L'inchiesta su Ilaria Capua

L’inchiesta su Ilaria Capua: i chiarimenti di Lirio Abbate

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Dopo l’articoloIlaria Capua, la direttrice dell’One Health Center, spedita in Florida da giudici, giornalisti e Csm”

Lirio Abbate, il giornalista de L’Espresso che ha condotto l’inchiesta sulla virologa nel 2014, ci ha scritto una mail articolata in cui spiega altri aspetti della vicenda. Riteniamo che questo approfondimento possa contribuire a dare una visione chiara alla storia che abbiamo raccontato.

“Con il suo testo contribuisce a diffondere false informazioni. Le spiego: i fatti che ho descritto su L’Espresso sono veri e documentati. Una questione è il carattere sociale e pubblico della notizia, che è quello che ho perseguito, altro è il carattere giudiziario e penale.

Sono un giornalista ed ho fatto il mio esatto dovere di informare con fatti veri e circostanziati che in questo caso come ha poi affermato un giudice che si è espresso respingendo le denunce di diffamazione della virologa, avevano un carattere di rilevanza sociale e pubblico e quindi i lettori andavano informati. Come ha riconosciuto Paolo Mieli sul “Corriere della Sera”: «L’Espresso ha fatto il dover suo dal momento che nessun giornalista avrebbe gettato nel cestino un incartamento così incendiario».

Visto che ancora oggi circolano falsità su questa vicenda, che mi hanno costretto a denunciare diverse persone per diffamazione, le spiego una serie di fatti che ristabiliscono la storia che non ha nulla a che fare con quello che lei afferma.

Partiamo dicendo che l’inchiesta italiana nasce da un’attività investigativa dei carabinieri del Nas di Roma dopo aver ricevuto dagli investigatori americani documenti su un traffico illegale di virus ad alta patogenicità tra gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita e l’Italia allo scopo di produrre un vaccino autogeno da esportare in Arabia Saudita. Agli investigatori risultava che il ceppo del virus era stato spedito senza le prescritte autorizzazioni dell’autorità italiana nell’aprile 1999 ad un dipendente della ditta farmaceutica, lo stesso che negli Stati Uniti aveva reso dichiarazioni nell’ambito di un processo che si è svolto in America, in sostanza, collaborando e riconoscendo di avere ricevuto questa spedizione tramite un corriere con l’adozione di cautele che dovevano preservare il virus. Da qui ha preso l’avvio l’inchiesta romana con una lunga serie di intercettazioni telefoniche.

Questo fatto è documentato da sentenze americane e dalla testimonianza dell’uomo che ha collaborato con gli investigatori.

Per il giudice del tribunale di Verona, Laura Donati, che il 5 luglio 2016 ha assolto Capua da alcuni capi di imputazione, mentre per altri reati ne ha dichiarato la prescrizione, sostenendo pressioni che la virologa avrebbe fatto ad una società olandese (allego lo stralcio della sentenza) ecco secondo il giudice questo fatto del virus spedito per posta «è sussistente, alla luce della documentazione in atti e delle ammissioni dell’imputato XXX (dipendente della ditta farmaceutica). Ai sensi dell’art.129 cpp essendo maturato il termine di prescrizione, il reato va dichiarato estinto».

Il giudice per un altro capo di imputazione ha deciso che «derubricato il fatto reato nella fattispecie tentata di cui all’art. 319 quater c.p. o in alternativa in quella tentata di cui all’art. 319 e 321 c.p. va dichiarato non doversi procedere perché il reato è prescritto».

Non sono un giudice e non emetto sentenze, il giornalista deve informare anche quando non c’è una notizia di reato, ma ha rilevanza sociale e pubblica.

Nel 2014 ho raccontato questa inchiesta da cui emergeva che la scienziata era indagata da diverso tempo insieme ad altre persone, fra cui il marito che lavorava per un’azienda farmaceutica. Era una notizia vera e documentata. Era come se la Montessori fosse stata indagata per maltrattamenti ai bambini. I giornalisti hanno il dovere di scrivere le notizie, vere e documentate.

Con assoluto senso di garantismo il mio testo non puntava all’azione giudiziaria ma ai lunghi anni in cui Capua era rimasta indagata, a eventuali conflitti di interesse personale (moglie e marito legati da affari?) e sul business, se ci fosse stato, sui virus e sui vaccini animali.

Le notizie sono notizie quando hanno interesse sociale e rilevanza pubblica. E non sempre le notizie giornalistiche combaciano con le notizia di reato, quelle le perseguono i magistrati, gli investigatori. I giornalisti sono altra cosa, e fanno giornalismo. Occorre essere imparziali con le notizie.

Dispiace però leggere che la virologa dice che “ha ricevuto un avviso di garanzia via copertina dell’Espresso”, e poi “Non sapevo nemmeno che ci fosse un’inchiesta”, perché queste affermazioni sono false, perché Capua il 2 luglio 2007 è stata interrogata dal pm Capaldo per questa inchiesta sui virus che ha come numero di procedimento 24177/06RG come è stato raccontato già sul sito de L’Espresso, che smentisce Capua. Dice che non sapeva nulla dell’esistenza dell’inchiesta e invece non solo era stata interrogata su questi fatti come dimostra il verbale di interrogatorio del 2007, ma nel febbraio 2008 ha ricevuto assieme agli altri coindagati la proroga delle indagini in cui sono indicati i reati contestati. (allego documenti).

A dimostrazione che sapeva ci sono pure le lettere dei suoi avvocati inviate alla procura dopo il suo interrogatorio e dopo la proroga delle indagini, in cui non solo ricostruiscono l’iter dell’indagine e dell’interrogatorio ma anche il fatto che Capua ha sollecitato di persona Capaldo contrariamente a quanto sostiene in alcuni articoli in cui dice di non aver mai visto il pm titolare dell’inchiesta e che questo non l’ha interrogata. (allego lettere)

Dunque, quando nel 2014 pubblico la notizia dell’indagine, Capua sapeva già di essere sotto inchiesta. Lo dicono i documenti, perché la procura l’aveva informata con la proroga delle indagini.

Visto che il provvedimento del giudice che ha deciso per la virologa viene da lei messo in risalto, e rispetto, un altro giudice ha deciso nei miei confronti l’archiviazione della denuncia di Capua, scrivendo che non si è trattato di una invettiva nei suoi confronti, ma sottolineando che “c’era il concreto interesse della collettività a conoscere questa vicenda ad alto impatto sociale”.

Il giudice si esprime anche sulla copertina de L’Espresso sostenendo che “si tratta di una fedele ricostruzione dei fatti, senza avere un carattere denigratorio e lesivo della reputazione della querelante”.

Su L’Espresso ho spiegato il perché di una inchiesta e di una notizia, soprattutto quando si è imparziali con le notizie.

Ho scritto: Fare cronaca non significa emettere sentenze e non significa stabilire chi è colpevole o innocente. Significa riportare correttamente le notizie. E questo è esattamente quello che “ l’Espresso” ha fatto nel caso di Ilaria Capua, la scienziata italiana accusata di associazione per delinquere, corruzione ed epidemia, ora prosciolta. I magistrati conducono le indagini, e lo devono fare bene e in tempi rapidi, e alla fine, quando le prove non ci sono, è giusto che i giudici dichiarino il non luogo a procedere, come hanno fatto con la virologa, liberandola da ogni accusa, dopo essere stata sottoposta – e non si comprende ancora il motivo – ad un’indagine preliminare fra le più lunghe della storia giudiziaria. I giornalisti non sono giudici, sono autonomi dal potere giudiziario come da ogni altro potere, non ordinano sentenze, mettono in evidenza ciò che è socialmente rilevante e lo scrivono. Senza diffamare, lo raccontano. Così abbiamo fatto. Però adesso ci finisco io sul banco degli imputati, diffamato e accusato di aver “rovinato” Ilaria Capua, solo per aver riportato atti giudiziari. È mai possibile tutto ciò? È il segno di una fisiologia che non funziona in un paese democratico. Chi detiene il potere tende al consenso, da sempre, per ottenerlo qualche volta usa le lusinghe, in altri casi le minacce, sempre fedele alla massima evangelica: «Chi non è con noi è contro di noi». È una tentazione cui non sfuggono nemmeno personaggi entrati nella leggenda come i Kennedy, che furono in polemica con James Reston, celebre “columnist” del “New York Times”, commentatore per più di trent’anni dei principali avvenimenti mondiali. Disse a John Fitzgerald Kennedy e al suo “clan”: «Quando voi siete arrivati, noi c’eravamo; quando voi ve ne andrete, noi ci saremo ancora». E così, quando si parla di giornalismo investigativo, si può pensare ai reporter americani, quelli che interpretano il loro lavoro come difesa della società, indagando e controllando attraverso reportage e inchieste, il potere: capaci di mettere in discussione anche i loro presidenti, o di polverizzare politici e candidati alla Casa Bianca. Scoprono le notizie sui traffici illeciti che coinvolgono uomini d’affari o governatori, le pubblicano e vanno avanti perché hanno il sostegno dei lettori, dell’opinione pubblica che ha fiducia in loro, nelle testate più autorevoli. La stampa tenta, con modi più o meno garbati, di tornare ad essere il cane da guardia dei cittadini. Senza essere faziosa. Oggi molti lettori non sono più in grado né di capire né di controllare la nuova classe dirigente fondata non sul sangue ma sul denaro, che punta a conquistare il monopolio dell’informazione e rivendica pure il diritto all’impunità, al controllo dell’azione giudiziaria. E utilizza ogni caso, mediatico o giudiziario, per delegittimare e indebolire i contrappesi necessari perché una democrazia funzioni. Enzo Biagi in una conversazione con Giampaolo Pansa disse: «Io mi sento fuori dal Palazzo, enormemente. Il Palazzo si occupa di me ogni volta che comincio a fare certi lavori, chiedendo, alcuni che mi licenzino, altri che cambi i modi, o altri ancora che non mi faccia più vivo. Ci sono tanti modi… Mi sento uno che ha il privilegio di fare un mestiere che gli fa compagnia da una vita, che ha ancora tante curiosità che lo aiutano a vivere, che ogni giorno cerca di affrontare con dignità il suo compito, che si rende conto delle grandi difficoltà che ci sono in questo paese, ma è anche convinto che molte cose si possano affrontare».

La notizia

Nel 2014 “ l’Espresso” ha dato notizia delle intercettazioni di Ilaria Capua e di una parte delle indagini del Nas dei carabinieri. Al tempo stesso ha raccontato alcune storie di virus e vaccini, attività commerciali svolte in parallelo a quelle di ricerca di un istituto zooprofilattico pubblico come la vendita di reagenti che, stando a quanto diceva la virologa, le rendeva, nel 2006, 700mila euro l’anno. Perché lo abbiamo fatto? Perché siamo giornalisti e nelle redazioni comandano le notizie. E questa era una notizia importante. Perché, dopo il virus dell’Aviaria che aveva scatenato il panico anche in Italia, abbiamo ritenuto di pubblico interesse raccontare come venivano a volte trattati i ceppi virali (conservati in un frigorifero di casa di un ricercatore), come venivano spediti o ceduti a manager di aziende farmaceutiche e quali interessi economici fossero in gioco. Non abbiamo mai avallato l’accusa di favorire un’epidemia tanto che abbiamo scritto: «L’allarme è stato alimentato nonostante di fatto non stesse accadendo nulla». Abbiano raccontato la creazione di un cartello fra due società, la Merial e la Fort Dodge Animal, che aveva escluso le altre concorrenti, nella vendita di vaccini veterinari per l’influenza aviaria. E abbiamo visto come si sarebbe inserito nella vicenda il marito della Capua, Richard John William Currie, manager alla Fort Dodge Animal di Aprilia, attiva nella produzione veterinaria. Conflitti di interessi? È evidente che non c’è rilevanza penale, ma resta uno spaccato poco conosciuto di come funziona il retroscena della ricerca scientifica. Un aspetto poco chiaro della scienza. L’inchiesta giornalistica ha analizzato e riscontrato ogni elemento. Abbiamo fatto il nostro lavoro, come ha riconosciuto Paolo Mieli sul “Corriere della Sera” il 30 maggio scorso: «Il settimanale ha fatto il dover suo dal momento che nessun giornalista avrebbe gettato nel cestino un incartamento così incendiario», quello sulla Capua, ha scritto Mieli, giornalista de “ l’Espresso” all’epoca delle copertine passate alla storia del giornalismo come quelle sull’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone. Il dovere di pubblicare, di scrivere. Giusto. Perché è questa la differenza tra il dossieraggio, la macchina del fango, tenere i cassetti pieni di notizie infamanti, da diffondere al momento giusto, quando serve al potente di turno, e il giornalismo, chi fa informazione, chi fa con scrupolo e onestà il suo dovere.

Abbiamo riportato fatti documentati. A questo punto sarebbe importante sapere da giornalisti, blogger e scienziati che sono intervenuti dopo il proscioglimento e la prescrizione di alcuni reati di cui era accusata la virologa, se quelle conversazioni rilevanti per la società dovevano restare segrete. E dicano se è responsabilità de “ l’Espresso” se Ilaria Capua è finita sotto inchiesta. E perché viene puntato il dito contro il giornalista che ha raccontato questo retroscena giudiziario, senza aver diffamato? Cosa avremmo dovuto fare? Sapere e tacere?

Che poi la magistratura abbia impiegato un così lunghissimo tempo per chiudere le indagini su Ilaria Capua, sul marito che fa affari con una società di prodotti medicali, e gli altri coindagati non è ammissibile in un Paese civile. Ma allora parliamo di questo. E non utilizziamo il caso della di Capua per provare una volta di più a chiudere i conti con il giornalismo giudiziario o d’inchiesta, per sua natura autonomo da ogni altro potere.”

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