Silvana Saguto giudice

La “mafia dell’antimafia”: l’affare Silvana Saguto e la “rete di protezione” del giudice

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Silvana Saguto, oggi radiata definitivamente dalla magistratura, è l’ex presidente della sezione Misure di prevenzione antimafia del tribunale di Palermo. Il nome del giudice rispunta nuovamente in una serie di intercettazioni.

Silvana Saguto è stata travolta dallo scandalo sulla gestione dei beni sequestrati alla mafia scoppiato nel 2015. Il giudice era accusata di “aver usato la sua posizione di magistrato per conseguire vantaggi ingiusti”. La Cassazione ha ritenuto legittima la rimozione dall’ordine giudiziario inflitta dal Consiglio superiore della magistratura e su cui l’ormai ex magistrato Silvana Saguto aveva fatto ricorso sul verdetto pronunciato nel 2018 dalla disciplinare di palazzo dei Marescialli che l’aveva condannata alla massima sanzione prevista dall’ordinamento.

Zone d’Ombra Tv parlò della vicenda prima che scoppiasse lo scandalo. 

Le intercettazioni

Silvana Saguto, in alcune intercettazioni diffuse dalle Iene, parla al telefono con vari personaggi, uno di questi è l’avvocato Cappellano Seminara, tra gli amministratori giudiziari più conosciuti del capoluogo siciliano. A quei tempi lavorava proprio per il tribunale guidato dalla giudice Saguto.

Ore 8.49 del 15 maggio 2015

La sera del 14 maggio del 2015 è andato in onda un servizio de Le Iene che parla proprio del tribunale Misure di prevenzione di Palermo. Al centro dell’inchiesta la sua presunta malagestione e i rapporti professionalmente poco chiari che la giudice avrebbe avuto con l’avvocato Seminara. La telefonata parte dal telefonino di Silvana Saguto, che vuole confrontarsi con il suo uomo di fiducia che sembra furioso per quello che è andato in onda. 

Seminara: “Silvana?”

Saguto: “Ehi Tanino, hai visto il servizio ieri sera?”

Seminara: “Sì. Sono delle vipere”

Saguto: “Invidiosi sono, invidiosi, invidiosissimi. Tutti sono invidiosi, come sono invidiosi di me i miei colleghi”

Il marito della Saguto e Seminara

Cappellano Seminara ammette di conoscere il marito della Saguto e conferma, nel 2015 alle Iene, di averlo avuto come consulente per la sua attività. Si scopre, dunque, che il marito della Saguto è in un’azienda in cui Seminara amministratore giudiziario. Il giorno dopo l’inchiesta delle Iene, Seminara chiama la Saguto spiegandogli chi è (per lui) Matteo Viviani, ovvero colui che ha curato l’inchiesta andata in onda su Italia uno.

Seminara: “Stiamo parlando di Viviani, sai chi è Viviani? Manco si arrivò a diplomare sul disegno di gioielli”

Rinvio a giudizio

Oggi il giudice, l’avvocato e altre 13 persone sono state rinviate a giudizio dal tribunale di Caltanissetta con accuse che vanno, a vario titolo, dall’abuso d’ufficio, al falso materiale, alla corruzione fino all’associazione a delinquere. Al di là delle sentenze, che prima o poi arriveranno, questa storia sembra però poter mettere in dubbio la credibilità di alcune attività di una istituzione importante nella lotta alla mafia.

L’origine dell’inchiesta

A quasi vent’anni dall’approvazione della legge 109 qualcosa nella vicenda dei sequestri non quadrava negli ambienti giudiziari di Palermo. All’epoca, a fine 2014, si parlava di “business da milioni di euro”. Un business legato all’Antimafia.

Controllati e controllori

Una questione pesante che riguarda controllori e controllati e che tirò in ballo persino il presidente della sezione misure patrimoniali del Tribunale di Palermo, Silvana Saguto. “Insieme ad altri 3/4 giudici – spiegava Pino Maniaci di Telejato – la Saguto gestisce il 43% dell’intero patrimonio sequestrato ai mafiosi in tutta Italia”. Grosse somme quindi e grosse responsabilità che, secondo Maniaci, Saguto avrebbe gestito con ”molta leggerezza” in quanto avrebbe scelto sempre le stesse persone come amministratori giudiziari.

50 miliardi gli euro

La cifra riguarda la somma messa in mano a un solo soggetto e cioè al responsabile della sezione misure patrimoniali del Tribunale di Palermo. I professionisti in grado di ricoprire tale ruolo sono circa 4mila e tutti inseriti in un albo di amministratori competenti, costituito, per legge, nel gennaio 2014. Alla lista bisognerebbe attingere per la scelta delle professionalità in base a competenze e capacità. La scelta, a quanto pare, è avvenuta in maniera arbitraria ed effettuata dai giudici della sezione delle misure di prevenzione in cui si ritrovano i soliti trenta nomi.

I preferiti

Tra i preferiti dai giudici spicca il nome di Gaetano Cappellano Seminara, soprannominato il ‘Re’. Il 90% delle aziende sequestrata e lui affidate, gran parte nel settore edilizio e immobiliare, sono state chiuse per fallimento. “Seminara fino a poco tempo fa – spiegò Maniaci nel 2014 – era un avvocato da quattro soldi, come definito da alcuni suoi colleghi e oggi il più ricco d’Italia. Un uomo che si occupa di beni sequestrati e confiscati, con 54 incarichi in varie aziende“e amministratore di 250 aziende con un onorario che si aggirerebbe intorno ai 7milioni di euro l’anno. Un professionista, secondo le carte, in conflitto d’interessi. La Legalgest Srl è proprietaria di un hotel di cui Seminara avrebbe il 95% delle quote mentre il restante 5% apparterrebbe alla figlia. La curiosità è che l’amministratore della società è la nonna 82enne dell’avvocato. Nel 2011 la stessa Legalgest cede la gestione dei servizi alberghieri alla Tourism project Srl di cui è proprietaria, al 100% delle quote, la stessa Legalgest Srl.

“La cupola”

“Esiste una sorta di cupola degli amministratori giudiziari che agiscono in perfetto accordo con il Tribunale di Palermo, in particolare al responsabile della sezione misure patrimoniali” chiarì sempre nel 2014 Salvo Vitale di Radio Aut e collaboratore di Telejato. A quanto pare però Seminara non è nuovo a queste operazioni visto che era riuscito a mettere le mani sulla discarica di Bucarest, ritenuta la più grande d’Europa. “Quando  uno dei proprietari si ritirò e bisognava rinnovare il Consiglio di amministrazione – scriveva I Siciliani – , Cappellano pagò un lavavetri  per acquistare, come prestanome una quota importante ed entrare nel consiglio di amministrazione, per poi diventarne presidente, giochetto che gli è riuscito numerose volte. Questa volta il gioco è stato smascherato”. Il caso è stato smascherato dall’ex Procuratore Capo di Roma Pignatone.

Il non rispetto della legge

A non essere rispettata, insomma, è la Legislazione Antimafia – Vittime della mafia e relativo Decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159. I beni confiscati sono circa 12.000 in Italia. La fase del sequestro secondo la legge non deve superare i 6 mesi, rinnovabile al massimo di altri 6, periodo in cui vengono svolte le dovute indagini e si decide il destino del bene stesso: se dichiarato legato ad attività mafiose esso viene confiscato e destinato al riutilizzo sociale; se il bene è pulito viene restituito al precedente proprietario. Nella pratica il bene non viene mantenuto nello stato in cui viene consegnato alle autorità, né vengono rispettate le tempistiche. In media il bene resta sotto sequestro per 5-6 anni, ma ci sono casi in cui il tempo si prolunga fino ad arrivare a 16 anni. 

L’inchiesta

Dopo la vicenda portata all’attenzione da Maniaci, finiscono nell’occhio del ciclone gli amministratori giudiziari, cioè quei professionisti nominati dal tribunale che hanno il compito di gestire temporaneamente le aziende poste sotto sequestro a chi è sospettato di essere in odore di mafia. E, intanto, la Guardia di finanza di Palermo, inizia a intercettare i cellulari del cosiddetto “cerchio magico” intorno a Silvana Saguto.

La telefonata con Provenzano

Il giorno dopo il servizio delle Iene, Silvana Saguto riceve la telefonata di un altro personaggio chiave nell’inchiesta di Caltanissetta: Carmelo Provenzano, professore universitario, coauditore in alcune misure di prevenzione del tribunale presieduto dalla dottoressa Saguto e attualmente indagato dalla procura di Caltanissetta per associazione a delinquere, corruzione, falso ideologico e materiale. I tre sembrano discutere di quale potrebbe essere la migliore reazione possibile al servizio de Le Iene e le opinioni appaiono divergenti.

Saguto: “Dimmi com’è andata” (l’inchiesta, ndr)

Provenzano: “Malissimo”

La strategia mediatica per rispondere all’inchiesta

Da una parte c’è Provenzano che propone alla Saguto giornate nelle scuole dedicate alla lotta alla mafia, dall’altra l’operazione “querela” proposta dall’avvocato Seminara. L’obiettivo, in entrambi i casi, è quello di “ripulire” l’immagine della Saguto. La strategia scelta è, comunque, il basso profilo.

Obiettivo: coprire la Saguto

A questo punto sembra entrare in gioco il mondo istituzionale che ruota intorno alla Saguto. Tra le prime a muovere un apparente passo in sua difesa c’è Francesca Cannizzo, ex prefetto di Palermo, buona amica della giudice e attualmente indagata per concussione nel processo di Caltanissetta. Una donna con una posizione istituzionale rilevante che la portava ad avere ottimi contatti e che, stando alle intercettazioni che potete ascoltare nel servizio, sembra non fosse d’accordo nel fare esporre in prima persona la Saguto con la stampa.

Cannizzo: “Tu devi scomparire dalla circolazione come stampa”

L’ex prefetto sembra che proponga alla Saguto una “rete di protezione”, che leggendo le carte sembra che abbia coinvolto il tenente colonnello della Guardia di finanza Rosolino Nasca, che in quegli anni lavora alla direzione investigativa antimafia di Palermo e che oggi è indagato a Caltanissetta per corruzione e atti d’ufficio. A questo punto la rete di protezione intorno alla Saguto sembra interessare anche la stampa.

Cannizzo: “Ti prego non parlare con nessuno. Perdonami, io lunedì sono a Trapani e martedì sono là”  

Saguto: “Va bene”

La rete di protezione

Intanto, a quanto pare, la rete di protezione comincia ad agire. Le Iene evidenziano un fatto: un giornalista invia un articolo in anteprima alla Saguto che, a sua volta, fornisce un riscontro positivo. Dunque, esce un articolo sul Giornale di Sicilia che, per la Guardia di Finanza, “alla luce dell’interesse di Gargano (giornalista, ndr) di ottenere un bene in centro per la stampa, non poteva che avere carattere celebrativo”. Nei giorni precedenti, infatti, il giornalista aveva chiesto alla Saguto un locale per l’Assostampa.

Gli articoli e la solidarietà del ministro della Giustizia

A complimentarsi per l’articolo proprio il professor Provenzano. Escono, infatti, altri articoli: uno su “Live Sicilia” e uno su “S Sicilia”.  “La mafia vuole uccidere la Saguto. È il giudice che sequestra i beni” titola“Live Sicilia”. L’attenzione viene dunque spostata sul rischio che la Saguto corre tanto che l’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano.

L’attentato: solo per rispondere alle Iene 

Il pericolo di attentato non c’è però. A dirlo proprio la Saguto in una telefonata

Saguto: “È una cosa vecchia, noi lo sappiamo che è una cosa vecchia. Stai tranquillo. Questa è una cosa che io so da tempo.” “Lo sapevo. Perché siccome c’era stato quel servizio delle Iene un poco diffamatorio, qualcuno dei militari miei amici dicevano: ‘Ristabiliamo l’ordine che lei è tanto brava”.

Il coinvolgimento di Pino Maniaci in un’inchiesta

Pino Maniaci, il grande accusatore del ‘sistema Saguto’, viene coinvolto in un’operazione dei Carabinieri chiamata ‘Kelevra’ nella quale vengono arrestate altre 10 persone tra mafiosi e capi mafia della zona. “Al momento dell’arresto in conferenza stampa, fatta da cinque Pubblici ministeri, la mia foto era in mezzo ad altri mafiosi che io ho attaccato” spiega il giornalista. Maniaci viene accusato di aver preso soldi in cambio di una “linea morbida” nei confronti di alcuni sindaci. Un’accusa di estorsione insomma. A processo, però, gli stessi sindaci hanno negato l’accusa rivolta al giornalista.

Il chiodo fisso della Saguto 

Saguto al telefono con Seminara: “Non capisco perché ancora nessuno si muove contro questo Str..zo di Telejato”

Saguto al telefono con il figlio: “Se questi si spicciassero a fare le indagini che stanno facendo noi non avremmo bisogno di fare niente. Se quei cogl..ni dell Procura indagassero su Maniaci l’avrebbero già arrestato solo che io non è che ho persone ho cogl..ni”. 

E su Maniaci interviene anche la Cannizzo, ex Prefetto di Palermo, che al telefono con la Saguto dice:

Cannizzo: “Quello dice ‘ha le ore contate'”

Poi viene fatto il nome del colonnello della Dia, Rosolino Nasca.

Saguto: “Il colonnello Nasca mi ha detto ‘Ti vengo a trovare. Speriamo che abbia notizie'”

Cannizzo: “E le deve avere le notizie. Perché a me, tempo fa, fu detto  che eravamo vicini alla meta”

Conversazioni, queste, che avvengono un anno prima dell’operazione in cui Maniaci viene coinvolto. Accusa che verrà portata avanti da ben 5 pubblici ministeri, tra i quali Francesco Del Bene.

Il nome del pm Del Bene nelle intercettazioni

Il nome di Del Bene esce fuori in un’altra intercettazione della Saguto.

Saguto: “Ho parlato con Del Bene che mi ha detto: ‘Ci dicono di andare con i piedi di piombo, però tu stai tranquilla, vedrai, vedrai che tutto si sistemerà, a noi ci hanno detto di andare con i piedi di piombo’ parlando di Maniaci praticamente.”

E ancora.

Saguto: “Però, sarebbe il momento migliore adesso perché sono 3 mesi che sta muto.”

Il nome dell’ex capo della Procura di Palermo

Il nome di Franco Lo Voi, ancora una volta, viene fatto dalla Saguto.

Saguto: “Loro ci stanno lavorando me lo hanno assicurato. Lo Voi mi ha detto ‘Prenditi i calmanti e statti quieta, non c’è bisogno di fare niente con Maniaci, stai tranquilla'”.

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