Rigopiano: risibile giustizia in risibile Stato

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Sono passati due anni da quella tragedia. Due anni da quando una valanga di neve travolse l’hotel Rigopiano uccidendo 29 persone. Ad oggi, evidentemente, i giudici non hanno ancora trovato i colpevoli di quella tragedia. Forse non ne hanno avuto ancora tempo (dopo 700 giorni). Hanno trovato, però, il tempo per condannare chi, nel frattempo, aspettava che quella stessa giustizia donasse un po’ di serenità alle famiglie delle vittime.

di Antonio del Furbo

E oggi, ancora una volta, l’apparato, seguendo il solito protocollo, torna a celebrare l’anniversario di una delle tante, troppe tragedie che si potevano evitare. Da quel drammatico 18 gennaio 2017 sono passati due inverni e la magistratura, che indaga sui soccorsi, sulla zona di costruzione e la struttura dell’hotel, non ancora riesce a cavare un ragno dal buco. È chiaro che ci sono troppi pezzi di Stato invischiati nella tragedia e troppi uomini che, probabilmente, hanno tutto l’interesse a difendersi dai processi.



Ciononostante, i giudici non possono essere assolti per questo ritardo.

Non possono semplicemente perché dopo due anni si cercano ancora i colpevoli di una tragedia troppo grande. E poi, non possono essere assolti perché, in molto meno tempo, hanno condannato Alessio Fenielloquattro mesi di reclusione per aver portato fiori al figlio Stefano in un’area ancora sotto sequestro.

“È allucinante, e fa male, non sono neanche libero di portare un fiore” ha detto Feniello a Le Iene. Una richiesta di arresto a una persona che ha sepolto un figlio sotto quelle macerie mentre lo stesso tribunale, quello di Pescara, non ancora chiede il conto a chi nega di aver sentito le telefonate di soccorso provenienti dall’hotel Rigopiano. E chi, da indagato, si rimangia ciò che aveva detto.

Dopo la fine dell’inchiesta “madre” in cui sono finite indagate 25 persone che, forse, rischiano il processo, i magistrati Massimiliano Serpi e Andrea Papalia si sono dedicati a un secondo filone d’inchiesta su un presunto tentativo di depistaggio da parte di Provolo e di sei funzionari della prefettura. Francesco Provolo è l’ex prefetto di Pescara è indagato per aver occultato il brogliaccio delle segnalazioni del 18 gennaio 2017 alla Squadra Mobile di Pescara, al fine di nascondere la chiamata di soccorso fatta alle 11.38 dal cameriere Gabriele D’Angelo al centro coordinamento soccorsi. Con lui sono indagati anche il presidente della provincia Antonio Di Marco, il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, l’amministratore del resort Bruno Di Tommaso e accusati a vario titolo di disastro colposo, omicidio colposo plurimo, falso ideologico, abuso edilizio, omissione d’atti d’ufficio.

Nelle relazioni consegnate agli investigatori e acquisiti agli atti non risulta una chiamata di 220 secondi alle 11.38 del 18 gennaio, cioè cinque ore prima della valanga. A effettuarla fu il cameriere dell’hotel Rigopiano, Gabriele D’Angelo, il quale chiedeva urgentemente alla prefettura di mandare una turbina sgombraneve per pulire la strada e consentire l’evacuazione del resort. Richiesta che, senza motivo, cadde nel vuoto.

Giancarlo Verzella, vice coordinatore della Sala Operativa della Protezione civile, ha dichiarato ai pm di “non essere a conoscenza di alcuna segnalazione proveniente dall’hotel Rigopiano” nella giornata del 18 gennaio. Dunque, Verzella non era a conoscenza né di quella di Gabriele D’Angelo e né delle altre fatte dopo la valanga. Verzella non ricorda nemmeno quella fatta da Quintino Marcella. Eppure Verzella, il 24 gennaio di due anni fa, quando non era indagato, alla stessa domanda, ovvero se fossero arrivate altre chiamate, rispose con un “Mi sembra di sì”.

E poi c’è lei, Daniela Acquaviva, la funzionaria che non credette all’allarme disperato lanciato da Quintino Marcella. Acquaviva sei giorni dopo la strage fu in grado di indicare ai poliziotti della Squadra Mobile di Pescara dove andare a cercare le carte in cui erano state annotate tutte le telefonate e in cui, a rigor di logica, ci doveva essere anche quella di D’Angelo. “Ho visto che in Sala operativa c’è un brogliaccio dove annotare le varie emergenze, ricordo che era presente già il 18 gennaio nella stanza del Coordinamento…” disse la funzionaria ai pm. Stranamente, però, ieri interrogata di nuovo dagli inquirenti, ha cambiato versione:“In Sala operativa il giorno 18 gennaio non era presente alcun brogliaccio”.

A essere sicura dell’esistenza di quel brogliaccio, però, è anche il viceprefetto Ida De Cesaris, che due anni fa dichiarò:“Sì, esiste un brogliaccio sul quale gli operatori annotano le segnalazioni e le attività…”. Ieri all’interrogatorio non si è presentata.

Come riporta Repubblica, la funzionaria che ricevette la telefonata di D’Angelo, Giulia Potrandolfo, nel 2017 dichiarò di aver annotato tutte le segnalazioni nella relazione al prefetto. Ieri si è avvalsa della facoltà di non rispondere. A non sapere nulla della sparizione dei brogliacci nemmeno i due vice prefetti Salvatore Angieri e Sergio Mazzia.

E tutto un non ricordo e un non so. Eppure la telefonata del cameriere Gabriele D’Angelo avrebbe potuto salvare quelle vite spezzate. Se chi doveva mandare la turbina l’avesse fatto. Intanto i familiari delle vittime possono accontentarsi della condanna a Feniello.

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