Cucchi lo hanno pestato: carabiniere confessa. Fu "azione combinata"

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All'udienza del processo in cui cinque carabinieri sono imputati per la vicenda della morte di Stefano Cucchi arriva l'ammissione in aula delle colpe da parte di uno dei militari.

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Francesco Tedesco accusa i colleghi Raffaele D'Alessandro e Alessio Di Bernardo del pestaggio.

A rendere nota l'attività integrativa di indagine è stato il pm Giovanni Musarò dopo che proprio Tedesco, a seguito di una denuncia, ha ricostruito i fatti di quella notte e ha "chiamato in causa" due dei militari imputati per il pestaggio. 

Sotto processo ci sono Alessio Di Bernardo, Raffaele D'Alessandro e Francesco Tedesco, tutti imputati di omicidio preterintenzionale e abuso di autorità, Roberto Mandolini di calunnia e falso, e Vincenzo Nicolardi di calunnia.

Azione combinata

"Fu un'azione combinata, Cucchi prima iniziò a perdere l'equilibrio per il calcio di D'Alessandro poi ci fu la violenta spinta di Di Bernardo che gli fede perdere l'equilibrio provocandone una violenta caduta sul bacino. Anche la successiva botta alla testa fu violenta, ricordo di avere sentito il rumore". Questo il racconto di Tedesco che entra nel dettaglio delle azioni che avrebbero commesso i due carabinieri D'Alessandro e Di Bernardo, nelle fasi del pestaggio di Cucchi. Tutto scriutto nero su bianco nell'interrogatorio di Tedesco del 9 luglio 2018. "Spinsi Di Bernardo - aggiunge Tedesco - ma D'Alessandro colpì con un calcio in faccia Cucchi mentre questi era sdraiato a terra". "Gli dissi 'basta, che c...fate, non vi permettete". Queste le parole che Francesco Tedesco disse ai suoi colleghi carabinieri Di Bernardo e D'Alessandro (anche loro imputati come lui di omicidio preterintenzionale, ndr) mentre uno "colpiva Cucchi con uno schiaffo violento in volto" e l'altro "gli dava un forte calcio con la punta del piede", si legge ancora nel verbale.

Le rivelazioni del pm

Il pubblico ministero Musarò ha rivelato che, il 20 giugno scorso, Tedesco ha presentato una denuncia in procura sulla vicenda, a seguito della quale, tra luglio e ottobre è stato sentito tre volte dai magistrati. Il magistrato ha precisato che il carabiniere sostiene che “quando ha saputo della morte di Cucchi ha redatto una notazione di servizio”. Partendo da questo atto, è stato iscritto un procedimento contro ignoti nell’ambito del quale lo stesso Tedesco ha reso tre dichiarazioni.

“In sintesi – ha aggiunto il pm – ha ricostruito i fatti di quella notte e chiamato in causa gli altri imputati: Mandolini, da lui informato; D’Alessandro e Di Bernardo, quali autori del pestaggio; Nicolardi quando si è recato in Corte d’Assise, già sapeva tutto“. I successivi riscontri della procura hanno portato a verificare che “è stata redatta una notazione di servizio – ha detto il pm – che è stata sottratta e il comandante di stazione dell’epoca non ha saputo spiegare la mancanza”.

La storia processuale

Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre 2009, appena sei giorni dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti. La famiglia sta combattendo una battaglia legale da nove anni, in cui si sono svolti oltre 40 udienze.

Il 15 maggio 2018, il maresciallo dei carabinieri Riccardo Casamassima, il principale testimone nel processo contro cinque carabinieri, ha ribadito in aula le sue accuse ai colleghi.

Fabio Anselmo, il legale che segue la vicenda dall'inizio, ha ricostruito per Tpi tutta la vicenda.

Chiusa l’inchiesta bis avviata a dicembre 2015 con la richiesta da parte della procura di Roma del rinvio a giudizio di cinque carabinieri coinvolti, la sentenza ha stabilito che tre di loro devono rispondere di omicidio preterintenzionale pluriaggravato dai futili motivi e dalla minorata difesa della vittima, abuso di autorità contro arrestati, falso ideologico in atto pubblico e calunnia.

Per i legali della famiglia Cucchi, Stefano fu picchiato violentemente prima ancora dell’udienza di convalida dell’arresto, la mattina del 16 ottobre. Appena ricoverato in ospedale, al Pertini, Stefano non fu accudito e nutrito. Fu lasciato morire di fame e di sete.

Le date

• 15 ottobre 2009. Stefano Cucchi, 31 anni, viene arrestato dai carabinieri nel parco degli Acquedotti. Fu trovato in possesso di 20 grammi di hashish e di alcune pastiglie.

• 22 ottobre 2009. Stefano viene trovato morto in una stanza all’interno del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove era ricoverato da quattro giorni. 

• Il 31enne pesava 27 chili. Secondo i risultati dell’autopsia Stefano è morto alle tre del mattino.

• Marzo 2011. Inizia il processo di primo grado. Chiesto il rinvio a giudizio per 13 persone: tre infermieri, sei medici, tre agenti di polizia penitenziaria e Claudio Marchiandi, direttore dell’ufficio detenuti.

• Marchiandi viene condannato a due anni per i reati di favoreggiamento, falso e abuso in atti d’ufficio per poi essere assolto in secondo grado ad aprile 2012.

• I medici vengono accusati di falso ideologico, abuso d’ufficio, abbandono di persona incapace al rifiuto in atti d’ufficio, favoreggiamento, omissione di referto. I poliziotti sono accusati di lesioni aggravate e abuso di autorità.

• 5 giugno 2013. A tre anni dall'inizio del processo, la sentenza di primo grado assolve gli agenti penitenziari e gli infermieri coinvolti. Venogno condannati i medici del Pertini per omicidio colposo.

• 31 ottobre 2014. Tutti gli imputati sono assolti nel processo d’appello per insufficienza di prove. 

• Marzo del 2015. La famiglia Cucchi e la procura di Roma depositano il ricorso in Cassazione contro la sentenza 

• Dicembre 2015. La Cassazione accoglie il ricorso, annulla le assoluzioni dei medici ma conferma quelle dei tre agenti di polizia penitenziaria. La procura di Roma avvia una nuova indagine.  Chiesta una nuova perizia medico legale

• Ottobre 2016. I periti nominati dal gip Elvira Tamburelli sostengono che la morte di Cucchi sia stata “causata da un’epilessia in un uomo con patologia epilettica di durata pluriennale, in trattamento con farmaci anti epilettici”.

• Gennaio 2017. La procura di Roma chiede il processo con nuovi capi d’accusa a carico dei tre carabinieri: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, che devono rispondere di omicidio preterintenzionale pluriaggravato dai futili motivi e dalla minorata difesa della vittima, abuso di autorità contro arrestati, falso ideologico in atto pubblico, calunnia.

• Febbraio 2017. La procura di Roma chiede il rinvio a giudizio di cinque carabinieri. Per tre di loro l’accusa è di omicidio preterintenzionale. Ad altri due carabinieri sono stati contestati i reati di calunnia e falso.