C’è stato un tempo in cui il cognome Riina si pronunciava sottovoce. Si pronunciava con il terrore negli occhi, o non si pronunciava affatto, inghiottito da quel silenzio omertoso che ha soffocato la Sicilia per decenni.
Quel cognome evocava esplosivo, autostrade sventrate, bambini sciolti nell’acido, uno Stato sotto assedio.
Oggi, anno 2024, aprite TikTok o Instagram. Digitate quel cognome. Non troverete cronaca giudiziaria, né immagini di processi. Troverete Salvo Riina, terzogenito di Totò, che ammicca all’obiettivo. Troverete reel montati su basi trap, pose da influencer, frasi motivazionali e, recentemente, addirittura apparizioni che sfiorano il videoclip musicale.
Dalle stragi ai selfie. Dai pizzini nascosti nelle stalle ai post condivisi con migliaia di follower. Cosa sta succedendo? È davvero questa la “normalità” che ci meritiamo? O stiamo assistendo alla più grande operazione di marketing del dolore che la storia criminale recente ricordi?
In questo articolo, che accompagna la nostra video-inchiesta, entriamo nel merito di una vicenda che fa discutere e, lasciatecelo dire, fa rabbia.
La Famiglia Riina Oggi: Una Mappa Aggiornata
Prima di arrivare allo scandalo dei video, facciamo il punto. Chi sono e cosa fanno oggi i membri della famiglia più discussa d’Italia? La “Ditta Riina”, se così possiamo chiamarla provocatoriamente, ha preso strade diverse dopo la morte del patriarca Totò, avvenuta nel 2017.
- Ninetta Bagarella: La vedova. Vive ancora a Corleone. È la custode della memoria “privata” del boss, quella che non ha mai rinnegato il marito e che continua a vivere nel paese che fu il regno del “Capo dei Capi”. Una presenza silenziosa, ma pesante come un macigno per chi crede nel cambiamento culturale di quelle terre.
- Giovanni Riina: Il primogenito. Per lui la storia è diversa. Nessun social, nessuna luce della ribalta. Sta scontando l’ergastolo in regime di 41bis. È l’unico che ha seguito in toto le orme paterne, finendo inghiottito dallo stesso sistema carcerario che ha sepolto il padre. Per lui, il “fine pena mai” è la realtà quotidiana.
- Maria Concetta e Lucia: Le figlie. Vivono vite più ritirate, tra la Puglia e la Sicilia. Hanno tentato diverse strade, dai tentativi di commercializzare prodotti (ricordate le cialde di caffè?) a vite più anonime. I loro cognomi, però, restano un marchio a fuoco che periodicamente le riporta sulle cronache.
E poi c’è lui. Giuseppe Salvatore Riina, detto Salvo.
Salvo Riina: L’Influencer di “Cosa Nostra”?
Salvo Riina ha scontato la sua pena per associazione mafiosa. Ha pagato il suo debito con la giustizia, tecnicamente parlando. Vive a Padova, lavora (o almeno così risulta ufficialmente) presso associazioni, scrive libri. Ha pubblicato “Riina Family Life”, un testo che ha sollevato un polverone mediatico internazionale, cercando di dipingere il padre come un genitore severo ma presente, scindendo l’uomo dal mostro.
Ma è la sua attività recente a destare le perplessità più forti. Salvo Riina ha capito una cosa fondamentale: nell’era digitale, la notorietà è una valuta, indipendentemente dalla sua origine.
Sui social media, Salvo non si nasconde. Si mostra. Costruisce una narrazione fatta di:
- Vittimismo: Il figlio perseguitato per le colpe dei padri.
- Ostentazione velata: Cene, viaggi, contesti di svago.
- Messaggi in codice: Frasi criptiche, hashtag come “rispetto” e “onore”, che nel linguaggio social possono sembrare banali, ma che associati a quel cognome assumono un retrogusto amaro, quasi di sfida.
Il Caso del Videoclip: Trap, Neomelodici e “Brum Brum”
E arriviamo al punto dolente, quello che ha fatto traboccare il vaso della nostra indignazione. Recentemente, la presenza di Salvo Riina si è intrecciata con il mondo della musica, in particolare con quel sottobosco che mescola trap, neomelodico e culture urbane di strada.
Non stiamo parlando di arte. Stiamo parlando di videoclip o contenuti social in cui il figlio del boss appare, o viene citato, o si mostra alla guida di auto costose, accompagnato da colonne sonore che inneggiano a una vita “spericolata”, al rispetto di strada, al “non tradire”.
Il video virale, quello con la musica che fa “brum brum” (un riferimento chiaro alla cultura trap/drill che feticizza le auto di lusso e la velocità), non è solo un gioco. Vedere Salvo Riina ammiccare in questi contesti lancia un messaggio devastante ai più giovani.
Il messaggio è: Il crimine, o l’aura che ne deriva, è “cool”. Il cognome Riina non è una vergogna da cui affrancarsi con una vita di umile silenzio, ma un brand da lucidare e vendere su TikTok.
Le canzoni parlano di “zone d’ombra”, di “infami”, di soldi facili. E lui è lì. O, se non è fisicamente nel video ufficiale, usa quelle basi per i suoi contenuti, creando un cortocircuito culturale spaventoso. Mentre le associazioni antimafia faticano per entrare nelle scuole e spiegare che la mafia è “una montagna di merda”, come diceva Peppino Impastato, dall’altra parte dello smartphone c’è chi rende quella montagna una collina glamour su cui fare picnic.
La Provocazione: È Libertà o Oltraggio?
Qui non si tratta di legge. Se Salvo Riina non viola le prescrizioni della sorveglianza speciale, la legge non può impedirgli di farsi un selfie. La questione è morale. È etica.
Ci rivolgiamo direttamente a voi che leggete: è accettabile? È accettabile che il figlio dell’uomo che ha ordinato la morte di Falcone e Borsellino giochi a fare la star del web? È accettabile che utilizzi la visibilità, ottenuta solo ed esclusivamente grazie al sangue versato dal padre, per monetizzare o per alimentare il proprio ego?
Perché, diciamocelo chiaramente: se si chiamasse Salvo Rossi, nessuno guarderebbe i suoi video. I like, i commenti, l’attenzione mediatica sono frutto di quel cognome. E quel cognome è famoso per le stragi. Quindi, per la proprietà transitiva, Salvo Riina sta facendo “successo” sulle macerie delle stragi.
Perché non possiamo tacere
Il rischio più grande non è il ritorno della mafia delle bombe. Quella, forse, è finita. Il rischio è la normalizzazione. Il rischio è che un ragazzino di 15 anni, guardando quei video, pensi: “Però, guarda che stile. Guarda che rispetto che ha la gente per lui”. Se passa questo messaggio, abbiamo perso. Se passa l’idea che essere un Riina sia uno status symbol e non una tragedia storica, allora il sacrificio di chi è morto per combattere la mafia diventa vano.
Noi di [Nome del tuo Canale/Zone D’Ombra] abbiamo deciso di scavare, di mostrare, di non girarci dall’altra parte. Abbiamo analizzato i profili, le connessioni, i commenti sotto ai suoi post (pieni, purtroppo, di “grande”, “onore a te”, “leoni”). C’è un’Italia che ha dimenticato, o peggio, un’Italia che non ha mai capito.
Conclusione
Salvo Riina è un uomo libero. Ha diritto di vivere, di lavorare, di esistere. Ma la decenza? Il pudore? Il rispetto per le vittime? Quelli non sono scritti nel codice penale, sono scritti nella coscienza degli uomini. E a scorrere quei feed di TikTok, sembra che di coscienza, in giro, ce ne sia rimasta poca.
Guardate il video che abbiamo preparato. Guardate le immagini. E poi diteci la vostra. Siamo noi a essere “vecchi” e legati al passato, o c’è davvero qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo?
Il dibattito è aperto. E non accetteremo il silenzio come risposta.