Se il migrante spaccia non deve essere rimpatriato. Parola di giudice.

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Il tribunale accoglie il ricorso presentato dall’immigrato sostenendo che avere due condanne per droga (di primo grado) non basta. Serve “un giudizio di pericolosità sociale in concreto”



La prefettura di Ancona, dunque, viste le due condanne penali per droga, gli ha negato il documento e emesso un conseguente ordine di espulsione dall’Italia. A quel punto il migrante ha presentato ricorso e la Cassazione gli ha dato ragione.

Inizialmente il migrante aveva fatto ricorso al giudice di Pace che glielo aveva respinto per via delle due condanne per droga, sufficienti per il giudice, per definire la sua “pericolosità sociale” e giustificare “la conseguente espulsione”. Impostazione rivista dalla Corte di Cassazione. La difesa dell’immigrato ha fatto notare ai giudici che, avendo parenti in Italia, l’uomo aveva presentato la richiesta di rinnovo del permesso per “motivi di coesione familiare”. La Suprema Corte, quindi, ha deciso di annullare l’espulsione del migrante spacciatore. Il motivo? Secondo il “Testo unico sull’immigrazione”, modifica del 2007, “in caso di richiesta di rilascio del permesso di soggiorno per motivi di coesione familiare” non è più prevista “l’applicabilità del meccanismo di automatismo espulsivo in virtù della sola condanna dello straniero per alcuni reati”. La prefettura, in sostanza, se vuole negargli il permesso di soggiorno deve dare un “giudizio di pericolosità sociale effettuato in concreto”.

L’immigrato, ora, potrà anche incassare i soldi delle spese processuali a carico di Prefettura e ministero dell’Interno.

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