trattò di un suicidio.

Ma ci sono anche altre domande, non proprio campate in aria, che la stessa famiglia ha sempre sollevato. Innanzitutto, com’è stato possibile che quella sera, attorno alle 21, il corpo venne ritrovato da due colleghi vicino a una strada secondaria che da Sulmona porta a Pacentro in una posizione ritenuta ‘strana’ per chi si suicida con un colpo di pistola calibro 9 alla tempia? Conti era riverso in avanti, con il braccio tra il terreno e il torace, l’arma lì sotto. Accanto, a pochi metri, la Smart della figlia in cui vennero ritrovate due lettere. È da qui, secondo la famiglia, che il medico legale dovrebbe ripartire.

Poi c’è la Porsche Cayenne di colore bianco, notata nella zona del ritrovamento del cadavere: quell’auto, secondo la famiglia, non è una utilitaria ma una vettura “non molto diffusa sul territorio nazionale” e quindi basterebbe chiedere alla casa automobilistica gli elenchi di quelle immatricolate in Italia, con leasing e a noleggio, per capire se tra i proprietari emerga una traccia, qualcosa che avvalori altre ipotesi rispetto a quella del suicidio. E chiedere, eventualmente, perché quel giorno si trovassero in una zona poco trafficata vicino a una strada chiusa da anni in seguito ad una frana. E poi: perché non sono stati analizzati i tabulati telefonici in maniera approfondita visto che una persona quattro giorni prima del suicidio, tra le 11 e le 12, parlò con Conti? Una persona che, tra l’altro, avrebbe avuto un “tono agitato”. Mai chiariti, inoltre, “contenuto e tenore” dei contatti tra l’ex generale e un collega della polizia, oltre ai motivi che spinsero un generale dei carabinieri a “cercare reiteratamente” Conti su “ben due utenze telefoniche” il giorno prima e nelle ore precedenti alla morte.

Come se non bastasse, ci sono una serie di telefonate ed sms tutte concentrate tra il 13 e il 16 novembre. Tre le utenze ritenute interessanti, una delle quali in uso a un colonnello e una intestata al Comando Unità Tutela Forestale di Roma. Tutti i contatti sono avvenuti in due casi il 13, ovvero due giorni prima delle dimissioni dal ruolo in Total, e in un caso il giorno successivo.

Per fortuna il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Sulmona accolse l’opposizione all’archiviazione del caso presentata dai familiari del generale. E finalmente, a distanza di due anni, la procura scopre la sigaretta. Meglio tardi che mai.

di Antonio Del Furbo

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