Silvio e Marcello: gli ex amici divisi a processo

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Dunque, appare abbastanza evidente che Marcello Dell’Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, voglia far salire sul banco dei testimoni il suo amico Silvio Berlusconi. L’intento, più che ovvio, è per Dell’Utri quello di farsi difendere dall’amico dalle accuse di collegamenti con la mafia. E, infatti, lo ha citato in aula a Palermo davanti ai giudici del processo d’appello per la trattativa tra Stato e mafia.

Al centro del processo per Dell’Utri c’è l’ipotesi di aver veicolato il messaggio intimidatorio dei mafiosi al capo del governo che si era insediato nel 1994, e cioè a Silvio Berlusconi. L’obiettivo era quello di incassare il premio per l’appoggio elettorale che sarebbe stato fornito dall’organizzazione criminale nel voto di venticinque anni fa. I mafiosi puntavano su vantaggi legislativi, e, dunque, di evitare altri eventuali stragi o omicidi eccellenti.




Intanto, i magistrati della procura generale di Palermo, che hanno riaperto le indagini in questa fase d’appello, stanno verificando se Dell’Utri si è effettivamente attivato in favore dei boss, facendo arrivare a Berlusconi il messaggio mafioso. Al momento non si sa se il messaggio sia mai arrivato a destinazione. E non si sa nemmeno se lo stesso Silvio Berlusconi abbia ceduto alla pressione che proveniva dai vertici di Cosa nostra. Oggi Dell’Utri vuole far testimoniare Berlusconi “per riferire in ordine a eventuali minacce di matrice mafiosa pervenute al governo da lui presieduto fino al 22 dicembre 1994”. L’ex premier, però, ha già detto che il 3 ottobre, giorno per il quale era stato convocato dai giudici, non potrà esserci perché “impegnato altrove”.

In realtà i legali di Berlusconi hanno depositato una nota con la quale svela ai giudici che l’ex cavaliere è indagato a Firenze per l’inchiesta sulle stragi del 1993. In sostanza la strategia difensiva mira a capire in che veste Berlusconi deve essere ascoltato. E, su questo, la Corte si esprimerà molto presto.

Stando ai documenti in mano ai giudici il vantaggio offerto ai mafiosi 25 anni fa sarebbe iniziato con l’iter burocratico che ha avuto il “decreto Biondi” che prende il nome dall’allora ministro guardasigilli del primo governo Berlusconi. Un decreto che andava a modificare l’articolo del codice penale sull’associazione mafiosa: in particolare tornava a rendere facoltativo e non più obbligatorio l’arresto degli indagati per mafia; inoltre avvantaggiava i corrotti ed i collusi ai quali era stata applicata la custodia cautelare. Primo firmatario del provvedimento era Berlusconi. E così mentre l’Italia intera è incollata ai televisori per seguire i quarti di finale dei mondiali di calcio, viene approvato il decreto Biondi, subito ribattezzato “salvaladri”, in virtù della quale non è più possibile mettere in prigione gli indagati per reati contro la pubblica amministrazione. Ma le norme sulla custodia cautelare che riguardano la mafia restano ufficialmente immutate, perché il ministro dell’Interno, il leghista Bobo Maroni, fa esplodere il caso e il 16 luglio, ai microfoni del TG3: “Le cifre sulle scarcerazioni che ci hanno dato in Consiglio dei Ministri erano tutte sballate. Ma non è solo la questione di Tangentopoli che mi preoccupa. Oggi mi rendo conto che ci sono altre parti gravi del decreto che complessivamente depotenziano l’azione dello Stato contro la criminalità organizzata”.

I mafiosi dovevano riscuotere il credito acquisito dopo il sostegno alle elezioni politiche del 1994? Le modifiche introdotte con il decreto legge non furono portate avanti perché è stato fatto cadere per l’opposizione del ministro Maroni e del capo dello Stato di allora, Oscar Luigi Scalfaro.

La procura generale sta facendo luca anche su ciò che riguarda direttamente i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano che fino adesso non era mai emerso ma che lascia molte zone d’ombra. Sono assassini con frequentazioni di politici e uomini di apparati deviati dello Stato. Custodi di tanti segreti. “C’è uno strano episodio che sconvolge i Graviano” ha spiegato il pg Sergio Barbiera. Un fatto che si verifica a maggio 1994, dopo pochi mesi dal loro arresto, mentre sono detenuti nel carcere di San Vittore a Milano. È così strano da indurli a fare uno esposto alle autorità giudiziarie. Cosa sconvolge così tanto i Graviano? I boss sostengono di essere stati filmati in carcere da alcune persone che si sono qualificate come carabinieri. La procura generale ha ritrovato la denuncia e hanno scoperto dall’elenco degli ingressi che alcuni nomi dei carabinieri non risultano veri. Alcuni nominativi non risultano mai essere appartenuti all’Arma.  

I due fratelli dal giorno del loro arresto non hanno mai parlato: si sono limitati a lanciare in qualche occasione messaggi criptati durante le udienze dei loro processi, minacciando di parlare, in particolare dopo le rivelazioni fatte da Spatuzza dell’incontro avuto con Dell’Utri a Roma.

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