No-Tav, l’A.N.P.I. a La Stampa: “allontani Massimo Numa”

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Le sezioni Anpi torinesi, dopo le pubblicazioni di alcuni nostri articoli sulla questione No-Tav, ci hanno fatto recapitare un loro comunicato. Le associazioni prendono di mira il giornalista Massimo Numa del quotidiano nazionale “La Stampa” riguardo la pubblicazione del libro “La Stagione del Sangue”.

«Dopo aver letto questo libro – precisano dall’Anpi – non ce ne stupiamo. Perchè l’autore è quel Massimo Numa che da anni imperversa con inusuale veemenza, se non autentica acrimonia, dalla redazione cronaca della Busiarda contro ogni scintilla di lotta sociale: No Tav, anarchici, centri sociali, immigrati, oppositori e resistenti vari di cui la nostra povera Italia fortunatamente pullula».

Secondo l’Associazione Nazionale dei Partigiani, il libro sarebbe stato pubblicato a spese dell’autore da una casa editrice inesistente. Attualmente è reperibile su circuito SBN solo in due sedi ma in compenso è segnalato su diversi blog. «La dedica chiarisce subito da che parte sta l’autore: è per un marò del Reggimento San Marco della Rsi, ucciso il 26 Aprile 1945 in piena insurrezione. Nell’introduzione – prosegue la nota dell’Anpi – un coacervo di concetti arruffati, Pier Paolo Cervone, ex sindaco di Finale Ligure, giornalista e biografo del generale repubblichino Enrico Caviglia, si arrischia a citare Norberto Bobbio per giustificare il senso dell'”opera”, un’opera che possiamo benevolmente definire un tentativo maldestro di cavalcare la storiografia revisionista ma che è in realtà un libro prettamente fascista che si propone di dar voce al rancore dei vinti di allora rivisitandone con malcelata pietà di parte il vittimismo per le esecuzioni subite prima, durante e dopo la sconfitta». Un manipolatore dei fatti affermano dall’Anpi. 
 
«Lo stile dell’autore è riconoscibile: quel dire e non dire, l’ insinuare, quell’ambiguità tipica di chi disinforma e manipola i fatti. Si finge equidistanza ammettendo qua e là la ferocia dei fascisti, le violenze, le torture, le rappresaglie e gli eccidi ma l’enfasi si sposta inesorabilmente e comunque sulla violenza giustiziera dell’altra parte descritta come anche più efferata, motivata spesso da desideri di vendetta personale quando non di rapina o addirittura da corruzione, furia omicida, arbitrio, estorsione  o perversione dei singoli, “banditismo tout-court”, “…non disdegnavano la rapina e il furto…”. Qui e là ricorrono domande e risposte retoriche: “basta questo a giustificare l’esecuzione di decine di giovani?”; oppure “…. E’ sufficiente questo delitto assurdo per infangare la polizia partigiana? Sarebbe troppo facile dire di si'” o dichiarazioni rivelatrici: “…è difficile non dare ragione a Pisanò e altri…” lasciando il lettore a domandarsi chi potranno essere quegli “altri”. L’equidistanza cede comunque nei dettagli: le unità partigiane sono definite “esercito irregolare” a fronte delle opposte “Forze Armate Repubblicane”, i partigiani sono sovente “assassini e grassatori” quando non decisamente rapinatori, i fascisti diventano “i nemici dei partigiani”, i collaborazionisti sono “spinti da motivazioni ideali”. Saranno stati anche violenti e deprecabili, i fascisti, ma ecco citati episodi che minimizzano: un milite fascista processato dalla locale Cas per presunte torture con la corrente elettrica che viene condannato “a pene mitissime” perchè si accertò che il cavo da lui utilizzato era telefonico; al noto torturatore Zunino si attribuisce, tramite la testimonianza di un arrestato riconoscente, soltanto “un ceffone”, stessa pena inflitta agli antifascisti da parte di quei buontemponi della Compagnia della Morte savonese che, tra un ceffone e l’altro, denunciavano ebrei e renitenti». Parole pesanti dell’Anpi a cui si aggiungono analisi grammaticali e fonti informative molto discutibili. Sempre secondo l’Associazione l’opera ha il suo piatto forte nella “denigrazione costante delle forze resistenti”. Inoltre Numa sarebbe molto attento “alla reiterazione del concetto di pretesa legalità in un contesto di guerra combattuta e di comprensibili strascichi seguiti alla Liberazione” con una “propensione autogiustificatoria dell’autore a stare dalla parte dell’autorità”, delle istituzioni, mistificandone la natura nel contesto bellico”. Infine, l’autore, avrebbe “fascinazione per le spie. A spie, infiltrati e doppiogiochisti è dedicato un intero capitolo da cui sprizza malcelata simpatia per chi aveva quel ruolo e soprattutto per chi abilmente, furbescamente se l’è cavata”.
 
L’Anpi si affida a una citazione dell’Associazione Partigiana savonese:”Numa “capostipite del revisionismo vittimistico dei vinti, in chiave neofascista e anticomunista”. E ancora:”i fatti limitati di numero, isolati, episodici, frutto di pulsioni di singoli…atti nè incoraggiati nè programmati…a differenza dei Comandi nazifascisti che promossero sino all’ultimo minuto la strategia del terrorismo di massa contro partigiani e inermi cittadini. D’altra parte vendette e rese dei conti dei vincitori sono le conseguenze ‘fatali’ e prevedibili della guerra”.
 
La nota si conclude con una domanda al direttore de “La Stampa” Mario Calabresi:”Viene a questo punto spontanea una domanda: ma cosa ci fa un neofascista dichiarato alla redazione Cronaca (con mandato per le lotte sociali) di un giornale che fu anche di Alessandro Galante  Garrone, di Norberto Bobbio, di una Torino liberale e di una borghesia magari conservatrice ma sempre democratica? Direttore Calabresi, come può permettere tale presenza?”.

 

 

 

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