Attentato a Ruffo di Report: quando lo Stato è timido con ‘drangheta e tifoseria

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Tutto è accaduto davanti la sua abitazione, in una villetta tra Ostia Antica e Acilia.

Al momento non hanno un volto i delinquenti che hanno minacciato Federico Ruffo, giornalista di Report, che nei giorni scorsi ha condotto un’inchiesta sugli intrecci tra Juventus e ‘ndrangheta. Ruffo ha fatto luce sul caso, ancora avvolto nel mistero, dell’ultras morto. Per questo motivo nella casa del giornalista hanno disegnato una croce rossa, con una vernice, sul muro e cosparso di benzina il pianerottolo di ingresso. Immediata la chiamata ai Carabinieri di Ostia.

“Il nostro collega, autore dell’inchiesta sulla morte di un collaboratore della Juventus coinvolto nel bagarinaggio e sui rapporti tra ‘ndrangheta, ultras e alcuni dirigenti della società bianconera” scrive Report sulla propria pagina Facebook “è stato sorpreso intorno alle 4 del mattino da ignoti che hanno cosparso di benzina prima l‘ingresso dello stabile in cui vive insieme alla famiglia, poi il pianerottolo e la porta d’ingresso del suo appartamento, con l’apparente intento di darlo alle fiamme. Gli attentatori poi sono fuggiti disturbati dal cane, ma prima hanno disegnato con la vernice spray rossa una croce sul muro del pianerottolo.”

Ora i carabinieri stanno indagando sull’accaduto che, dopo i rilievi del caso, “hanno acquisito anche il materiale relativo ai ripetuti attacchi e alle minacce di morte di cui Federico Ruffo e il conduttore del programma Sigfrido Ranucci sono stati vittime attraverso i social network, sia prima che dopo la messa in onda dell’inchiesta ‘Una signora alleanza’.Nelle passate settimane – spiegano ancora a Report – , Ruffo era stato oggetto anche di episodi spiacevoli, costretto ad allontanarsi da alcuni locali pubblici a seguito di comportamenti sgradevoli a lui rivolti da alcuni sedicenti tifosi juventini.

Nell’inchiesta di Ruffo era finito il direttore sportivo della Juventus Beppe Marotta, che nell’ottobre del 2013, in occasione di Juve-Real Madrid, lasciò 5 biglietti della sua riserva personale a Rocco Dominello, figlio del boss, che doveva rivenderli.

“La ‘ndrangheta controlla il tifo juventino”

“La ‘ndrangheta si è di fatto imposta nel tifo organizzato esercitando un vero e proprio controllo dei gruppi che supportano la Juventus”.

Non solo. Dietro al bagarinaggio, realizzato attraverso la cessione di pacchetti di biglietti a una tifoseria organizzata che esercita una notevole “forza intimidatoria” nei confronti della società, si nascondono i boss. A dimostrarlo anche il fatto dei tre ambasciatori saliti a Torino dalla Calabria: il compito era quello di risolvere la questione della gestione del ricco business in cui dovevano subentrare dei personaggi differenti per “fare accettare agli altri sodali i nuovi equilibri”.

A dirlo è la sentenza con cui il giudice Giacomo Marson, del tribunale di Torino, il 30 giugno ha messo fine (in primo grado) al processo Alto Piemonte, che in uno dei suoi numerosi rivoli ha preso in esame anche i rapporti fra boss e ultrà.

Due i filoni dell’inchiesta. In una si è avuta la condanna a sette anni e nove mesi di Rocco Dominello, indicato insieme al padre Saverio come esponente della cosca Pesce-Bellocco di Rosarno, definito il “raccordo fra il mondo della tifoseria organizzata e la `ndrangheta”. L’inchiesta penale non ha toccato nessun tesserato della Juventus ma ha ha aperto un procedimento in sede sportiva: Andrea Agnelli è stato inibito per un anno dal tribunale federale della Figc perché avrebbe avallato le condotte illecite dei suoi dirigenti che “scendevano a patti con gli ultrà”.
Una Juventus che oscilla fra i ricatti della tifoseria organizzata, capace di “esercitare una rilevante forza intimidatoria nel confronti della società calcistica”
 
Ora si attende che qualcuno assicuri questi delinquenti alla giustizia. Per sempre. Quale sarà la soluzione a parte l’affetto e la vicinanza a Ruffo?

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