Racconto di 4 gag comiche su D’Alfonso, Chiodi, Acerbo e Marcozzi

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Marco Minnucci racconta il dietro le quinte delle interviste fatte ai quattro candidati presidenti della Regione Abruzzo. Un titolo per ogni incontro.

Minnucci, hai seguito la campagna elettorale delle ultime elezioni regionali, hai intervistato tutti e 4 i candidati alla presidenza della regione Abruzzo e mi dicevi che se dovessi tracciare un itinerario, un diario di questo percorso lo tracceresti puntando, più che sul lato politico, sul lato ironico.

Si. Soprattutto in questo momento, in cui l’estate sta invogliando ad una tregua dalle analisi politiche, sento che sottolineare il lato ironico di alcune esperienze sia qualcosa di inedito che testimoni, più di ogni analisi, il fatto di “esserci passati”.

Credo che il lato ironico, comico sia presente nella maggior parte delle situazioni; il fatto che non esca sempre fuori è perchè esiste un’ironia condivisibile, che risponde ai criteri comuni di ilarità e un’ironia che potrei definire “privata”, in cui la risata trae spunto da una concatenazione di eventi personali e poco divulgabili.

 

Hai un episodio ironico per ognuno dei 4 governatori? Metti anche un titolo se ci riesci

…. sì, più o meno direttamente qualcosa di divertente che riguarda tutti e 4 ce l’ho.

 

Partiamo da Sara Marcozzi?

Questo episodio lo intitolo: “Franco di nome, Tiratore di cognome”.

Nel contesto dell’intervista a Sara Marcozzi mi capitò qualcosa di davvero divertente.

Quando decisi di intervistarla, non sapendo quale fosse il suo numero di telefono, contattai alcuni attivisti del M5S abruzzese.

Mi resi subito conto che è più facile che il Chieti vinca la Champions League piuttosto che un giornalista ottenga qualcosa dai grillini; infatti, appena dici loro che sei un giornalista, gli attivisti 5 Stelle, con la loro visione del potere tutta ideologica, ti appellano subito come “servo del potere”, “schiavo dei partiti” e ti trattano a brutte parole.

Nulla vale spiegare loro che la realtà è leggermente più complessa. Così, quando stavo lì e lì per gettare la spugna, m’imbattei in un attivista che non solo mi diede il numero di telefono ma addirittura mi disse più o meno queste parole: “Dato che io come altri non siamo d’accordo sulla candidatura della Marcozzi, che non è stata decisa dalla base bensì imposta dall’alto da alcuni parlamentari, ti fornisco dei dossier molto utili per “sputtanare” la Marcozzi”.

Chiusa la telefonata, la mia email ha cominciato ad intasarsi di documenti su Sara Marcozzi mandati per lo più da questo tizio. Alcune carte erano interessanti ma la maggior parte erano poco considerabili poiché, per dirla tutta, erano dei semplici “sentiti dire”.

Infatti molti grillini, sempre con la loro visione tutta ideologica, hanno un vizietto di inesperienza che può essere riassunto in questo scambio di battute: ti dicono: “tizio ha fatto questo”, così tu gli rispondi: “le carte e i documenti che lo provano?” e loro ti rispondono: “Beh si sa… lo dicono tutti”.

Prima di inviarmi i documenti, questo tizio si è curato di stipulare con me quello che può essere definito un “accordo morale”, ovvero il fatto che mi avrebbe mandato tutto a patto che che io non avessi fatto il suo nome poiché, se lo avessi fatto, lo avrebbero cacciato dal movimento.

Evitai di domandargli cosa ci stesse a fare uno nel movimento se poi faceva il franco tiratore e acconsentii rassicurandolo che non avrei fatto il suo nome.

Le cose andarono avanti più o meno senza problemi; contattai la Marcozzi, feci l’intervista in cui la prima domanda l’avevo formulata sulla base della documentazione fornitami dal franco tiratore grillino.

Quando uscì l’articolo sul web e andai andai a leggere i commenti sottostanti, non potevo credere ai miei occhi: trovai il commento del franco tiratore che mi bacchettava di concerto con gli altri attivisti con parole del tipo: “ma tu guarda questi giornalisti faziosi e in malafede che tendono a ridicolizzare l’intervistata, il M5S è è abituato a ricevere questi trattamenti speciali…”. Roba da matti.

 

Gianni Chiodi?

Questo episodio lo chiamo con un titolo che avrei utilizzato se Chiodi avesse vinto le elezioni ma che purtroppo mi è rimasto sul groppone. Ti avviso che è un titolo bruttissimo ma ogni volta che me lo ripeto mi fa ridere: “Il colosso di Chiodi”.

Quando conobbi Chiodi, lui mi disse che dormiva pochissimo e per lui era normale addormentarsi alle 3.

Un pomeriggio, in piena campagna elettorale, vado ad una conferenza e, nella folla di gente, Chiodi mi dice: “Marco… ti devo rilasciare una dichiarazione importante ma… non ora, ci sentiamo più tardi”.

Devi sapere che io ho una sorta di fobia: “ho sempre paura di disturbare il prossimo”, non sono quei tipi che prendono il telefono e rompono le scatole a tutti, ogni volta che devo chiamare una persona mi faccio decine di domande: “disturberò?”, “chissà cosa sta facendo se lo chiamo adesso?”. Tu capisci bene che se devi chiamare “Tonino il netturbino” la fobia la senti di meno rispetto a quando devi chiamare il Presidente della Regione e per di più nella frenesia della piena campagna elettorale.

Così mi ingegnai a mio modo, pensai: “se chiamo Chiodi entro la mezzanotte sicuramente lo disturbo… così, dato che ha detto che prima delle 3 non prende sonno, se lo chiamo alle 2:30 vado sul sicuro. A quell’ora sicuramente avrà finito”.

Tuttavia anche lì c’era un piccolo ostacolo che non potevo ignorare, ovvero il fatto che a dormire poco era Chiodi e non io, per cui per telefonargli alle 2:30 avrei dovuto escogitare qualcosa. Feci così: mi coricai verso le 23:30 e misi la sveglia alle 2:15, in modo che per le 2:30 mi sarei svegliato e avrei potuto telefonare a Chiodi.

Così fu.

Purtroppo i miei calcoli non furono giusti, dal momento che dall’altra parte mi rispose una voce tra l’allarmato e l’assonnato che mi disse: “oddio Marco!… che cosa è successo?”.

Io tranquillamente risposi: “Niente, la chiamavo per quella dichiarazione…”, così Chiodi mi disse: “Vai a dormire Marco, ci sentiamo domani”.

Ecco, quest’ultima frase, “Vai a dormire Marco, ci sentiamo domani” se viene intesa in senso letterale ha il significato espresso dalle parole ma, se viene letta nel contesto, ha ne’ più ne’ meno che il valore di un “ma v……… Marco”.

 

Luciano D’Alfonso?

Questo episodio lo intitolo con il titolo che ha utilizzato il quotidiano Il Tempo per raccontare questo stesso aneddoto: “Dalfy il castigamanti”.

Ci siamo dati appuntamento con Luciano D’Alfonso al Caffè Vittoria a Chieti.

Era il giorno in cui si chiudevano le liste elettorali per cui, tra le firme dei vivi e dei morti, Big Luciano era molto indaffarato. Ci sedemmo su un tavolino in fondo ma D’Alfonso si alzò immediatamente e mi disse di aspettare 5 minuti. In verità non mi resi subito conto che i 5 minuti di attesa promessi dall’ufologo avevano la stessa entità delle sue ottimistiche promesse elettorali, per cui i suoi 5 minuti di attesa corrispondevano in realtà a più di un’ora.

Mentre stavo seduto sul tavolino a rileggermi le domande, alzai lo sguardo e vidi un uomo e una donna, seduti su un tavolino adiacente, che mi guardavano come incuriositi dal fatto che non avevo il tipico comportamento del cliente di un bar. Un po’ in imbarazzo, mi venne spontaneo aprire un dialogo con loro per spiegargli che cosa stavo facendo in quel frangente.

La conversazione con la coppia andò avanti per una ventina di minuti, finchè non scoprii di avere un interesse in comune con l’uomo, che ci portò a scambiarci i numeri di telefono e a dirci quelle classiche frasi di circostanza: “quando passi dalle mie parti chiamami che ci vediamo…”.

A quel punto la coppia andò via e venne ad intrattenerci Camillo D’Alessandro.

Il giorno seguente all’intervista, ricevetti una telefonata da parte dell’uomo della coppia del bar.

L’uomo mi chiamò in stato confusionale e mi raccontò che la donna che si trovava con lui al tavolo era la sua amante e si era verificato il fatto increscioso per cui Big Luciano aveva fatto le foto al Caffè Vittoria e le aveva pubblicate sulla sua pagina Facebook. Risultato? La moglie dell’uomo lo aveva scoperto e lo aveva cacciato di casa.

L’uomo, disperato, mi chiese cosa avrebbe potuto fare così, anche io un po’ confuso, gli consigliai che, sebbene a mio parere non avrebbe tratto un ragno dal buco, avrebbe potuto provare a rivolgersi ai carabinieri e a vedere se c’erano gli estremi per denunciare una violazione della privacy.

Gli estremi non c’erano, tuttavia, appena l’uomo si recò dai carabinieri, pubblicai la notizia su Zone dombra raccontando il fatto in modo che l’uomo, rimasto senza moglie e senza risarcimento legale, avesse avuto per lo meno un misero appagamento morale.

In quel caso l’uomo fu davvero sfortunato perchè la notizia su zonedombra fu letta dai redattori del Il Tempo che il giorno dopo la pubblicarono con tanto di locandina affissa davanti alle edicole in tutta la Regione: “Sulla foto di D’Alfonso scopre il marito con l’amante e lo caccia di casa”.

 

Maurizio Acerbo?

Questo episodio lo intitolo: “Acerbo è un politico maturo”.

Acerbo mi diede appuntamento per l’intervista in una birreria artigianale. Un posto da comunisti, tosto; i comunisti ne danno di appuntamenti così: “birreria artigianale”, “ferrovia abbandonata”, “casa del popolo”, mica al Parco dei Principi. In quel caso la fantasia cominciò a camminare e subito mi immaginai che avrei tenuto l’intervista in un androne buio, con i tavoli di legno, in compagnia di qualche cantautore, stile Guccini, con la chitarra, la camicia a quadri e la boccia di vino.

In verità non c’è stato tutto questo richiamo alla borghesia, al proletariato e alla lotta di classe; la birreria artigianale era una semplice birreria con un arredamento moderno, dove non c’era nessuno a parte io, Acerbo e il gestore. In quella circostanza la serata si articolò in 2 parti: la prima parte la potrei chiamare “l’intervista” in cui Acerbo ha fatto l’intervista “formale”, battendo sugli stessi temi e posizioni della sua campagna elettorale: “Chiodi e D’Alfonso entrambi esponenti del centrodestra”, la seconda parte la intitolo “il dopo-intervista” in cui Acerbo ha mollato gli ormeggi.

Devi sapere che Acerbo, in materia politica, è una specie di banca-dati vivente, possiede una sterminata quantità di informazioni su tutto e anche di aneddoti indicibili, per cui parlare con lui, come si dice “a braccio”, è divertentissimo.

Così durante questa chiacchierata Acerbo è andato a ruota libera e ha detto alcune cose che erano leggermente diverse da quelle che aveva detto nell’intervista.

A quel punto il giornalista che deve fare? Deve dare ai lettori ciò che è andato in onda o è giusto dargli il fuori onda? A darmi il coraggio per attingere al fuori onda c’era anche il fatto che in quel periodo di pubblicazioni di fuori onda ce ne erano diverse.

Su tutte la “rissa tv” fra Acerbo e D’Alfonso, video pubblicato da Il Centro, in cui Acerbo paragonava D’Alfonso a Ciancimino. Per cui mi feci coraggio e attinsi al fuori onda.

In particolare scrissi un articolo su una frase che Acerbo recitò più o meno così: “Mauro Febbo era un gran lavoratore, in Regione è l’unico che si fa il mazzo che lavora, su di lui non posso dire niente”. L’articolo fece 3040 clik.

Verso il millesimo click ricevetti la telefonata di Acerbo arrabbiatissimo come una iena.

La vicenda è andata a finire bene, perchè sotto l’articolo ci furono anche tante tanti commenti di persone che si complimentavano con Acerbo per essere stato un signore e aver scisso la matrice umana dalla matrice politica.

ZdO

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