Pepe Mujica e la sua ultima battaglia: l’uomo che ci ha insegnato a vivere, ora ci insegna a morire
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di Antonio Del Furbo – zonedombratv.it

José “Pepe” Mujica è morto. L’ha detto con la franchezza di chi ha fatto della verità una forma di resistenza. Ma a confermarlo ora è la voce rotta di chi gli è stata accanto per più di quarant’anni, la moglie Lucía Topolansky: “I medici hanno cercato di accompagnarlo nel miglior modo possibile”.

Il volto più umano della politica latinoamericana ha fatto cure palliative, mentre il cancro all’esofago, diagnosticato nel gennaio scorso, ha raggiunto il fegato. “Non posso fare né un trattamento biochimico, né un intervento chirurgico. Il mio corpo non regge”, aveva confessato Mujica, quasi con serenità, qualche mese fa. Un uomo di 89 anni che, come poche volte accade nel mondo della politica, ha saputo essere coerente dalla prima battaglia armata all’ultimo orto piantato nella terra.

Un guerrigliero con la coscienza in fiore

Mujica non è stato un presidente come gli altri. Prima ancora di sedere nel Palazzo presidenziale, ha vissuto dodici anni in carcere, molti dei quali in isolamento. Era un tupamaro, membro del movimento di guerriglia urbana che lottava contro la dittatura militare uruguaiana. Un idealista armato, ma anche un uomo capace di trasformare le sue ferite in insegnamento.

Nella sua lunga detenzione, raccontò di aver parlato con le formiche, imparato a convivere con la solitudine, e deciso che se fosse uscito vivo da quell’inferno, avrebbe dedicato ogni respiro alla costruzione della democrazia e alla dignità degli ultimi.

E così fece. Quando divenne presidente dell’Uruguay (2010-2015), rifiutò il lusso, lo stipendio e i privilegi. Scelse di vivere nella sua modesta fattoria di Rincón del Cerro, insieme alla moglie Lucía, tra cani e galline, coltivando la terra, guidando una vecchia Volkswagen celeste, e donando il 90% del suo salario a progetti di solidarietà.

“Il denaro non ti compra il tempo. E il tempo è la cosa più importante che abbiamo”, amava ripetere.

Un’idea rivoluzionaria: essere normali

In un’epoca in cui i politici ostentano potere, José Mujica ha fatto la rivoluzione più difficile: essere normale. Ha incarnato la sobrietà non come forma di marketing, ma come scelta filosofica e politica.

Durante il suo mandato ha legalizzato il matrimonio egualitario, depenalizzato l’aborto, e introdotto la regolamentazione della cannabis, portando avanti politiche che in molti Paesi europei sembrano ancora tabù. Ma soprattutto ha usato parole semplici per dire cose complesse, rifiutando il linguaggio dei tecnocrati e scegliendo quello della vita vissuta.

La sua celebre frase davanti all’assemblea delle Nazioni Unite resta una delle più lucide critiche al capitalismo moderno:

“Sviluppo non è consumare fino allo sfinimento. Il vero sviluppo è essere felici.”

E ancora:

“Abbiamo inventato una montagna di consumi superflui. Ci stiamo sprecando la vita comprando roba e buttando via il tempo.”

La fragilità come ultimo atto di coraggio

Oggi Mujica ha affrontato la morte con lo stesso spirito con cui ha vissuto la vita: con coraggio, lucidità e amore. “Sono con lui da più di 40 anni. Sarò con lui fino alla fine. È stata la mia promessa”, ha detto Lucía Topolansky, visibilmente commossa.

Non è solo la storia di un uomo che se ne va. È la fine di un modo di intendere la politica come servizio, sobrietà e responsabilità. Mujica ci sta mostrando che anche la morte può essere un atto politico, se affrontata senza retorica e con dignità.

Da gennaio, quando ha annunciato pubblicamente l’avanzare del cancro, Mujica ha scelto la via della trasparenza. “Il mio corpo è troppo vecchio, non reggerebbe cure invasive. Non c’è più nulla da fare. Ma sono sereno”. Ha poi aggiunto: “Si vive fino a quando si può, non è una tragedia. È la vita.”

Un congedo sobrio, senza proclami. Eppure profondamente rivoluzionario.

Un’eredità che non muore

Pepe Mujica non ha lasciato dietro di sé grattacieli, fondazioni o imperi economici. Ma ha lasciato un’idea. Un’eredità fatta di parole, gesti, rinunce e atti di coraggio silenziosi. Un manifesto umano in carne e ossa.

Lo hanno definito il “presidente più povero del mondo”, ma forse sarebbe più corretto dire “il più ricco in umanità”. In un tempo di leader plastificati, Mujica è stato carne viva, terra sporca, mani callose. E mentre il suo corpo si spegne, le sue idee restano tra le più luminose tracce lasciate nella politica degli ultimi decenni.

In un’intervista rilasciata anni fa, spiegò:

“Non è necessario essere d’accordo con me. Ma vorrei che le persone riflettessero. La politica è troppo importante per lasciarla ai politici”.

Forse è proprio questo il suo messaggio più forte. Mujica non è stato un santo, né si è mai spacciato per tale. Ha ammesso errori, ha riso delle sue contraddizioni. Ma ha sempre mostrato che un’altra strada è possibile, anche dentro i meccanismi della macchina del potere.

Una fine annunciata, una storia eterna

Oggi il mondo osserva con rispetto e commozione l’ultima battaglia di un uomo che non ha mai avuto paura di esporsi. Mentre la sua salute peggiora, i messaggi di affetto arrivano da ogni angolo del mondo. Capi di Stato, intellettuali, gente comune. Tutti a ringraziare quell’anziano con la giacca stropicciata che parlava di felicità e sobrietà.

Non sappiamo se Mujica vivrà ancora giorni o settimane. Ma sappiamo con certezza che il suo lascito resterà ben oltre la sua vita.

Perché alcuni uomini, quando se ne vanno, non muoiono. Diventano esempio.


🕊 “Addio, Pepe. Ci hai insegnato a resistere, a perdere, a governare. Ora ci stai insegnando come si muore. Ma soprattutto, come si vive.”

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