Chieti non è solo una città che scivola. È un laboratorio di incongruenze amministrative, un groviglio di perizie tecniche contrastanti e, soprattutto, il palcoscenico di un dramma umano che coinvolge centinaia di cittadini trasformati in “fantasmi” dalle ordinanze di sgombero.
Il quartiere Santa Maria, cuore pulsante della parte alta della città, è oggi una “zona rossa” dove il silenzio è interrotto solo dal rumore sotterraneo dell’acqua e dalle grida di chi ha perso tutto. Ma in questo scenario di desolazione, emerge un numero che urla più di ogni altro: 39,32 metri.
Il Paradosso dei 39 Metri: La Sicurezza Selettiva
Grazie a un minuzioso rilievo strumentale effettuato tramite strumenti di misurazione satellitare, siamo in grado di documentare un’incongruenza che scuote le fondamenta della gestione emergenziale teatina. A soli 39,32 metri dai fabbricati evacuati per grave rischio di crollo nel quartiere Santa Maria, sorge lo studentato universitario di via Gran Sasso (noto anche come via dei Frentani).
Mentre le abitazioni private vengono condannate all’abbandono e le famiglie sono costrette a fuggire, la stessa amministrazione che firma le ordinanze di sgombero ha autorizzato il ripristino e la rifunzionalizzazione di questa struttura pubblica. L’operazione non è solo simbolica, ma economicamente massiccia: circa 898.500 euro provenienti dai fondi del PNRR (Missione 4 – Istruzione e Ricerca) sono stati stanziati per restituire la “casa dello studente” alla città con una gestione garantita per i prossimi dodici anni.
La domanda sorge spontanea e brutale: com’è possibile che a meno di quaranta metri di distanza il suolo sia giudicato così instabile da giustificare la deportazione forzata di civili, ma abbastanza solido da ospitare decine di studenti e un investimento statale di quasi un milione di euro? Esiste una geologia “politica” che colpisce i privati e grazia il pubblico?
La Tesi Tecnica: Frana Naturale o Omissione Infrastrutturale?
Il fulcro della battaglia legale che si sta consumando nelle aule di tribunale e negli uffici comunali risiede nella natura del dissesto. L’amministrazione comunale di Chieti preme per far passare la situazione come un “dissesto idrogeologico” di vasta scala, una calamità naturale inevitabile. Questa narrativa ha un obiettivo preciso: ottenere lo stato di emergenza nazionale e i relativi finanziamenti statali per la ricostruzione.
Tuttavia, rilevamenti condotti da ingegneri indipendenti e periti di parte raccontano una storia diversa. Il sospetto è che il movimento del terreno non sia causato da un destino geologico ineluttabile, ma dal passaggio di acque sotterraneederivanti da una rete idrica e fognaria comunale colabrodo, mai soggetta a manutenzione strutturale.
Secondo queste perizie, i danni strutturali sono concentrati chirurgicamente solo nelle abitazioni dove passa l’acqua. Se questa tesi venisse confermata, la responsabilità non sarebbe più dello Stato “calamitoso”, ma del Comune di Chieti per omessa manutenzione. Una verità che l’amministrazione sembra voler evitare a ogni costo, poiché implicherebbe l’obbligo di risarcire direttamente i cittadini con i fondi del bilancio comunale, già gravato dal dissesto finanziario dell’ente.
La Battaglia per la Trasparenza: L’Accesso agli Atti
In questo clima di sospetto, l’avvocato Monica D’Amico, difensore di Vittoria Zuccarini e Presidente del Comitato “Casa Comune”, ha rotto gli indugi. Il 14 febbraio 2026 è stata depositata un’istanza formale di Accesso agli Atti (ai sensi della Legge 241/90) rivolta al Comune di Chieti.
Cosa cercano i residenti? La verità nascosta nei sensori. La richiesta riguarda:
- I dati e le risultanze dei 120 inclinometri piazzati nel quartiere Santa Maria.
- I file raw satellitari (Copernicus) che monitorano gli spostamenti millimetrici del suolo.
- Tutta la documentazione tecnica e le relazioni prodotte dall’Università D’Annunzio tra il 2018 e il 2026.
I cittadini vogliono sapere perché, se non c’è nulla da nascondere, questi dati non siano stati ancora resi pubblici in modo trasparente. Se i 120 inclinometri indicano che il terreno si muove a causa di infiltrazioni idriche localizzate, l’intera strategia comunicativa e legale del Comune crollerebbe come i palazzi di Santa Maria.
Il “Modello Niscemi”: Perché a Chieti la Procura non Interviene?
La vicenda di Chieti presenta analogie inquietanti con quella di Niscemi, in Sicilia. Anche lì, per anni, si è parlato di frane inevitabili mentre le fognature erano incomplete e le acque non regimentate. Tuttavia, a Niscemi la magistratura ha fatto un passo avanti: il Procuratore Capo di Gela, Salvatore Vella, ha aperto un fascicolo per disastro colposo e danneggiamento seguito da frana.
L’indagine siciliana punta a verificare proprio le inadempienze degli amministratori nelle mancate bonifiche e messe in sicurezza. A Chieti, invece, la questione sembra restare confinata nell’ambito amministrativo e dei proclami elettorali. Eppure, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 252 del 2022, ha chiaramente ribadito che l’inerzia amministrativa e la tutela dell’ambiente non possono essere sacrificate al consenso o a logiche di bilancio. Perché il tribunale teatino non avvia una perizia terza super partes per accertare se sotto il colle scorra fango o responsabilità umane?
Il Dramma Umano: La Vita nel Limbo
Dietro le perizie e i commi, ci sono le persone. Vittoria Zuccarini è l’emblema di questa resistenza. Ha dovuto abbandonare due appartamenti di 180 metri quadri ciascuno: il risparmio di una vita azzerato da un’ordinanza di sgombero. Vive da sfollata da un anno e mezzo, in attesa di “certezze e qualcosa di concreto”.
“Ci dicono di avere fiducia”, raccontano i residenti del comitato, “ma intanto il tempo passa e il danno economico e morale aumenta”. Gli sfollati chiedono un risarcimento, sia esso in forma specifica (una nuova casa sicura) o monetario, ma si scontrano con un muro di gomma istituzionale che sembra attendere solo l’arrivo dei fondi statali per “coprire” il problema.
Un Disastro Annunciato?
Chieti non può essere considerata una “ferita marginale”. La situazione di Santa Maria è lo specchio di un Paese dove la prevenzione viene fatta solo sulla carta e dove i diritti dei cittadini sono spesso subordinati a calcoli di convenienza finanziaria degli enti locali. Se il terreno a 39 metri dallo studentato è sicuro, deve esserlo anche per le famiglie di via dei Frentani. O viceversa.
Resteremo vigili su questa inchiesta, seguendo passo dopo passo l’esito dell’accesso agli atti. Perché se è vero che la natura a volte è crudele, l’uomo non ha il diritto di essere complice per omissione. Sotto il colle di Chieti non scorre solo acqua: scorrono responsabilità che attendono di essere portate alla luce.
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