Gaza, il fallimento umanitario: caos, spari e dimissioni
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Le immagini che arrivano da Rafah non lasciano spazio a dubbi: più che una distribuzione di aiuti, quella a cui si è assistito nella parte meridionale della Striscia di Gaza è stata una scena da zona di guerra.

Gaza, il fallimento umanitario: caos, spari e dimissioni. Migliaia di sfollati palestinesi, affamati e disperati, hanno assaltato uno dei nuovi centri logistici allestiti congiuntamente da Stati Uniti e Israele. Un’iniziativa che, almeno nelle intenzioni, avrebbe dovuto segnare l’inizio di una fase di “ristoro” per una popolazione stremata. Ma nella realtà ha mostrato i limiti drammatici, se non l’ipocrisia, di un progetto calato dall’alto e privo di un reale contatto con le necessità sul campo.

Spari sulla folla affamata

Il centro di distribuzione di Tel Sultan, nel cuore di Rafah, è stato preso d’assalto da centinaia di persone in cerca di un pacco alimentare. Secondo alcune testimonianze, per fermare la calca sarebbe stato aperto il fuoco. Al momento, però, non è ancora chiaro chi abbia sparato: alcuni puntano il dito contro le forze armate israeliane, altri contro i contractor della sicurezza privata americana incaricati di proteggere le strutture. Ciò che è certo è che l’episodio ha contribuito a rendere ancora più fragile un equilibrio già compromesso.

I quattro centri di distribuzione, due dei quali situati nella zona di Tel Sultan e uno lungo il corridoio di Netzarim a sud di Gaza City, erano stati annunciati come una svolta. Ma fin dall’inizio il progetto si è scontrato con la realtà di una crisi umanitaria profonda e prolungata, aggravata dal blocco degli aiuti deciso mesi fa dal governo Netanyahu.

Una macchina logistica fragile e sbilanciata

L’IDF (Forze di Difesa Israeliane) aveva annunciato con enfasi l’operatività di due dei quattro centri: quello di Tel Sultan e quello nel corridoio di Morag, a cavallo tra Khan Yunis e Rafah. Ma a poche ore dall’apertura, tutto è sembrato precipitare. Secondo la Gaza Humanitarian Foundation (GHF), l’ente incaricato di coordinare la distribuzione, “la pressione sul campo era tale che il nostro team si è ritirato per consentire a un numero limitato di persone di accedere agli aiuti in sicurezza”.

Una spiegazione che sembra non reggere il confronto con la realtà: i video parlano di confusione totale, assalti, carenze organizzative. E lo confermano anche le cifre: la GHF ha comunicato di aver distribuito circa 8.000 scatole di alimenti, ciascuna sufficiente – si stima – a sfamare 5,5 persone per poco più di tre giorni. Un totale di 462.000 pasti. Numeri che, su scala di emergenza umanitaria, rappresentano poco più di una goccia in un deserto.

Le dimissioni che scuotono la GHF

A rendere il quadro ancora più instabile, è arrivata la clamorosa decisione di Jake Wood, CEO della Gaza Humanitarian Foundation ed ex marine statunitense con lunga esperienza nei soccorsi di emergenza. Alla vigilia della distribuzione ufficiale, Wood ha rassegnato le dimissioni con parole pesanti: “Non è possibile portare avanti questo piano nel rispetto dei principi fondamentali dell’umanità, della neutralità, dell’imparzialità e dell’indipendenza. E io non sono disposto a rinunciarvi”.

Un atto di rottura che ha messo in discussione l’intero impianto della fondazione. Wood, prima della guida di GHF, aveva fondato e diretto l’ONG Team Rubicon, specializzata negli interventi post-catastrofe. Conosciuto per il suo rigore operativo, la sua uscita improvvisa è apparsa come una vera dichiarazione d’accusa verso un sistema che – a suo dire – ha perso ogni parvenza di indipendenza.

Una fondazione dai contorni opachi

La GHF è stata costituita appena pochi mesi fa, nel febbraio 2025, ed è registrata a Ginevra. Alla base della sua creazione ci sono, ufficialmente, gli sforzi congiunti di Stati Uniti e Israele. Ma su chi ne detenga davvero il controllo, e soprattutto su chi ne garantisca i finanziamenti, non esistono ancora informazioni trasparenti. Un vuoto che ha dato adito a numerose inchieste giornalistiche internazionali e ha rafforzato i sospetti su un sistema pensato più per il controllo politico e militare della Striscia che per un’effettiva risposta umanitaria.

L’Onu si tira fuori: “Militarizzazione degli aiuti”

Una presa di posizione netta è arrivata anche dalle Nazioni Unite, che hanno rifiutato qualsiasi coinvolgimento nel meccanismo messo in piedi dalla GHF. Secondo l’ONU, la struttura logistica ideata da Washington e Tel Aviv non rispetta i criteri minimi di indipendenza e trasparenza richiesti per gli interventi umanitari. L’accusa più pesante? La militarizzazione degli aiuti e il rischio concreto che il piano sia funzionale a un più ampio progetto di trasferimento forzato della popolazione palestinese.

La denuncia è chiara: se un piano di aiuti si muove con logiche militari e di sorveglianza, non si tratta più di assistenza, ma di controllo. Un’ombra che incombe da tempo sulla gestione degli aiuti a Gaza, ma che adesso – con la crisi di Rafah – si fa più evidente che mai.

Un piano fallito o una strategia riuscita?

Alla luce di quanto accaduto, la domanda è se questo sia davvero un fallimento. O se, al contrario, la strategia fosse sin dall’inizio destinata a mostrare il caos, l’inefficienza, e magari a giustificare un’escalation militare o nuove restrizioni. Se l’obiettivo era quello di dimostrare che “non si può aiutare Gaza”, allora la confusione di questi giorni è esattamente ciò che serviva.

Gli sfollati restano senza risposte. Le scatole di cibo – poche, insufficienti – sono diventate il simbolo di una promessa tradita. E le immagini dei proiettili, dei bambini in fuga, delle madri che piangono nel fango, restano lì a testimoniare una realtà che nessuna retorica diplomatica può più nascondere.

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