“Ringrazio la magistratura per aver sottoposto a scrupolosa validazione e approvato il mio operato da sindaco di Pescara”. Sono le prime parole dell’attuale presidente della Regione Abruzzo, Luciano D’Alfonso, appena saputi dell’epilogo positivo della sua vicenda giudiziaria. Antonio Del Furbo

“Resta il rammarico – ha aggiunto – per l’interruzione di un percorso amministrativo riconosciuto a tutti i livelli e che stava dando frutti preziosi per la città”.

Chi paga ora per questa vicenda? Chi paga ora per le altre vicende e, soprattutto, per l’arresto di un uomo che, secondo la giustizia terrena, è innocente ma nel 2008 venne arrestato a pochi giorni dal Santo Natale?

Alle 13 di oggi, la Corte d’Appello dell’Aquila, presieduta dal giudice Luigi Catelli con i giudici a latere Aldo Manfredi e Armanda Servino, ha confermato l’assoluzione emessa in primo grado dal Tribunale di Pescara l’11 febbraio 2013. L’ex sindaco di Pescara era coinvolto, insieme ad altri 17 imputati, in un’inchiesta denominata Housework su un giro di presunte tangenti negli appalti pubblici del capoluogo adriatico. Con D’Alfonso finirono agli arresti il suo ex braccio destro Guido Dezio e l’imprenditore Massimo De Cesaris. La Corte li ha assolti tutti dai reati contestati applicando il secondo comma dell’articolo 530 del codice di procedura penale, riqualificando, tra l’altro, il reato della tentata concussione in quello di induzione indebita a dare o promettere utilità. Reato per il quale vi e’ stata comunque l’assoluzione. Tra gli imprenditori accusati con D’Alfonso c’erano gli imprenditori Carlo e Alfonso Toto, Angelo De Cesaris, Pierpaolo Pescara, Fabrizio Paolini, Rosario Cardinale, Giacomo Costantini, Nicola Di Mascio, Pietro Colanzi, Alberto La Rocca, Giampiero Leombroni, Marco Mariani, Francesco Ferragina, Antonio Dandolo, Vincenzo Cirone. Il procuratore generale, Ettore Picardi, aveva chiesto l’assoluzione per tutti gli imputati relativamente alla maggior parte dei capi di imputazione oggetto del ricorso, la prescrizione per sei capi di imputazione e solo per Dezio una condanna di 2 anni e 6 mesi relativamente però al reato contestato al capo B, cioè tentata concussione. In primo grado il processo si concluse con l’assoluzione di tutti gli imputati accusati, a vario titolo, di reati che andavano dall’associazione per delinquere alla corruzione, alla concussione, alla tentata concussione, all’abuso, al peculato alla truffa, al falso, all’appropriazione indebita.

E ora chi paga?

Ve li ricordate i titoloni dei giornali? Ve lo ricordate il Corriere della Sera? No? Ecco il titolo di allora.

Ricordate l’enfasi? “Le sorprese da Pescara non finiscono qui. Fra gli indagati (una decina) di questa nuova bufera giudiziaria (partita da un appalto per i servizi cimiteriali della città) ce n’è uno eccellente: Carlo Toto, il presidente di AirOne. Gli contestano il reato di corruzione e il corrotto, secondo la procura, sarebbe proprio il sindaco della città”. Per il quotidiano “le speranze di un futuro politico D’Alfonso le ha perdute da un pezzo” scriveva il 16 dicembre 2008. Quindi, la stampa, aveva già deciso per conto dei cittadini. 

E i servizi dei tg? Eccoli.

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“Da questa esperienza di dolore esce rafforzata la fiducia nella giustizia che è fatta di indagini, di ipotesi di accuse, di processi e di sentenze” ha commentato il Sottosegretario alla presidenza del Consiglio abruzzese, Camillo D’Alessandro. Una riflessione decisamente non rispondente a realtà visto che, a D’Alfonso, il processo è stato fatto anche mediaticamente. E tale affermazione è dura da comprendere anche per il giornalista Gino Di Tizio, autore del libro La Toga Nera e sempre critico verso un certo tipo di spettacolarizzazione di presunti fatti:“non capisco come determinati eventi giudiziari possano rafforzare la fiducia nella giustizia, dopo che una città ha perso il suo sindaco proprio per quelle manette scattate in maniera che le successive sentenze hanno valutato quantomeno forzate. Per me tutta la storia di D’Alfonso e degli altri imputati dovrebbe invece far suonare alto l’allarme nei confronti della carcerazione preventiva, che spesso, troppo spesso nel Bel Paese, assume aspetti di vera e propria barbarie. Per essere chiaro fino in fondo se D’Alfonso fosse stato chiamato a giudizio senza quelle manette sarebbe potuto rimanere al suo posto e non ci sarebbero stati traumi dolorosi per la sua persona, ma anche per i suoi amministrati. Il giudizio sul suo comportamento sarebbe poi toccato agli elettori, soprattutto dal punto di vista etico. Se così fossero andate le cose ad essere rafforzato, sarebbe stato il nostro livello di democrazia e di convivenza civile”.

Un anno prima fu arrestato Ottaviano Del Turco che, sempre secondo il Corriere della Sera,sarebbe stato il grande rivale di Del Turco alla guida della Regione”. Anche lì la politica però non ha potuto condurre quella guerra perché è arrivata la magistratura. E mentre parliamo di D’Alfonso il processo mediatico già sta divorando altre vittime, tra cui D’Alema. Avanti il prossimo.

Intanto: chi paga? 

Di Antonio

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