Odissea quote latte terminata. Ma lo Stato ‘militare’ non molla la presa sui piccoli produttori

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La parte del produttiva del Paese, quella per intenderci che crea ricchezza e benessere, ancora una volta, per lo Stato, è il nemico da combattere e, possibilmente, da uccidere. Antonio Del Furbo

L’ordine, a giudicare dai comportamenti, leggi e i regolamenti prodotti, è quello di non dare la possibilità al cittadino italiano di organizzarsi e fare libera impresa. Il 65% della nostra giornata, d’altronde, è spesa per pagare oltre 10 milioni di dipendenti pubblici, super privilegiati e super tutelati che non producono ricchezza. Di cosa vogliamo parlare, quindi?

Appena una stalla su cinque è riuscita a sopravvivere al regime delle quote latte. Le quattro sono morte sotto i colpi d’ascia di Bruxelles e dei governi italiani. Ora per quelle 36mila aziende ci sarà un futuro? Pare proprio di no a giudicare da quello che continua ad accadere. 

“Il 2 gennaio – racconta Dino Rossi – la forestale ha controllato da cima a fondo la mia azienda agricola. Dopo qualche giorno è arrivato il S.i.p.a, Servizio Provinciale Agricoltura. Le due funzionarie del Sipa hanno voluto verificare le consegne inerenti la quota latte assegnata. Una quota che nella campagna dell’annata 2012/14 – continua Rossi – era stata revocata, perché la Coldiretti dell’Aquila aveva omesso di comunicare ad AGEA la produzione della campagna in corso, una quote storica, più altre acquistate, che la mia azienda si è vista togliere.” Una legge che permetteva, stranamente, di reimmettere sul mercato la quota prodotta in eccedenza. E appare strano che la regolamentazione riguardava solo il latte: forse dava fastidio a qualcuno produrne di più? A chi? “Dopo 25 anni di regime di quote latte – denuncia ancora Rossi – seguitano ad arrivare controlli in aziende vere, ma caso strano poi i carabinieri del Nac scoprono  aziende prive di autorizzazioni sanitarie: se mancano le autorizzazioni di conseguenza sono aziende fantasma e naturalmente i conti non tornano mai”. 

E quante ne sono le aziende senza certificazione? Tra il 2004 e il 2005 13.549; tra 2005/2006 12289 per arrivare al 2008/2009 a 11.314. E lo Stato a chi va a fare controlli un giorno sì e l’altro pure? A chi è in regola. Ovvio. A fronte di tutto ciò, almeno, la legislazione è stata chiara? Assolutamente complicata. Ecco cosa prevedeva l’articolo 8 del Regolamento delle quote latte:”Per il calcolo del prelievo applicabile alle consegne di crema e di burro, si utilizzano le seguenti equivalenze: 1 kg. di crema = 1.2 // = 26,3 kg di latte x % di materia grassa della crema 100; 1  kg di burro = 22,5 kg di latte”. E ancora:”Per i formaggi, gli Stati membri possono stabilire le equivalenze tenendo conto del tenore di estratto secco e di materia grassa dei tipi di formaggio in causa, oppure di fissare forfettariamente i quantitativi di equivalente latte prendendo in considerazione i numero di vacche da latte detenuto dal produttore e la resa media per vacca della regione”. E i burocrati hanno introdotto:”novità nel Reg. CE n. 1788/03 del Consiglio, che ha abrogato il Reg. CEE 3950/92, e dal Reg. CE n. 595/04 della Commissione, che ha abrogato i precedenti Regolamenti applicativi”. Dunque:”l’assegnazione ad ogni Stato membro di un determinato tenore di riferimento di grassi associato al quantitativo globale garantito – per l’Italia pari a 36,88 (g/kg)”.

È normale tutto ciò?

La questione ancor più scandalosa è quella degli organi di controllo? Un universo infinito di ‘sbirri’. Intanto c’è l’AGEA (Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura) che è un Organismo di Coordinamento e di Organismo pagatore” che ha sostituito AIMA (Azienda di Stato per gli Interventi in Agricoltura), Ente statale istituito con legge 303 del 13 maggio 1966. L’AGEA è sottoposta alla vigilanza del Ministero per le politiche agricole, alimentari e forestali ed è dotata di autonomia statutaria, regolamentare, organizzativa, amministrativa, finanziaria e contabile. Può bastare Agea per il controllo del settore? Manco per sogno. Serve, secondo politici e burocrati, anche il SIAN (Sistema Informativo Agricolo Nazionale) “interconnesso, in particolare, con l’Anagrafe Tributaria del Ministero del Tesoro, i Nuclei Antifrode specializzati dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, le Camere di Commercio, Industria ed Artigianato, secondo quanto definito dal citato disposto normativo”. Finito? Manco per niente. Serve anche l’IZS (Istituto Zooprofilattico Sperimentale), quindi la BDN (Banca Dati Nazionale) dell’Anagrafe Bovina. La Bdn è articolata, a sua volta, su tre livelli: locale (Asl), regionale (Centro operativo regionale) e nazionale (il Centro Servizi costituito presso l’IZSAM), collegati attraverso il Sistema Informativo Sanitario. 

Interessante scoprire che la SIN è una Società in house di AGEA con un capitale Capitale sociale versato di 2.352.941,00 euro. E dentro le quote di partecipazione ci sono: AGEA (1.200.000,00 euro); ALMAVIVA Spa (471.058,85 euro); AUSELDA AED GROUP Spa (235.529,39 euro); IBM ITALIA Spa (59.999,98 euro); AGRICONSULTING Spa (70.823,50 euro); SOFITER Spa (117.882,33 euro); COOPROGETTI (82.352,93 euro); AGRIFUTURO (21.176,46 euro). 

Evviva l’Italia dei burocrati e degli sbirri.

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