Gaza Humanitarian Foundation, tra aiuti, ombre e interessi geopolitici
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Dietro la sigla Gaza Humanitarian Foundation (Ghf), ufficialmente attiva dal 26 maggio 2025 nella distribuzione di aiuti umanitari nella Striscia di Gaza, si cela un’operazione complessa, pianificata molto prima del lancio ufficiale.

Gaza Humanitarian Foundation, tra aiuti, ombre e interessi geopolitici. Nonostante l’avvio coincida con una nuova fase emergenziale per la popolazione palestinese, i tasselli che compongono la struttura della fondazione erano già in moto da tempo.

Le origini della Ghf risalgono al novembre 2024, lo stesso mese in cui Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali americane. Da allora, una serie di eventi ha scandito il contesto geopolitico. Intanto il cessate il fuoco del 19 gennaio, l’annuncio del tycoon, il 5 febbraio, di voler trasformare Gaza in una “Riviera del Medio Oriente”, e la ripresa dei bombardamenti israeliani il 18 marzo. La distribuzione degli aiuti è quindi solo l’ultima tappa di un piano ben più ampio.

Registrazioni tra Svizzera e paradisi fiscali

Secondo quanto emerso dal registro commerciale di Ginevra, la Ghf è stata costituita ufficialmente nel febbraio 2025 in Svizzera, Paese noto per la riservatezza dei suoi circuiti finanziari. Tuttavia, fonti svizzere hanno fatto sapere che stanno valutando se aprire un’indagine formale sulle attività dell’organizzazione. A complicare ulteriormente il quadro è la scoperta di una seconda Ghf registrata negli Stati Uniti, nello Stato del Delaware – uno dei principali paradisi fiscali mondiali – nel novembre 2024. A presentare i documenti, l’avvocato James H. Cundiff, esperto di trust e pianificazione fiscale, nonché legale della Safe Reach Solutions, una delle società che, durante il cessate il fuoco, si è occupata del controllo dei convogli umanitari nella Striscia.

A capo della Safe Reach Solutions figura Philip F. Reilly, ex alto funzionario dell’intelligence statunitense con quasi trent’anni di esperienza nella CIA. La sovrapposizione tra attività di sicurezza e aiuti umanitari, come vedremo, è una delle ambiguità che solleva più di un dubbio.

I fondi, le banche e i misteri dei finanziatori

La Gaza Humanitarian Foundation sostiene di aver ricevuto promesse di donazioni per oltre 100 milioni di dollari da uno Stato dell’Unione Europea, che però non viene mai nominato. I fondi, secondo la documentazione disponibile, sarebbero custoditi in conti aperti presso banche di alto profilo come Truist, J.P. Morgan e una non meglio specificata affiliata svizzera sostenuta dal colosso Goldman Sachs. “Le banche sono state scelte per la loro reputazione globale e la storia di integrità”, si legge nella presentazione ufficiale della fondazione.

Nonostante la narrazione improntata alla trasparenza, resta il fatto che l’identità dei veri finanziatori rimane nebulosa. L’unico elemento certo è che si tratta di un meccanismo ben oliato, in grado di attrarre capitali e proteggere identità dietro sofisticate architetture finanziarie.

Un Cda d’élite tra ONG, multinazionali e intelligence

La composizione del consiglio direttivo della Ghf rafforza l’impressione di una struttura concepita più come think tank strategico che come semplice ONG umanitaria. Tra i membri spicca Nate Mook, ex CEO di World Central Kitchen, noto per i suoi interventi in zone di crisi (e per essere stato più volte nel mirino delle forze armate israeliane), oggi consulente per l’Ucraina presso la Howard G. Buffett Foundation. C’è poi Raisa Sheynberg, dirigente di Mastercard e profonda conoscitrice delle dinamiche tra politica e finanza globale, e Jonathan Foster, volto noto nel mondo del private equity americano. Infine, Loik Henderson, giurista d’affari per grandi aziende del Fortune 500, figura come membro ufficiale nel registro svizzero della fondazione.

L’apparato operativo è stato guidato da due ex Marine, Jake Wood e David Burke – noti per aver fondato Team Rubicon, una ONG che unisce veterani di guerra all’attività umanitaria – ma entrambi si sono dimessi all’improvviso. Il nuovo responsabile sul campo è John Acree, veterano dell’Agenzia USAID, in particolare nel settore dei disastri umanitari internazionali.

Il comitato consultivo è altrettanto strategico: David Beasley, ex direttore del World Food Programme (la sua adesione però non è confermata); Bill Miller, ex Marine e dirigente operativo dell’ONU; e Mark Schwartz, ex militare e consigliere per la sicurezza statunitense in Israele e nei Territori Palestinesi. Schwartz, in particolare, ha coordinato missioni per miliardi di dollari in Afghanistan.

Distribuzione controllata e “militarizzata” degli aiuti

La missione dichiarata della Ghf è quella di avviare una rete iniziale di quattro centri di distribuzione nella Striscia di Gaza, capaci di raggiungere ciascuno tra i 300mila e 1,2 milioni di persone, con l’obiettivo di coprire in futuro l’intera popolazione gazawi. I beni distribuiti comprendono razioni alimentari, forniture mediche e kit igienici, il tutto tracciato tramite sistemi di monitoraggio in tempo reale per evitare deviazioni o furti.

A rendere possibile questa logistica ad alta efficienza, la Ghf si avvale di mezzi blindati e personale addestrato, spesso ex contractor, come quelli della Safe Reach Solutions, che in passato hanno garantito la sicurezza del corridoio di Netzarim, arteria umanitaria durante il cessate il fuoco. L’intera operazione è presentata come “trasparente, tracciabile e sicura”, ma le modalità ricordano più una missione militare che un’iniziativa umanitaria.

Il costo stimato per ogni pasto distribuito è di 1,3 dollari, comprensivi di logistica, stoccaggio e trasporto, un valore che secondo la fondazione garantirebbe “un impatto misurabile immediato per i donatori”.

Più domande che certezze

Sebbene il quadro formale parli di una missione umanitaria innovativa e strutturata, permangono numerose zone d’ombra: chi finanzia davvero la Ghf? Qual è il reale scopo dell’operazione, che sembra intrecciare aiuti, sicurezza e diplomazia strategica? Perché due figure di vertice si sono dimesse a poche ore dal debutto operativo della fondazione?

Le autorità svizzere, intanto, stanno valutando se aprire un fascicolo d’inchiesta. Il rischio è che Gaza diventi, ancora una volta, teatro di sperimentazioni geopolitiche camuffate da umanitarismo. Con l’aggravante, stavolta, di una presenza massiccia di ex militari. E non solo. Ci sono anche contractor e specialisti in sicurezza provenienti da un ambiente più vicino alla difesa che al volontariato.

Nel frattempo, i bisogni della popolazione di Gaza – fame, cure, dignità – restano drammaticamente reali. Ma tra operazioni sofisticate, fondi opachi e logistica blindata, la domanda vera è un’altra: l’obiettivo è aiutare la popolazione o consolidare una nuova forma di controllo? La risposta, per ora, resta sepolta tra le macerie di una delle aree più martoriate del pianeta.

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