La Camorra in Abruzzo è viva e vegeta. Ed è ora che lo Stato ne prenda atto

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Le istituzioni, nonostante i colpi che stanno infliggendo alle mafie abruzzesi, continuano a rassicurare i cittadini definendo l’Abruzzo “isola felice”. Di questo ne è convinto anche Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia:”Quin non ci sono mafie”. Ne siamo proprio sicuri procuratore?

Le istituzioni, nonostante i colpi che stanno infliggendo alle mafie abruzzesi, continuano a rassicurare i cittadini definendo l’Abruzzo “isola felice”. Di questo ne è convinto anche Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia:”Qui non ci sono mafie”. Ne siamo proprio sicuri procuratore?

In un rapporto del 2012 dell’associazione Codici si legge:”in Abruzzo appare evidente la non esistenza di un’organizzazione che detenga l’egemonia sulle varie attività criminali svolte nel territorio, come avviene per altre regioni d’Italia, vedasi la Campania dove regna la camorra o la Calabria dove troviamo la ‘ndrangheta, ma al contrario ci si presenta con un tessuto penetrato da diverse organizzazioni criminali, sia del sud Italia che estere, esse nel corso degli anni sono riuscite ad affermarsi in zone ben definite del territorio dove realizzano attività illecite, spesso instaurando un equilibrio di convivenza, altre volte in conflitto fra loro per affermare la propria egemonia. Affianco a queste organizzazioni troviamo la criminalità organizzata locale”. Non solo una mafia ma più mafie locali che svolge attività:”nel riciclaggio di denaro di provenienza illecita in immobili e attività commerciali”. Una mafia locale che controlla la prostituzione, il riciclaggio, l’usura e l’estorsione. In gran parte i capitali arrivano dal sud ma, spesso l’Abruzzo viene visto:”come un territorio ottimale per investire i proventi nell’acquisto di terreni, immobili, attività commerciali e imprese, poiché la regione, è considerata di non vaste dimensioni con una posizione ottimale per i collegamenti verso altri territori e percepita in generale come un territorio dall’apparenza tranquilla sotto il profilo criminale e con una popolazione poco propensa a denunciare eventuali episodi di sospetta illegalità”. Dovrebbe, infatti, sorgere spontaneo il dubbio quando vediamo nascere in alcune città e maggiormente a Pescara, come funghi, locali lussuosi per il gioco nonostante gli stessi siano quasi sempre poco frequentati o in alcuni casi vuoti o quando vengono concentrati a distanza ravvicinata diversi centri commerciali tali da risultare sproporzionati rispetto alla popolazione stessa del territorio che li ospita”. E, proprio a Pescara, nascono, tutt’ora come funghi, locali per il gioco lussuosissimi e attività di dubbia provenienza. La grande distribuzione giocherebbe un ruolo determinante per la ‘ripulitura’ del denaro visto l’alto concentramento di centri commerciali. E proprio l’insediamento in regione di diverse strutture commerciali ha segnato l’inizio del vero business malavitoso.

Nel 1991 a Pescara venne consumato il primo omicidio di mafia: il delitto dell’avvocato Fabrizio Fabrizi. Negli archivi del professionista furono trovati documenti che testimoniavano grossi interessi legati ai centri commerciali e di enormi lobby del crimine presenti sul territorio per spartirsi grosse fette di denaro. Il movente del delitto fu scovato nella corsa per realizzare il primo centro commerciale nell’area metropolitana Chieti-Pescara. Al processo in Assise a Chieti, dopo 50 udienze, tutto finì con una doppia assoluzione. Motivo? L’allora procuratore capo di Pescara, Enrico Di Nicola, presentò in estremo ritardo il ricorso in appello. Complotti e corruttele fatte al’epoca sono evidenti e sotto gli occhi di tutti soprattutto oggi. Sulla nazionale adriatica non si riesce a scorgere un pezzo di mare ma solo colate di cemento. Da Vasto verso il Molise e da Vasto verso Pescara sono a centinaia gli immobili sequestrati dalla magistratura. Chi compra? Dove sono gli acquirenti? Si costruisce solo per speculare e per riciclare e pulire denaro proveniente da attività illegali. “L’operazione riguarda ha dichiarato Roberti parlando degli arresti di oggi – un pericolosissimo sodalizio criminale che ha imposto, su una realtà territoriale tradizionalmente estranea a forme stanziali di criminalità organizzata, condizioni di assoggettamento e forme d’intimidazione ampiamente documentate e tali da contestare, per la prima volta nel distretto giudiziario abruzzese, la fattispecie dell’associazione di tipo mafioso”. Prima volta? A dicembre 2012  i finanzieri del Comando Provinciale di Napoli eseguirono un provvedimento di sequestro di beni per 35 milioni di euro. Le famiglie coinvolte nel maxi-sequestro furono Perreca e Delli Paoli, referenti del clan dei Casalesi. La Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Napoli ha delegato le indagini sui due fratelli imprenditori del casertano, ritenuti, prestanome e riciclatori del clan Perreca-Delli Paoli che dominano i comuni di Marcianise, San Nicola la Strada e Recale. I due imprenditori godettero di protezione restando immuni da richieste estorsive e attuando forme di concorrenza sleale nel settore del trasporto di merci su strada. Il tutto avvalendosi di una società controllata direttamente dalla camorra, che se ne serviva per reimpiegare capitali di provenienza illecita. A ottobre scorso il gip del Tribunale dell’Aquila, Giuseppe Romano Gargarella, definì l’esistenza di tre associazioni a delinquere dedite al narcotraffico di eroina su scala internazionale: una, a prevalenza albanese, dedita all’importazione ed alla vendita all’ingrosso di ingentissimi quantitativi di eroina, una criminosa dedita al trasporto internazionale di eroina e l’altra dedita al traffico di ingenti quantitativi di eroina operante a Pescara e comuni limitrofi, gestito dal sodalizio criminoso della famiglia Gargivolo. La droga e l’eroina erano prodotte in Afganistan, quindi stoccata in Kosovo e Macedonia. La maggior parte dei sequestri, guarda caso, sono avvenuti in Abruzzo. 

“In Abruzzo – ha osservato Roberti – le mafie non ci sono, qui c’è stata questa organizzazione che si è insediata trapiantata in questo territorio che sostanzialmente è immune, sano dalle forme di criminalità organizzata di tipo mafioso e questa organizzata si è infiltrata in un contesto di mancanza di presunto contrasto all’organizzazione criminale e questo ha consentito a soggetti di muoversi come se fossero di una cosca mafiosa, dedicandosi a tutta una serie di delitti che vanno dalle estorsioni all’usura al traffico di stupefacenti, imponente e massiccio, alle minacce, alle violenze di ogni genere, muovendosi come una vera e propria organizzazione mafiosa di lodevole spessore, venuta fuori non solo dalle dichiarazioni rese da collaboratori di giustizia ma anche dall’ attività di riscontro dei carabinieri”.

Noi sappiamo, come sicuramente sanno le forze dell’ordine, che in Abruzzo esistono commercianti che pagano il pizzo e a cui vengono bruciati negozi. Il procuratore antimafia dovrebbe sapere che nel vastese così come nel pescarese i cittadini sono ricattati da bande criminali. Poliziotti e carabinieri, sicuramente sapranno che a Pescara centro così come a Chieti scalo, si paga il pizzo. Come lo sappiamo noi, da fonti certe, dovrebbero saperlo anche loro. In Abruzzo non esiste la mafia, esiste una mafia: la cosiddetta quinta mafia. E chi ogni giorno è minacciato da delle merde vigliacche non si accontenta di certe dichiarazioni, illustrissimo procuratore nazionale antimafia Franco Roberti. 

ZdO

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