Rocco Greco si è sparato alla testa. Nell’indifferenza di un Prefetto

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Rocco Greco era un imprenditore di 57 anni di Gela. Era, appunto, perché Rocco si è ucciso con un colpo di pistola alla testa.

 

Rocco non era una persona qualsiasi: era un uomo che aveva avuto il coraggio di denunciare i boss mafiosi. Per ripicca, però, i mafiosi che fece arrestare gli testimoniarono contro: Rocco venne accusato di avere rapporti proprio con quei boss. Anzi: di farci affari. E, nonostante il Tribunale lo assolse, la Prefettura gli consegnò l’interdittiva per la sua azienda.

“Denunciare i boss del pizzo mi è costato caro”, continuava a ripetere ai familiari. Quel provvedimento, firmato dal Prefetto di Caltanissetta Cosima Di Stani, gli aveva fatto perdere tutti gli appalti. Un’interdittiva antimafia che gli sarebbe costata 7 milioni di euro in commesse sfumate. “Papà è stato il primo a denunciare quello che a Gela era per tutti la normalità”, ha detto il figlio che ora ha preso in mano l’azienda. “Ha attirato con sé altri 7 imprenditori coraggiosi che hanno denunciato il racket”. Grazie a loro 10 affiliati di Cosa nostra sarebbero finiti dietro le sbarre e poi condannati a 134 anni complessivi di carcere.

Però, per Rocco da quel momento inizia un inferno con il taglio delle gomme dell’auto, l’incendio di un escavatore. E poi l’interdittiva:“Emerge una qualificata e concreta sussistenza di pericolo di infiltrazione mafiosa”, scrive il prefetto Di Stani.

E Rocco, a quel punto, si è ucciso con un colpo di pistola nella sua azienda, la Cosiam, di via Butera e Gela.

“Cosa doveva fare lo Stato, prenderlo per mano e accompagnarlo” ha detto il Prefetto di Caltanissetta.

Se questo è un Prefetto. Appunto.

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