Il volto nuovo di Felice Maniero

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Il boss dei boss. L’ex capo della mala del Brenta. È lui. Paparazzato mentre passeggia beato e tranquillo nel suo territorio. Il boss che si è rifatto una vita a spese dello Stato. Il delinquente coperto dallo Stato a spese nostre. Eccolo divertito, mentre gran parte degli italiani muoiono di fame o si suicidano per le cartelle di Equitalia.

Il boss dei boss. L’ex capo della mala del Brenta. È lui. Paparazzato mentre passeggia beato e tranquillo nel suo territorio. Il boss che si è rifatto una vita a spese dello Stato. Il delinquente coperto dallo Stato a spese nostre. Eccolo, divertito, mentre gran parte degli italiani muoiono di fame o si suicidano per le cartelle di Equitalia.

Alessandro Ambrosini e Micaela Landi ritraggono l’ex boss in un editoriale su ‘Visto’.

PERCHÈ IL FOCUS

“Molti, nella mia città, mi chiedono perché riaprire il focus su Felice Maniero” scrive Ambrosini. “Considerato quasi un Robin Hood padano, Felix o Feli o il Cotoea, è nella realtà il prodotto di uno stranissimo intreccio politico-istituzionale-criminale che, oltre 20 anni fa, ha contribuito a creare la famosa ‘Locomotiva d’Europa’: il Veneto”.

L’attenzione verso un boss di questo calibro deve essere sempre massima in quanto “il boss della Mala del Brenta è stato nella realtà alla stessa stregua di un Totò Riina, di un Raffaele Cutolo, di un Bernardo Provenzano“.

Maniero ha seminato e imposto la peggiore cultura che un popolo possa avere: quella dell’omertà.

A PASSEGGIO IN UNA CENTRALISSIMA VIA DI UNA CITTA’ VENETA

“Lo abbiamo seguito, fotografato. Ascoltato. Perché Felicetto parla a voce alta. Scherza e  sorride” scrive Micaela Landi.  “Gli anni sono stati clementi con lui, è ancora bello e affascinante come un tempo. Non ci sono più i capelli a caschetto ma la  faccia d’angelo, che gli è valsa il soprannome, è rimasta. L’ex boss è tornato libero dall’agosto del 2010, con in tasca un nome e un cognome nuovi. Libero quindi di circolaresenza vincoli in Europa, eppure è rimasto in Italia, al nord, in una delle città da dove per anni ha gestito i suoi affari. E dove oggi vive sotto protezione  dopo aver tradito tutti i suoi ‘uomini’. Anche quelli più fidati, come il suo braccio destro Salvatore Trosa, condannato all’ergastolo,  e i ‘mestrini’ Gilberto Boatto, Marietto Pandolfo, Silvano Maritan“. 

VENETI OMERTOSI

Ambrosini, da Veneto, precisa che “La discrezione di questo popolo è una discrezione che ha coperto molte delle nefandezze del bandito del piovese per un motivo molto chiaro: “ i schei” (i soldi). Se una parola come ‘discrezione’ venisse cambiata nella più esatta ‘omertà’ non si direbbe niente di strano, niente di ingiusto. Sarebbe la verità cari concittadini veneti”. 

LA FINTA FUGA DEL BOSS MANIERO DAL SUPERCARCERE

“A vent’anni dalla sua finta fuga dal supercarcere di Padova e dal suo pentimento – scrive ancora Ambrosini – e dopo che si è parlato di nuova identità sia all’anagrafe sia nei lineamenti, oggi l’ex boss della Mala del Brenta torna nelle pagine di un settimanale nazionale. Non ci torna di sua spontanea volontà, a lui interessa mantenere l’anonimato (che nella foto è garantito dai pixel sul volto) per una serie di motivi che andremo a scoprire nel tempo. Ci torna per merito di un fotografo o di una giornalista che è riuscito ad intercettarlo. È o sono  riusciti/o a stanare colui a cui hanno costruito uno status di collaboratore di giustizia inaccettabile, per lasciare che niente potesse essere intaccato di quel sistema economico che, al tempo, era un polmone dell’intero sistema-Italia. Un polmone dopato”. 

COPERTURA DELLO STATO INGIUSTIFICATA

L’essere collaboratore di giustizia ha garantito al boss una copertura “di primo livello”. Tutto questo è inaccettabile da ogni cittadino con un minimo d’amore nei confronti della propria dignità nazionale. 

“Immaginatevi se, personaggi come Riina o Provenzano fossero messi nelle condizioni di vivere una vita tra villette a due piani e shopping nelle boutique del centro di una qualsiasi città, solo per aver svelato i nomi di 50/100 picciotti. Lo scandalo sarebbe enorme e andrebbe in onda il teatrino del ridicolo. Con lui è stato fatto. Essere collaboratori di giustizia è qualcosa di diverso”. 

SOLO 130 MANETTE SCATTATE

Sono poche, appunto, le persone che Maniero ha fatto arrestare per dargli tutta questa copertura. Il gradasso, il boss che minaccia può contare su un esercito di uomini che lo tengono sotto stretta sorveglianza persino quando fa shopping. Per il resto se la gode nella sua villetta dove si è trasferito da poco. 

MOSTRE D’ARTE E VIAGGI

Altro che vita sacrificata. Faccia d’angelo spende e spande in viaggi, cinema, teatri e mostre d’arte. Allo Stato ha restituito solo 30 miliardi di lire, un piccolo contributo rispetto a quello accumulato nel periodo criminale. E lo Stato spende e spande facendosi prendere per culo.

GLI ANNI DELLA MALA DEL BRENTA

Vanno dalla metà degli anni ’70 alla metà degli anni ’90. “Più di 500 ‘soldati’ arruolati. E a comandare era lui, Faccia d’Angelo, un uomo che da solo ha trasformato una banda di ladri di polli in una holding del crimine organizzato. Quella di Felice Maniero infatti è stata una Spa del crimine che controllava il mercato dell’eroina e della cocaina, che metteva a segno rapine e sequestri di persona. Era in affari anche con il figlio di Franjo Tudjman, il presidente della Croazia, ci dice Giuseppe Pastore 54 anni, cognato ed ex braccio destro di Faccia d’Angelo. Maniero l’ho conosciuto nel 1975, a Padova. In quegli anni frequentava Agostina Rigato, sorella di Ennio e Massimo,  due suoi fedelissimi, e di Emanuela, la donna che io ho sposato nel 1980″.

MOLTI FIGLI E MOLTE MADRI

Diverse sono le madri dei suoi quattro figli, Elena, Alessandro, Davide e A., la più piccola, ancora minorenne. L’unica a portare il cognome dell’ex boss era Elena, la figlia di Agostina Rigato.  L’unica a pagare con la vita le scelte del padre. “Felice la chiamava  principessa …”, dice ancora Giuseppe Pastore, “volò giù dalla finestra di una mansarda a Pescara, nel febbraio del 2006 ”. Non aveva neanche trent’anni. Faceva la modella, e viveva fra Cortina e Venezia. I suoi amici la conoscevano come Eva Mariani. Un altro nome e un’altra storia per proteggersi dal cognome del padre. Il suo corpo fu ritrovato a diversi metri dal muro del palazzo come se fosse stata letteralmente gettata dalla finestra da due o più persone per un volo di 15 metri.  L’autopsia stabilì che ad uccidere la ragazza erano state le ferite riportate nella caduta”.

IL PERIODO ABRUZZESE A SPOLTORE E PESCARA

“Solo una settimana prima di quel suicidio  avevano cercato di far saltare in aria  Maniero con una carica esplosiva, nei pressi  dell’aula bunker di Mestre dove l’ex boss, già pentito,  era atteso per una delle sue deposizioni che hanno portato in carcere  più di trecento persone. Un agguato per mettere a tacere  Faccia d’angelo l’infame, e sventato grazie a un’intercettazione telefonica. ‘Avevo incontrato Elena pochi giorni prima del suo suicidio –   ricorda Giuseppe Pastore –  a cena, in un ristorante di Pescara. Era tranquilla. E c’era anche Felice, suo padre’.  Perché l’ex boss dalla figlia non si era mai separato. Viveva a pochi chilometri da lei, a Spoltore. E fu a Maniero  che toccò riconoscerne il corpo, dopo la tragica morte. I  funerali  si svolsero   in una località segreta, nella stessa cittadina dove la bella Elena è stata sepolta, col suo vero nome. Un piccolo cimitero di campagna, ancora una volta  a pochi chilometri dalla casa dell’ex boss. Perché lui dalla sua principessa non vuole proprio allontanarsi”.  

IL VERO COLLABORATORE DI GIUSTIZIA

Gli autori dell’articolo riportano le dichiarazioni di un vero collaboratore di giustizia. Luigi Bonaventura è un ex capocosca della ‘ndrangheta e da 7 anni collabora con i magistrati.

L’INTERVISTA A BONAVENTURA

Sig. Bonaventura cosa vuol dire essere un collaboratore di giustizia e come vive il suo status?  

Un collaboratore di giustizia è un soggetto che decide per convinzione maturata o per convenienza di lasciare il crimine organizzato e di collaborare con lo stato. La vita di un collaboratore di giustizia è una vita non vita, fatta da tanti impegni di giustizia, isolamento, emarginazione, discriminazione mille pericoli, scarsissima assistenza e sicurezza, un umile contributo economico e un futuro più che incerto.  

Si può definire Felice Maniero un ‘suo collega’ ?  

Non voglio addentrarmi in altri casi. Posso però dire che la qualità di un collaboratore di giustizia si misura dallo ‘spessore’ del collaboratore e da quante verità scomode racconta. Nessuna scomoda verità invece per il ‘Toso’ che, nelle sue collaborazioni, ha sempre tenuto la bocca cucita davanti ai rapporti che ha avuto e probabilmente ha ancora con tutto l’apparato imprenditoriale-istituzionale-politico veneto e nazionale. Come cucita è rimasta quando si è parlato del suo vero ‘tesoretto’. Non le briciole consegnate ai magistrati per tacitare la sua buona fede. Magistrati che hanno usato il guanto di velluto sulla questione, una sorta di sigillo negli accordi tra lo Stato e il boss. Non è perciò strano che Maniero non abbia voluto usufruire del contributo dello Stato, semplicemente usava i propri soldi sporchi. Bene dunque che si riapra il focus su di lui. Ci permetterà di svelare interessanti retroscena tenuti coperti in questi anni e ci darà la possibilità di ‘mordere le caviglie’ della verità su questo malriuscito tentativo di creare dal male un bravo imprenditore o forse un bravo politico. 


“Maniero trattò con lo Stato. E raggiunse un accordo che servì a tutelare la madre, Lucia Carrain, la sorella e il cugino, Giuliano Maniero. Ma soprattutto se stesso e i suoi soldi.   “Si era già preparato al pentimento – racconta Giuseppe Pastore – Aveva già previsto tutto… perché Felice è sempre stato  un freddo calcolatore”.  Un Maniero furbo e intelligente,   spietato con traditori e nemici. Un Maniero   gentile e quasi timido con le donne. Un uomo che oggi ha cambiato vita,  ha un’azienda di distributori d’acqua e un solo socio, se stesso. Anche nella sua nuova vita è rimasto un imprenditore”.

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