Inchiesta Abruzzo: D'Alfonso si difende e saluta la zia e il vescovo di Canterbury

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Un presidente di Regione irriconoscibile quello che si è presentato in conferenza stampa questa mattina. Uno sguardo pacato, tranquillo, con tratti malinconici. 

Persino le battute fatte per rendersi simpatico, sono apparse un po' giù di tono. "L'Ansa che tanto scrive c'è?" domanda prima di iniziare il suo intervento. "Vedo un berretto di una partigianeria funzionante" aggiunge. Poi, rivolgendosi a un collaboratore dice:"mi dai una delle carte delle stampe, per favore?". 

E ancora, un accorato appello ai giornalisti:"Vi chiedo scusa se vi accolgo nella sala stampa della Regione per parlare di cose private in luogo pubblico. Mi informerò se l’utilizzo della sala della Regione per fini personali pone a carico dei costi per la mia persona".

Un D'Alfonso irriconoscibile. Peccato che tra gli espertissimi della comunicazione che lo circondano e lo slinguazzano, nessuno gli abbia imposto di fermarsi e, magari, andarsi a prendere un caffè al posto di sedersi in conferenza stampa. Tant'è, le decisione degli esperti non si discutono, specie se pagati fiori fiori di quattrini pubblici per pensare.

Ma lui, precisa, tiene a precisare alcuni aspetti dell'inchiesta riguardante il "capitolo Penne" senza, tra l'altro, aver avvertito i suoi "impositivi avvocati". Il motivo? Semplice.  

"Voglio facilitare il compito della libera stampa e non emotiva a ricostruire i fatti dopo queste gravissime accuse rivoltemi."

E, quindi, il via allo show:

"Se mi accusano di aver ucciso il vescovo di Canterbury e dimostro di non essere stato mai a Canterbury ed il vescovo è vivo non mi preoccupo".

E ancora:

"Ieri mia sorella mi ha chiamato allarmata chiedendomi ‘che è successo?’ E pensavo fossero fatti nuovi...".

Venghino, signori venghino:

"La mia esigenza è che si sappiano i fatti e la lettura giuspenalistica".

Insomma, una serie di frasi e concetti per rispondere alle accuse di corruzione, istigazione e abuso mosse nei suoi confronti dai pm aquilani. In particolare al presidente della Regione Abruzzo, è stata contestata una pressione che avrebbe avuto verso un responsabile della Soprintendenza. Il funzionario sarebbe stato sollecitato, secondo la Procura, a emettere un parere al fine di sbloccare la vendita di un palazzo comunale: l'operazione avrebbe permesso l'incasso per l’equilibrio di bilancio del Comune di Penne. 

Luciano D'Alfonso avrebbe sollecitato un parere favorevole all'ente comunale e non una richiesta nel velocizzare il pronunciamento.

Dalle parole pronunciate da D'Alfonso in conferenza stampa sembrerebbe che ci sia un'ammissione di 'colpa':

"Io arrivo a pensare che alle volte la rottura delle leggi sia necessaria per perseguire gli interessi pubblici. Per esempio aprire un tribunale prima che sia collaudato: io l’ho fatto. Sottoporre a verifica una scuola in assenza di fondi idonei: io lo farò. Aiutare un Comune a rispettare il patto di stabilità, io questo l’ho fatto e lo farò sempre". 

perchè:

"per formazione mentale li ritengo luoghi del bene vivere inventati da Dio, poi l’uomo ci ha messo i poteri. Se un Comune mi rappresenta una questione amministrativamente affrontabile io mi sento precettato, mi capita per qualsiasi Comune o coloratura. Non mi sento inseguito o perseguitato ma caratterizzato da una grande volontà di perseguire l’interesse pubblico. Non sono scandalizzato che si facciano riletture degli atti amministrativi ma dai danni che vengono rappresentate dalla stampa rispetto a queste accuse".

"Il piano di alienazione del Comune di Penne fosse particolarmente spintonato dal revisore dei conti ma la mia condotta è stata lecita, dovuta e meritoria, mi aspetto una istruttoria per diventare cittadino onorario di Penne. Nell’arco di 25 anni avrò fatto 100 di queste cose, per i Comuni, per le scuole, per alcune università, ho usato una delle risorse che è il ‘protagonismo istituzionale’: se telefona il presidente segna velocizzazione e qui l’aspettativa era di velocizzazione".

Nella richiesta di proroga delle indagini la procura dell'Aquila "accerta" i reati contestati ''in Pescara e L'Aquila nel luglio del 2015, 16/12/2015 e tuttora persistenti''. D'Alfonso era stato iscritto sul registro degli indagati il 16 dicembre di quell'anno insieme al suo segretario particolare Claudio Ruffini per corruzione per un atto contrario ai doveri d'ufficio, istigazione alla corruzione e abuso d'ufficio in concorso con altri.

D'Alfonso stesso aveva rivelato, dopo il blitz dei carabinieri in Regione dello scorso 16 febbraio, di essere stato iscritto nel registro degli indagati oltre che per le vicende dell'Ater di Pescara e il parco didattico del fiume Lavino, anche sulle vicenda di Penne.

A riprova del suo impegno, il presidente di Regione ha portato una mail da lui sottoscritta indirizzata alle Belle Arti d'Abruzzo il 29 dicembre 2015, due giorni prima la scadenza dei termini per la caduta del vincolo necessaria per la vendita dell'immobile.

"Ora trovatemi un pelo fuori posto'' ha aggiunto.

Una questione che fu portata anche in parlamento dal deputato Gianluca Fusilli (Pd) in merito proprio ai presunti ritardi della vicenda di Penne. Un fatto, secondo D'Alfonso, che avrebbe confermato l'interesse istituzionale della vicenda.

"Non mi sento né inseguito né perseguitato. A Penne è stato tutto lecito, anzi meritorio, tanto che al termine della vicenda mi aspetto di essere nominato cittadino onorario di Penne. Ma di queste cose ne ho fatte altre 100, è il mio protagonismo istituzionale che mi spinge a velocizzare le pratiche. Devo convincere i miei avvocati e devo provare a demitizzare l'acquisizione di documenti."

Dunque, il presidente non ha esitato a ricordare le persone care, tra cui la zia:

"Se emerge solo la lettura giuspenalistica mia sorella si preoccupa. E com'è noto io ho una zia, ho una sorella, ho un nonno, ho dei figli e ci vorrei tenere non me li vorrei perdere sul piano anche della loro stima".