Le mascherine cinesi, Arcuri, il giornalista Rai e i sequestri di case, barche e yacht

Un maxi appalto per l’acquisto da parte del governo italiano delle mascherine cinesi. Una storia torbida e inquietante, aggravata da alcuni sms che dimostrerebbero un legame più che consolidato tra Domenico Arcuri e Mario Benotti.

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Mercoledì 17 febbraio la Guardia di finanza sequestra case, barche, yacht e beni di lusso per un valore di 69,5 milioni di euro a otto indagati. La Procura di Roma apre l’inchiesta in cui finiscono le aziende intermediarie che hanno curato l’acquisto di 800mila mascherine dalla Cina, per un valore di 1,25 miliardi di euro. La richiesta della commessa è della struttura commissariale italiana per la Pandemia, quindi dal supercommissario Domenico Arcuri. Posizione – quella del commissario – archiviata dalla Procura in quanto “allo stato non vi è prova che gli atti della struttura commissariale siano stati compiuti dietro elargizione“. Le aziende, invece, secondo gli investigatori, avrebbero lucrato decine di milioni di euro sulle commissioni. Gli indagati sono Mario Benotti, Andrea Vincenzo Tommasi, ai vertici della società Sunsky srl, Antonella Appulo, Daniela Guarnieri, Jorge Edisson Solis San Andrea, Daniele Guidi, Georges Fares Khozouzam e Dayanna Andreina Solis Cedeno. I reati vanno dal traffico di influenze illecite al riciclaggio, passando per l’autoriciclaggio e ricettazione.

La vicenda ruota intorno ad Arcuri e Benotti

Gli inquirenti cercano di capire che tipo di rapporto c’è tra Arcuri e Benotti, quest’ultimo è giornalista Rai in aspettativa e indagato insieme ad altre sette persone. Benotti, sfruttando l’influenza di Arcuri, avrebbe pilotato gli acquisti e fatto da intermediario con le aziende. Benotti è stato consulente della presidenza del Consiglio dei ministri e di vari ministeri. Dunque è un personaggio che godeva di entrature politiche ad alto livello. Ciò gli avrebbe permesso di entrare in diretto contatto con Domenico Arcuri, anche se quest’ultimo nega.

Le telefonate

Nei fatti, però, la frequentazione è testimoniata da notevole dose di contatti tra i due. Da gennaio a maggio del 2020 tra Benotti e Arcuri avvengono 1282 contatti telefonici: chiamate, sms, chiamate senza risposta. Telefonate che si interrompono bruscamente il 7 maggio, ovvero nel momento in cui il Commissario smette di interloquire con Benotti, il quale confida al suo entourage “la sua frustrazione per Arcuri di essersi sottratto all’interlocuzione, e il timore che ciò potesse ritenersi sintomatico di una notizia riservata su qualcosa che ci sta per arrivare addosso“. I contatti tra Arcuri e Benotti si infittiscono tra il 3 e il 4 marzo, ben prima che fosse dichiarato il lockdown nazionale. Il 4 marzo i due si incontrano di persona. Pochi giorni dopo, tra il 10 e l’11, si attiva per cercare le mascherine. Il 19 marzo alle 16:28 comunica al Commissario di averle trovate. Arcuri si è insediato il giorno prima. Nei giorni successivi Arcuri chiede guanti e respiratori. Benotti fornirà solo mascherine. Colloqui informali, botta e risposta, che confermano un legame molto stretto tra i due. Il commissario risponde, chiede, approva.

A un certo punto arriva il silenzio. Arcuri sparisce.

Nel giornalista cresce il sospetto che qualcuno, ad altissimo livello, abbia messo in guardia il Supercommissario.

“Il 7 maggio Arcuri e Bonaretti mi comunicano che palazzo Chigi li aveva informati che i servizi stavano indagando su queste cose e sui voli dalla Cina, quindi era necessario interrompere qualunque contatto”, rivela Benotti a Quarta Repubblica.

Jorge Solis, uno degli indagati, al telefono, a proposito della pandemia, diceva:

“Speriamo che a novembre esploda”.

La struttura commissariale, con una nota ufficiale della settimana scorsa, si è detta parte lesa: “Risulta evidente che la struttura e il commissario Arcuri sono stati oggetto di illecite strumentalizzazioni da parte degli indagati affinché questi ultimi ottenessero compensi non dovuti dalle aziende produttrici“.

Di Antonio

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