Funerali Pino Daniele: le bestie che gridavano contro D’Alema

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Credo che in certe occasioni bisognerebbe tacere, non parlare. Specie quando c’è un morto di mezzo. Ma nel 2015 non è possibile rimanere in silenzio e appellarsi al politically correct.

Pino Daniele è morto la notte del 4 gennaio in seguito ad un infarto. Con lui se n’è andato un pezzo di storia della musica italiana e dell’anima blues del nostro Paese. La camera ardente è stata allestita presso l’ospedale Sant’Eugenio di Roma in cui amici e parenti si sono recati  per dargli l’ultimo saluto. Tra questi anche Massimo D’Alema invitato dai familiari e stringersi intorno al loro dolore. Una richiesta personale, privata, in cui nessuno avrebbe potuto e dovuto mettere bocca. E, invece, un centinaio di ‘pressapochisti’ del pensiero o, forse, di ‘ladri di ossigeno’, ammassati sull’ingresso del nosocomio, hanno deciso che l’ex premier non sarebbe dovuto entrare. Appena arrivato, i ‘cultori del liberalismo’ si sono rivolti a D’Alema con i chiari concetti della dottrina liberale:”mo’ faccio un casino”, “se entra D’Alema entriamo tutti”, “facciamogli un applauso”, “non deve entrare, non deve entrare”. Ed infine:“vattene, è una vergogna”.

Un manipolo di scansafatiche accorsi per ‘contestare’ sostanzialmente due richieste della famiglia di Pino Daniele: quella di chiudere l’ingresso per raccogliersi vicini al proprio caro e quella di condividere con uno degli amici personali il proprio dolore. Niente da fare. I selvaggi che poco prima avevano tentato di scattare foto alla salma del cantante, hanno detto che ciò non era possibile. “Perché tu entri e noi no?” ha chiesto il ‘capo’ dei rivoluzionari. “Non ho voluto entrare per non creare confusione, mi sono fermato – ha detto l’esponente del Pd – Ero qui perché sono amico di Pino Daniele”.

Dunque, una persona ha dovuto rinunciare ad un sentimento, ad un abbraccio, ad uno sguardo, magari ad una lacrima per ‘ordine pubblico’. E le forze dell’ordine nulla hanno fatto per proteggere una così preziosa fonte di orgoglio umano. Nulla. Perché, signori miei, questa è la legge.

Antonio Del Furbo

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