Toghe nel mirino: la magistratura tra diritto e politica

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Sono passati ventitre anni da quel lontano 1992, l’anno dell’inchiesta “Mani Pulite”, l’anno delle stragi di Capaci e via D’Amelio, l’anno del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica. di Alessandra Di Giuseppe

A Milano, un pool di magistrati guidati dal procuratore capo Francesco Saverio Borrelli, tra i quali oltre a Di Pietro figurano Gherardo Colombo e Ilda Boccassini, portano alla luce vicende di corruzione che toccano le più alte sfere del potere politico italiano.

La magistratura raggiunge l’apice del consenso popolare, dopo anni di isolamento ed attacchi provenienti da esponenti di partiti politici, soprattutto del partito socialista.

Tra un processo mediatico e l’altro, quei giudici diventano degli eroi, paladini della legalità e difensori della democrazia.

Dopo quella stagione, oggi assistiamo increduli al tramonto, o meglio, alla “ parabola discendente” della magistratura italiana, con una profonda disaffezione popolare nei confronti delle toghe.

La riforma della responsabilità civile dei giudici, introdotta con legge 27 febbraio 2015, n. 18,  è stata accolta con un’alta percentuale di consenso popolare come quando, nel 1987, gli italiani si espressero a favore del referendum popolare sulla medesima questione.

Oggi come allora la magistratura appare delegittimata dagli errori giudiziari, dagli episodi di corruzione e dalle correnti politiche al suo interno.

Tante, troppe,  le vicende giudiziarie che coinvolgono magistrati.

Luigi Passanisi, presidente del Tar Marche è stato condannato in primo grado a tre anni e sei mesi di reclusione  per corruzione in atti giudiziari per aver «venduto» una sentenza del Tar di Reggio Calabria nel 2005, quando ne era presidente.

Nell’ambito dell’inchiesta sul Mose sono indagati  magistrati della Corte dei ContiVittorio Giuseppone, giudici del consiglio di Stato e del Tar, persino funzionari come il Magistrato delle Acque di Venezia che dovrebbero garantire la legalità delle opere pubbliche

Il magistrato del lavoro di La Spezia Maurizio Caporuscio, il procuratore di Savona Francantonio Granero e il magistrato del lavoro a Spezia Pasqualina Fortunato sono indagati per“rivelazione di segreti d’ufficio” nello scandalo che ha travolto la Banca Carige.

16 giudici tributari, otto tra funzionari e impiegati presso Commissioni tributarie arrestati a Napoli  nell’ambito di un blitz anticamorra.

Luigi De Gregori, un giudice della Commissione provinciale tributaria di Roma arrestato in flagrante, mentre intascava una tangente da 6mila euro.

Il giudice Franco Angelo Maria De Bernardi, presidente della II sezione quater, del Tribunale amministrativo regionale del Lazioarrestato per corruzione su ordine della procura di Roma: il magistrato aveva messo su un vero e proprio sistema di corruzione «integrale».

Il pm di Roma Roberto Staffa, titolare di numerosi processi contro la criminalità organizzata, arrestato dai carabinieri e accusato di corruzione, concussione e rivelazione di segreti d’ufficio in cambio di prestazioni sessuali.

Giancarlo Giusti, ex gip del Tribunale di Palmi, il magistrato arrestato dalla squadra mobile di Reggio Calabria nell’operazione condotta contro la cosca Bellocco, già condannato in precedenza a 4 anni di carcere nell’ambito di una inchiesta della Dda di Milano. 

A Taranto, il giudice civile Piero Vella arrestato  in flagranza di reato per corruzione in atti giudiziari.  

Pietro Volpe, coordinatore dei Giudici di Pace di Udine arrestato nell’ambito di un’indagine coordinata dalla Procura della repubblica di Bologna e condotta dalla Polizia stradale di Amaro su falsi decreti di dissequestro in favore di furgoni ucraini che trasportavano abusivamente merce sulla tratta Venezia-Trieste. 

L’ex  presidente del Tribunale di Imperia, Gianfranco Boccalatte, indagato nell’ambito di una inchiesta per millantato credito e corruzione in atti giudiziari.

I fenomeni corruttivi pare prolifichino nelle sezioni fallimentari dei Tribunali cosicché è stato coniato il neologismo “fallimento poli”: il 12 giugno 2012 Chiara Schettini, giudice de L’Aquila, ex magistrato del tribunale di Roma viene arrestata con l’accusa di aver pilotato i fallimenti per reati gravissimi: peculato, corruzione e minacce; ”Di fronte a certi atteggiamenti io divento più mafiosa dei mafiosi”, parla così nelle telefonate intercettate dagli inquirenti e durante l’interrogatorio avrebbe affermato: “a Roma era una prassi dividere il compenso con il magistrato, 3 su 4 sono corrotti”.

Condannato definitivamente in Cassazione Sebastiano Puliga,  ex giudice alla sezione fallimentare del tribunale di Firenze per bancarotta fraudolenta aggravata, corruzione in atti giudiziari e falso. 

L’ex procuratore capo di Pinerolo, in provincia di Torino, Giuseppe Marabotto arrestato e accusato di corruzione. L’indagine condotta a Milano dal sostituto procuratore Fabrizio Romanelli riguarda una serie di consulenze affidate dal magistrato a professionisti “amici”.

Uno spaccato devastante, che rende attuali le parole che Giovanni Falcone pronunciò a Milano il 5 novembre 1988, nel corso di una conferenza pubblica:

occorre rendersi conto che l’indipendenza e l’autonomia della magistratura rischia di essere gravemente compromessa se l’azione dei giudici non è assicurata da una robusta e responsabile professionalità al servizio del cittadino. Ora, certi automatismi di carriera e la pretesa inconfessata di considerare il magistrato – solo perché ha vinto un concorso di ammissione in carriera – come idoneo a svolgere qualsiasi funzione (una specie di superuomo infallibile ed incensurabile) sono causa non secondaria della grave situazione in cui versa attualmente la magistratura. La inefficienza dei controlli sulla professionalità, cui dovrebbero provvedere il CSM ed i consigli giudiziari, ha prodotto un livellamento dei magistrati verso il basso“. 

Il 13 marzo 1991 Giovanni Falcone varcava le soglie del Ministero della Giustizia su invito del Ministro Claudio Martelli, con l’incarico di Direttore degli Affari penali e proponeva una riforma della giustizia che prevedeva: la separazione delle carriere e la regolamentazione della carriera del pubblico ministero che non può essere identica a quella dei magistrati giudicanti, la  razionalizzazione ed il coordinamento dell’attività del pm, l’eliminazione delle correnti politiche, la formazione professionale dei giudici.

Le proposte di Falcone di allora sono condivisibili o meno, ma indubbiamente molto attuali, e dopo vent’anni non riprendere quelle idee significa fare un torto non soltanto a lui, ma anche a noi stessi ed ai tanti giudici onesti nel nostro Paese.

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