Per una volta so da che parte stare. Io sto con Rino Giacalone, il giornalista di provincia

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Il giornalista è stato citato in giudizio davanti al tribunale per aver usato nei confronti di un boss, ora deceduto, parole ritenute offensive dalla vedova di Mariano Agate, condannato all’ergastolo per la strage di Capaci e per gli attentati del 1993.

Il boss stava scontando l’ergastolo quando Giacalone, dal suo blog, lo etichettò come:”un gran bel pezzo di m…”. Uno sfogo misto a rabbia che omaggiò, in quelle righe, le parole pronunciate anni prima da uno dei simboli alla lotta alla mafia, Peppino Impastato

Stavolta davanti il giudice non ci sarà il solito mafioso o politico corrotto” scrive Marcello Contento in un pezzo su Articolo21, ma il nostro direttore Rino Giacalone, giornalista di provincia (così ama definirsi lui) e collaboratore di diverse quotidiani, da molti anni impegnato a raccontarci le cronache e le storie di mafia in provincia di Trapani con coraggio e serietà. Ebbene, certe volte accade in modo nettamente triste che le parti vengono invertite”.

Per la vedova di Agate le espressioni usate nel post sono da considerarsi offensive nei confronti del marito che lederebbero la reputazione del defunto. E che reputazione aveva il signor Mariano Agate? Non certo quella di un Chierichetto.

 

Il boss di Mazara del Vallo aveva sulle spalle sette omicidi, tra cui quello eccellente del giudice Giangiacomo CiaccioMontalto. Per mezzo di Francesco Mafara, legato al boss Stefano Bontate, gestiva una raffineria di eroina che riforniva il mercato statunitense. Il suo nome comparve nella lista degli iscritti alla loggia massonica Iside 2, in compagnia dell’onorevole Francesco Canino. 

Agate faceva parte della galassia di Totò Riina ed “era Regista di grandi affari” scriveva all’indomani della morte di Agate proprio Giacalone su Narcomafie. “Nel 1988 apostrofò Mauro Rostagno come il giornalista (dell’emittente Rtc) che ‘diceva minchiate’. E il 26 settembre di quell’anno, l’omicidio del giornalista dietro al quale pare ci fosse anche il boss Agate. “Il 19 agosto 1985” raccontava Giacalone, il boss “mandò un suo accolito a Mazara affinché ricevesse l’allora ministro degli Esteri Giulio Andreotti che si sarebbe dovuto incontrare con Andrea Manciaracina, promettente esponente della mafia mazarese, per un colloquio ancora oggi segreto.” 

Dunque un giornalista che si è sempre occupato di denunciare la criminalità e gli affari sporchi della politica, dovrà presentarsi il prossimo 5 febbraio alla prima udienza dinanzi al giudice monocratico del Tribunale di Trapani. 

“Dovrò subire un processo per il reato 595 del codice penale, dice Giacalone a Antimafiaduemila, “ossia per diffamazione, leggo che dovrò subire questo processo per avere offeso la reputazione del citato Agate Mariano. Ho deciso di regalare quanto prima un vocabolario al magistrato che ha disposto il giudizio, ma non solo a lui” ha poi aggiunto. 

Dopo la querela arrivò una lettera di solidarietà a Giacalone da parte dei familiari delle vittime di mafia:“manifestiamo stupore e indignazione per l’ultima paradossale esibizione di persone legate al mondo di Cosa Nostra” scrissero. “La frase è forte, non è elegante” dissero nella lettera riferendosi alla frase incriminata di Giacalone, “ma non può essere considerata offensiva, poiché esprime una opinione fondata sui dati di fatto e di diritto. Come può danneggiare la reputazione di un criminale riconosciuto colpevole di omicidi truci e di vere e proprie barbarie? Di un uomo al quale il vescovo di Mazara del Vallo Mons. Mogavero ha rifiutato i funerali religiosi, con ciò attirandosi da parte della stessa signora Rosa Pace l’accusa di “fare propaganda giustizialista”, di aver fatto dalla sua famiglia “carne da macello”? Invece di offendersi, la signora Rosa Pace, dovrebbe mettersi nei nostri panni, nei panni dei familiari delle vittime. 

L’invito, quindi, a rispettare le famiglie trattate “come carne da macello sono stati uomini, donne e bambini strappati alla vita per responsabilità di quel capomafia, alcuni perché servivano fedelmente lo Stato, altri perché erano casualmente nei luoghi dove è stata seminata la violenza. La signora Pace abbia la dignità di prendere le distanze dalle imprese criminali del marito e ritiri questa querela che ci offende. Se non lo farà, la magistratura dimostri che esiste una giustizia giusta, pronta e incontaminata. Lo dimostri archiviando subito questa pretesa di difendere una buona reputazione inesistente, questo tentativo di abusare della giustizia per indirizzare messaggi intimidatori a Rino Giacalone, al quale esprimiamo solidarietà, e a tutti giornalisti che, come lui, di fronte all’indifferenza generale hanno il coraggio di di ricordare gli atroci crimini di cui si sono macchiate determinate persone, e di dire che i cosiddetti uomini d’onore, in realtà, non hanno nessun onore”.

Antonio Del Furbo 

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