‘Ndrangheta: in Emilia arrestato Giuseppe Caruso presidente del consiglio comunale di Piacenza

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A finire nella rete delle intercettazioni l’esponente di Fratelli d’Italia. Sedici in totale le misure cautelari emesse per presunti appartenenti alla famiglia Grande Aracri di Cutro: tra i destinatari dei provvedimenti anche il boss Francesco Grande Aracri e i figli Salvatore e Paolo.

“Io ho mille amicizie, da tutte le parti, bancari… oleifici… industriali, tutto quello che vuoi… quindi io so dove bussare… quindi se tu mi tieni esterno ti dà vantaggio, se tu mi immischi… dopo che mi hai immischiato e mi hai bruciato… è finita”. Queste le parole pronunciate l’8 settembre 2015 da Giuseppe Caruso, presidente del consiglio comunale di Piacenza, esponente di Fratelli d’Italia (Fdi) e arrestato nell’operazione della Dda di Bologna.

Insieme a Caruso sono stati arrestati dalla squadra mobile, su ordine della Dda di Bologna, nell’operazione Grimilde, il boss Francesco Grande Aracri, oltre ai figli Salvatore e Paolo. Francesco Grande Aracri, già condannato per associazione mafiosa, viveva a Brescello, in provincia di Reggio Emilia. L’inchiesta ha riguardato settantadue indagati e ha portato a cento perquisizioni e al sequestro di beni per diversi milioni di euro.

La ‘Ndrangheta è presente in tutte le regioni, spiega il procuratore nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho. “È evidente che la politica regionale e comunale deve muoversi per impedire che le organizzazioni mafiose continuino a infiltrarsi sovvertendo il sistema economico e per consentire alle imprese sane di lavorare perché laddove c’è mafia non ci sono lavoro e sviluppo”.

Al centro dell’inchiesta un clan della ‘ndrangheta Emiliana c’è il sistema “Aemilia”, parte integrante della cosca dei cutresi.

Il clan, secondo gli investigatori, era attivo nel giro delle estorsioni, dell’usura e del riciclaggio che metteva in pratica grazie ad una fitta rete di insospettabili prestanome.

Caruso, in una intercettazione, spiegava a Giuseppe Strangio che, in relazione alla funzione che all’epoca rivestiva all’ufficio delle Dogane di Piacenza, avrebbe dovuto cercare di mantenere un certo distacco da Salvatore perché questi, come il padre Francesco, era controllato dalle forze dell’ordine. “Ultimamente – si legge nella conversazione di Caruso, intercettata – Salvatore stesso (sottinteso: mi dice) ‘stai a casa, lasciami stare, vediamoci poco’. Perché? Perché è giusto che sia così… nel senso che io dal di fuori se ti posso dare una mano te la do, compà, perché al di fuori mi posso muovere…guardo, dico, se c’è un problema, dico: ‘stai attento’. Altrimenti, dopo che si viene ‘bruciati’, “a gente ti chiude le porte, la gente mi chiude le porte… che vuoi da me… se tu sei bruciato non ti vuole… hai capito quello è il problema…quindi allora se tu ci sai stare è così… loro invece a tutti i cani e i porci è andato a dire che io riuscivo… che a Piacenza io riuscivo a fare i libretti, le cose”.

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