Auto bruciata al sindaco di Monteodorisio Catia Di Fabio: escalation di intimidazioni e l’ombra della criminalità in Abruzzo
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Nella notte tra il 28 e il 29 maggio 2025, Monteodorisio – piccolo centro in provincia di Chieti – è stato teatro di un grave atto intimidatorio. L’automobile del sindaco Catia Di Fabio, una Jeep Renegade parcheggiata davanti alla sua abitazione, è stata distrutta da un incendio di probabile origine dolosa.

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Auto bruciata al sindaco di Monteodorisio Catia Di Fabio. Sul posto sono immediatamente intervenuti i Vigili del Fuoco e i Carabinieri, e la Procura ha avviato un’indagine per individuare i responsabili. L’episodio non giunge isolato: appena tre settimane prima, sulle mura del cimitero comunale, era apparsa la scritta “Sindaca fascista”, un insulto diretto alla prima cittadina di Monteodorisio. Già allora erano arrivate manifestazioni di solidarietà dal mondo politico locale, ma l’escalation dall’imbrattamento vandalico a un gesto incendiario ha destato allarme e sconcerto nella comunità.

Le autorità hanno condannato con fermezza l’accaduto. 

Marco Marsilio, presidente della Regione Abruzzo, ha definito l’incendio “un atto violento e vile” e ha sottolineato come si tratti di un salto di qualità rispetto alle scritte offensive apparse settimane prima. A nome dell’intera giunta regionale, Marsilio ha espresso solidarietà alla sindaca Di Fabio – sia come rappresentante istituzionale sia come donna – augurandosi che le indagini portino presto all’individuazione dei colpevoli.

Messaggi di vicinanza sono giunti trasversalmente dal mondo politico: esponenti di maggioranza e opposizione hanno definito l’atto “gravissimo” e un colpo al cuore della democrazia, ribadendo che “chi pensa di fermare l’impegno con l’intimidazione troverà una risposta fatta di coraggio, legalità e unità”. Anche la Lega Abruzzo, con il coordinatore regionale Vincenzo D’Incecco, ha parlato di “gesto criminale gravissimo”, ricordando come “atti come questi colpiscono al cuore la democrazia e il vivere civile” e rinnovando il sostegno a Di Fabio nella prosecuzione del suo mandato.

La sindaca, dal canto suo, si è detta sconvolta e sorpresa. In dichiarazioni alla stampa locale, Catia Di Fabio ha affermato di non riuscire a spiegarsi l’accaduto: l’auto era nuova e in perfette condizioni, e lei non crede di aver fatto torti personali a nessuno né di avere nemici, amministrando “un piccolo paese” con impegno civile. L’attentato, compiuto sotto casa sua e quindi potenzialmente pericoloso anche per la famiglia (Di Fabio è madre di bambini piccoli), “travalica ogni limite di civiltà”, come hanno evidenziato alcuni amministratori locali commentando l’accaduto. Resta ora da capire chi e perché abbia voluto colpire la prima cittadina di Monteodorisio: tutte le piste sono aperte, dal gesto di matrice politica (considerate le offese ideologiche precedenti) a un avvertimento di stampo criminale legato all’attività amministrativa. Saranno le indagini a stabilire la verità, ma nel frattempo l’episodio viene inquadrato in una serie di segnali inquietanti che stanno emergendo in Abruzzo.

I precedenti: sindaci sotto tiro in Abruzzo

L’incendio dell’auto di Catia Di Fabio non è un caso isolato. Negli ultimi tempi la regione Abruzzo ha registrato diversi episodi di intimidazione ai danni di amministratori locali, delineando un quadro preoccupante. Emblematico è il precedente di Vasto, città poco distante da Monteodorisio: il 5 dicembre 2022 l’auto del sindaco Francesco Menna – che è anche Presidente della Provincia di Chieti – venne bruciata in piena notte mentre era parcheggiata in centro città. In quel caso le indagini accertarono la natura dolosa del rogo: fu ritrovato un birillo stradale intriso di liquido infiammabile utilizzato come innesco. Si trattò dunque di un’azione deliberata e premeditata.

Menna, scosso ma determinato, lanciò allora un messaggio significativo: disse di perdonare gli autori dell’incendio, ipotizzando che volessero punirlo per alcune iniziative amministrative “scomode” – come sgomberi di occupazioni abusive, la lotta all’evasione fiscale o ad altre forme di illegalità – portate avanti dal Comune. “La violenza è la forza dei deboli”, dichiarò il sindaco di Vasto, ribadendo che la via maestra resta il dialogo e la legalità e invitando anche i suoi antagonisti a confrontarsi nelle sedi democratiche piuttosto che con atti intimidatori. Le sue parole, oltre a esprimere un alto senso delle istituzioni, lasciavano intendere che dietro al rogo potessero esserci interessi colpiti dall’azione di risanamento e legalità intrapresa dall’amministrazione comunale.

Sempre nel dicembre 2022, un altro inquietante episodio coinvolse l’amministrazione di Giulianova (Teramo): in quel caso non si arrivò alle fiamme, ma furono inviate lettere anonime contenenti minacce di morte rivolte ai membri del governo cittadino, “colpevoli” di aver eliminato posti auto sul lungomare per realizzare una pista ciclopedonale. Un provvedimento urbanistico, dunque, scatenò reazioni violente da parte di ignoti, a testimonianza che il clima verso i pubblici amministratori può infiammarsi anche per scelte amministrative divisive. Fortunatamente queste minacce non degenerarono in violenza fisica; resta il fatto che il linguaggio dell’odio e della minaccia viene sempre più spesso usato per contestare le decisioni politiche locali.

Secondo il rapporto annuale “Amministratori sotto tiro” dell’associazione Avviso Pubblico, nel 2022 sono stati 8 gli atti intimidatori censiti in Abruzzo, distribuiti in 6 diversi comuni della regione. Tali episodi hanno toccato tutte e quattro le province abruzzesi: tre casi nel Teramano (nel comune capoluogo e a Giulianova), tre nel Chietino (a Lanciano e Vasto) e uno ciascuno nel Pescarese e nell’Aquilano. Si va, come abbiamo visto, dagli incendi di auto o proprietà (i casi di Vasto e Monteodorisio, ma in passato si ricordano anche roghi di abitazioni o aziende agricole di amministratori locali) alle scritte ingiuriose sui muri, fino a messaggi e lettere minatorie o altri atti vandalici mirati. In alcuni casi le intimidazioni sono esplicite e personali (pallottole inviate per posta, teste di animale lasciate davanti a casa, ecc.), in altri sono più subdole ma comunque spaventose per chi le subisce.

Va sottolineato che, a livello nazionale, il fenomeno delle minacce ai politici locali è tutt’altro che raro: sempre nel 2022 in tutta Italia si sono registrati 326 episodi di intimidazione o violenza verso sindaci, assessori, consiglieri e dipendenti pubblici. Sebbene il dato nazionale sia in calo (-25% rispetto all’anno precedente, quando se ne contarono 438), gli osservatori invitano alla cautela: la diminuzione potrebbe indicare minore denuncia da parte delle vittime, ossia una “cifra oscura” del fenomeno, più che un reale arretramento della pressione criminale. In Abruzzo, in particolare, i numeri restano contenuti rispetto ad altre realtà – nel 2022 la regione figurava tra le meno colpite d’Italia – ma ciò non deve indurre a sottovalutare il problema. Ogni atto contro un amministratore pubblico, infatti, è un attacco all’istituzione democratica che egli rappresenta e al contempo un possibile campanello d’allarme sulla presenza di fenomeni criminosi sul territorio.

L’ombra della criminalità organizzata e la “zona grigia” abruzzese

Gli atti intimidatori contro i sindaci e gli amministratori locali in Abruzzo si inseriscono in un contesto più ampio, in cui affiorano i segnali di una presenza ramificata della criminalità organizzata nella regione. Storicamente, l’Abruzzo non è annoverato tra i territori di radicamento “storico” delle mafie tradizionali – non esistono clan autoctoni comparabili a quelli di Sicilia, Calabria, Campania o Puglia – e per decenni la politica locale ha descritto la regione come un’“isola felice” immune dalle mafie. Eppure, i dati delle inchieste e delle autorità antimafia raccontano una realtà diversa: nessun territorio può dirsi davvero immune.

La stessa Direzione Investigativa Antimafia (DIA), nella sua più recente relazione semestrale, ribadisce che se è vero che “l’Abruzzo si caratterizza per l’assenza di fenomeni mafiosi autoctoni”, è altrettanto vero che la prossimità geografica a regioni ad alta densità mafiosa come la Puglia e la Campania “espone la regione all’influenza di organizzazioni malavitose provenienti da tali territori”. In altre parole, i clan tendono a infiltrarsi dove trovano terreno fertile, soprattutto per fare affari, e l’Abruzzo – per posizione e per flussi economici – rappresenta uno spazio appetibile.

Non a caso, la DIA segnala da tempo l’interesse delle mafie per i grandi flussi di denaro pubblici che hanno investito la regione. Ad esempio, le ingenti risorse per la ricostruzione post-sisma (dopo i terremoti del 2009 in Abruzzo e del 2016/2017 nel Centro Italia) costituiscono obiettivi potenziali di infiltrazione criminale nel settore degli appalti e dell’edilizia. Altrettanto appetibili risultano i fondi pubblici destinati ad agricoltura, allevamento, rifiuti e turismo – ambiti sui quali le Prefetture abruzzesi mantengono alta la guardia, monitorando il rischio di infiltrazioni mafiose nell’economia legale. Proprio i settori agricolo e zootecnico sono stati oggetto negli anni scorsi di indagini e di provvedimenti interdittivi antimafia, da cui è emersa un’elevata esposizione al rischio di infiltrazione da parte di organizzazioni criminali, specie provenienti dalla vicina Puglia.

Le inchieste più recenti hanno documentato in Abruzzo la presenza di esponenti di consorterie mafiose pugliesi e calabresi, nonché di gruppi criminali stranieri (in particolare albanesi) e persino di clan locali di etnia rom. Questi ultimi – famiglie rom stanziali da decenni tra la costa pescarese e l’entroterra teatino – sono risultati coinvolti in traffici di droga, usura ed estorsioni, mostrando una preoccupante capacità di evolvere verso forme di criminalità organizzata stabili. In alcuni quartieri difficili, come Rancitelli a Pescara, tali famiglie (noti i cognomi Spinelli, Di Rocco, Ciarelli, imparentati coi Casamonica e Spada della capitale) hanno di fatto controllato per anni lo spaccio di stupefacenti sul territorio, adottando metodi paramafiosi – vedette, omertà indotta con la paura, violenze – al punto che di recente la magistratura ha contestato per la prima volta il reato di associazione mafiosa a membri di un clan locale pescarese. Si tratta di segnali inequivocabili che anche l’Abruzzo sta conoscendo il metodo mafioso, pur in assenza di “cupole” indigene.

Le mafie tradizionali considerano l’Abruzzo terra utile per espandere i propri affari o per sfuggire a pressioni nelle aree d’origine.

Sin dagli anni 2000 si sono registrati casi clamorosi: nel Vastese (a Vasto e San Salvo, sulla costa teatina al confine col Molise) si era insediata una propaggine della ’ndrangheta calabrese. Un’inchiesta del 2016 – nota come operazione “Isola Felice”, poi confluita nel maxiprocesso “Forza dei 108 – portò all’arresto di 25 affiliati e al coinvolgimento di 108 indagati collegati al clan Ferrazzo di Mesoraca (Crotone), con il sequestro di oltre 300 kg di droga oltre ad armi da guerra. Secondo gli inquirenti, quel clan aveva eletto Vasto e dintorni a base operativa per il traffico internazionale di stupefacenti, replicando sul litorale abruzzese uno schema mafioso calabrese.

Nello stesso territorio, qualche anno prima, si era radicato anche un sodalizio di matrice camorrista: la Direzione Nazionale Antimafia ha ricordato che una sentenza del Tribunale di Vasto nel 2016 riconobbe l’operatività di un’autonoma associazione camorristica attiva dal 2003 al 2011 sulla costa teatina, facente capo a Lorenzo Cozzolino, elemento di spicco di una fazione del clan Vollaro di Portici (Napoli) trasferitosi con la famiglia in Abruzzo. Questo gruppo – a cui aderirono anche affiliati dei clan camorristici Di Lauro, Cimmino e altri, in fuga dalle faide napoletane – aveva formato “un agguerrito gruppo criminale, gerarchicamente strutturato, in grado di gestire con modalità tipicamente mafiose una pluralità di attività illecite” tra Francavilla al Mare, Vasto, San Salvo e altri comuni del Chietino, estendendo progressivamente la propria influenza anche sulla criminalità locale non organizzata.

Tra le attività di questo sodalizio figuravano traffico di droga, estorsioni, usura e perfino attentati incendiari ai danni di attività economiche o rivali, reati tipicamente associati al controllo mafioso del territorio. Va detto che nel 2019 la Corte d’Appello dell’Aquila, pur confermando molte condanne per singoli reati, non ha riconosciuto la sussistenza dell’associazione mafiosa per il clan Cozzolino, riformando la sentenza di primo grado. Ciò tuttavia non significa che il fenomeno fosse inesistente: semplicemente, secondo i giudici d’appello non erano stati raggiunti i rigorosi criteri probatori richiesti per il reato di 416-bis (associazione mafiosa). Resta agli atti giudiziari la fotografia di un gruppo camorrista che operò per anni in Abruzzo importando metodi mafiosi, prima di essere smantellato dalle operazioni delle Forze dell’Ordine.

Proprio negli ultimissimi tempi, l’attenzione investigativa sulle infiltrazioni mafiose in Abruzzo si è ulteriormente intensificata. 

Lo scorso mese un’operazione dell’Antimafia (coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia dell’Aquila) ha interessato nuovamente il Vastese, accendendo i riflettori su infiltrazioni nel ciclo dei rifiuti e sulle estorsioni legate ad attività economiche locali, con propaggini che arrivavano fino alla “Società Foggiana” – la mafia della provincia di Foggia – attiva con propri emissari anche sulla costa abruzzese. Non è un caso che tale operazione sia stata discussa pubblicamente proprio a Vasto pochi giorni prima del rogo dell’auto di Catia Di Fabio: in un incontro sulla legalità organizzato dall’Osservatorio regionale, alla presenza della presidente della Commissione parlamentare Antimafia Chiara Colosimo e di altri esponenti istituzionali, è stata ribadita la presenza concreta in Abruzzo di camorra, ’ndrangheta, mafie pugliesi, gruppi criminali albanesi e nigeriani e clan localiinterconnessi.

In sintesi, l’Abruzzo non è più – ammesso che lo sia mai stato – un’oasi esente dalle logiche criminali organizzate. Le organizzazioni mafiose vedono in questa regione un terreno dove investire proventi illeciti, fare affari (dallo spaccio di droga alle energie rinnovabili, dalla gestione dei rifiuti all’edilizia) e condizionare pezzi di economia e politica locale, contando sul fatto che l’opinione pubblica locale per molto tempo ha creduto di vivere in un luogo immune dalle mafie. Questa sorta di “negazionismo” del pericolo mafioso ha rappresentato in passato l’anticamera dell’infiltrazione: basti pensare a come le mafie siano riuscite a colonizzare intere regioni del Centro-Nord– dalla Lombardia al Lazio, dalla Liguria al Veneto – proprio approfittando di sottovalutazioni iniziali e scarsa percezione del rischio. Diversi analisti avvertono che l’Abruzzo sta attraversando quella fase critica: i segnali di allarme ci sono tutti e non vanno ignorati.

Un fenomeno da non sottovalutare: legalità e istituzioni in prima linea

Gli attacchi ai sindaci come quelli subiti da Catia Di Fabio a Monteodorisio e da Francesco Menna a Vasto sono campanelli d’allarme importanti. Indipendentemente da chi risulterà responsabile – sia esso un singolo vandalo politicamente motivato, un gruppo di facinorosi locali o la mano lunga di un’organizzazione criminale – il messaggio lanciato è di sfida frontale allo Stato democratico sul territorio. Colpire un sindaco significa voler intimorire non solo la persona, ma ciò che essa rappresenta: la comunità dei cittadini e la legge. Per questo simili gesti vanno affrontati con la massima serietà e con una risposta corale delle istituzioni e della società civile.

In Abruzzo, come altrove, è fondamentale non abbassare la guardia. Il Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, presentando i dati nazionali sugli atti intimidatori, ha ricordato che “fare l’amministratore locale è un atto di coraggio” e che lo Stato deve fare di tutto per spezzare la solitudine dei sindaci e sostenerli di fronte a minacce e pressioni. Analogamente, l’associazione Avviso Pubblico ha lanciato un appello a rafforzare la rete di tutela e supporto agli amministratori sotto tiro, creando meccanismi di denuncia efficaci e di protezione sul campo.

In Abruzzo, dove i casi finora sono sporadici ma significativi, questo si traduce nell’attivare subito tutti gli strumenti di prevenzione: dall’attenzione investigativa costante (già assicurata con l’intervento delle DDA e delle Prefetture sul monitoraggio delle infiltrazioni) alla solidarietà concreta verso chi subisce minacce. È fondamentale che i sindaci non vengano lasciati soli: ogni intimidazione deve essere denunciata e isolata, affinché passi il segnale che lo Stato è presente anche nelle realtà più piccole e periferiche.

Gli episodi di Monteodorisio e Vasto, letti in controluce, offrono uno spaccato di una regione in cambiamento.

Una regione dove, accanto alle tante energie positive, si agitano forze oscure – criminalità comune, estremismi violenti o interessi mafiosi – che provano a mettere radici. L’Abruzzo, un tempo considerato immune, si scopre vulnerabile: ma la consapevolezza del rischio è già un primo antidoto. Questi atti vigliacchi possono paradossalmente avere un effetto opposto a quello sperato da chi li compie: anziché piegare gli amministratori onesti, stanno facendo sorgere una coscienza più vigile. La reazione ferma delle istituzioni e della cittadinanza – la condanna unanime, le fiaccolate di solidarietà, il sostegno pubblico – indica che la società abruzzese rifiuta di farsi intimidire e riconosce la necessità di difendere i propri rappresentanti democratici.

In conclusione, il rogo dell’auto della sindaca Catia Di Fabio, pur restando in sé un fatto grave e inquietante, assume un significato ancora più ampio se collocato nel contesto abruzzese odierno. È un sintomo di un malessere che cova sotto traccia: che sia protesta violenta contro l’operato di un’amministrazione o – peggio – un “avvertimento” di stile mafioso, esso rivela una presenza criminale più ramificata di quanto si credesse in questa terra. La risposta non può che essere duplice: da un lato, repressione efficace dei responsabili da parte delle forze dell’ordine e della magistratura (individuando mandanti ed eventuali collegamenti con organizzazioni più vaste); dall’altro, un forte investimento in legalità e cultura.

Come osservato dagli esperti, negare o minimizzare il fenomeno sarebbe l’errore più grande: l’Abruzzo deve aprire gli occhi e giocare d’anticipo, prima che la scia di intimidazioni si trasformi in qualcosa di ancor più strutturato. La vicinanza dello Stato ai sindaci minacciati, l’attenzione costante sui segnali di infiltrazione e l’educazione alla legalità nelle comunità locali sono gli strumenti con cui reagire. “Non bisogna avere paura”, ripetono tanti amministratori coraggiosi: facendo fronte comune, l’Abruzzo può dimostrare che nessun atto criminale piegherà la volontà democratica delle sue istituzioni e dei suoi cittadini.

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