SE QUESTA È GIUSTIZIA

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Una Giustizia italiana che porta con sé errori e misteri e che ancora oggi non si è liberata del peso delle vittime della sua barbaria

«Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo “grazie” a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L’ho detto, e un’altra cosa aggiungo: io sono qui anche per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi. Sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta ». Queste le parole indimenticabili pronunciate il 20 febbraio 1987 dal compianto Enzo Tortora la sera del suo ritorno in tv dopo la scandalosa tortura mediatica e giudiziaria a cui fu costretto. A trent’anni dal suo arresto nulla è cambiato dal punto di vista del riassetto giudiziario del nostro paese ma, addirittura, qualcosa è peggiorato. Tutti i componenti della più grande bufala giudiziaria italiana hanno ottenuto promozioni scalando i vertici della Magistratura. Da Diego Marmo, allora Pubblico ministero ed oggi procuratore capo di Torre Annunziata che dispensa interviste sui giornali, a Lucio Di Pietro e Felice Di Persia magistrati inquirenti all’epoca dei fatti. Chissà se il procuratore Marmo quando denuncia:«Siamo sotto organico del 30%, non sostituiscono il personale che va in pensione. Lavorare è diventato come svuotare il mare con un cucchiaino, sono stremato» ricorda le frasi pronunciate durante al processo Tortora direttamente all’ex conduttore:«Lei è stato eletto con i voti della camorra». L’unico a non aver ottenuto nulla da questo marciume è stato Enzo Tortora che anche nella tomba sono stati capaci di offenderlo e denigrarlo. La paladina santoriana che ogni giovedì sera raccontava a Servizio pubblico la sua drammatica storia di magistrato impegnata contro i potenti, diede il colpo finale anche alla famiglia del conduttore televisivo. Dopo la querela per diffamazione che i figli di Tortora presentarono contro Gianni Melluso, che all’uscita dal carcere continuò ad accusare Tortora di aver comprato droga da lui, Celementina Forleo, gip del tribunale civile e penale di Milano, respinse la querela, condannando le figlie di Tortora alle spese processuali, e motivò: «La sentenza di assoluzione del Tortora rappresenta soltanto la verità processuale sul fatto-reato a lui attribuito e non anche la verità reale del fatto storicamente verificatosi». Gli unici giornalisti che parlarono della vicenda dall’arresto di Tortora fino al ritorno in tv, furono condannati ad un lauto risarcimento danni dei magistrati «per avere offeso la loro reputazione».

UN ABRUZZESE CHIEDE GIUSTIZIA PER “L’INGIUSTIZIA” SUBITA

Nulla è cambiato come abbiamo detto e, forse, qualcosa è peggiorato. Tanti sono i casi di malagiustizia in Italia e nella nostra regione. Tante le storie come quella di Giulio Petrilli, aquilano, che il 30 maggio organizzerà un sit-in davanti la Cassazione per protestare contro l’inapplicabilità del risarcimento per ingiusta detenzione:«le sentenze assolutorie vanno rispettate». Petrilli invita:«tutti i garantisti e i democratici al sit-in che organizzerà per il trenta maggio prossimo a Roma alle 9,30, davanti la Corte di Cassazione, in occasione del dibattimento in quella sede del mio ricorso contro la Procura di Milano che non mi ha concesso – ricorda Petrilli – il risarcimento per ingiusta detenzione pur avendo scontato ingiustamente negli anni 80 sei anni di carcere speciale, con l’accusa di partecipazione a banda armata (Prima Linea), per poi essere assolto con sentenza definitiva nel luglio 1989». È un sopruso molto grande per Petrilli che non si può sottacere Non si puo’ sottacere. «Non è bastato il carcere ingiusto, non sono bastati i pestaggi subiti, non è bastato l’isolamento totale. Ora la Corte di Cassazione (requisitoria del P.G.), come ha fatto un anno fa quella d’Appello di Milano sostiene – spiega Petrilli – che avendo frequentato persone sbagliate non posso accedere al risarcimento, in questo modo l’assoluzione è carta straccia e si passa al giudizio morale non più a quello giuridico. Nelle stesse condizioni mie sono in tanti, che assolti si vedono rifiutare il risarcimento per frequentazioni non idonee. Invito tutti e tutte loro a venire a manifestare fuori la Cassazione il 30 maggio, perché è una battaglia di tutti quella di abrogare il comma 1 dell’art. 314 del c.p.che stabilisce il non risarcimento per dolo e colpa grave, perché è un comma pericolosissimo che introduce nel nostro ordinamento giudiziario il giudizio morale».
 
di Antonio Del Furbo

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