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Erano le 16.58 del 19 luglio 1992. A Palermo faceva caldo, molto caldo. Una classica domenica d’estate siciliana. Qualche minuto dopo, però, è accaduto un fatto gravissimo che ha cambiato, e segnato, la storia italiana.

Alle 17.03 un dito spinge un telecomando e in via D’Amelio è l’inferno. A esplodere davanti al civico 21 della strada, dove si trova l’abitazione della madre del giudice Paolo Borsellino, è una Fiat 126 imbottita di 90 chilogrammi di Semtex-H. Si tratta di una potente miscela esplosiva che spazza via e fa letteralmente a pezzi il magistrato di 52 anni e cinque agenti di scorta: Agostino Catalano (43 anni), Emanuela Loi (24 anni), Vincenzo Li Muli (22 anni), Walter Eddie Cosina (31 anni) e Claudio Traina (27 anni).

E io quei giorni, e quel 19 luglio in particolare, lo ricordo bene. Erano gli anni in cui si avvertiva nell’aria lo sgretolamento dello Stato, l’attacco frontale della mafia a uomini che rappresentavano quello Stato a tutela di tutti. E lì, a combattere l’aggressione mafiosa c’erano non molti uomini. C’erano, tra gli altri, due giudici in prima linea e che lo Stato, i Servizi e pezzi corrotti dell’apparato, sapevano che stavano combattendo una guerra che, prima o poi, avrebbero perso. Falcone e Borsellino, appunto, sono morti perché lasciati soli.

“Ho capito tutto, è una corsa contro il tempo quella che io faccio.
Sto vedendo la mafia in diretta, devo lavorare tanto, devo lavorare tantissimo…”

Le parole di Borsellino risuonano oggi ancor più forte proprio per l’attualità dei concetti che esprimono. Oggi, appunto, all’indomani della desecretazione di alcuni documenti declassati dalla commissione parlamentare antimafia che ha tolto il segreto sulle audizioni del magistrato a Palazzo San Macuto, fra il 1984 e il 1991.

L’audio di borsellino: “La macchina blindata solo la mattina così posso essere ucciso la sera”

Antonio Vullo all’epoca era un giovane poliziotto che faceva parte della scorta di Borsellino: scampò alla morte per puro caso. Borsellino e i cinque colleghi della scorta scesero dall’auto per andare a citofonare alla madre del giudice, lui tornò indietro a parcheggiare meglio la macchina.

Mentre ero girato con il viso per fare retromarcia, ho sentito un’ondata di calore infernale e poi il boato. Sono sceso dall’auto che era già in fiamme. Intorno a me era tutto buio“, racconta in una intervista esclusiva all’agenzia giornalistica Adnkronos. E qualche anno fa, aveva spiegato meglio i contorni dell’orrore: “Sono sceso dal’auto e ho visto proprio l’inferno, e ancora oggi quell’inferno lo sento addosso. Dopo un paio di minuti sono arrivati i primi soccorsi, e quando mi hanno bloccato ero sopra a un piede mozzato di un collega. Poi ho visto intorno tutto quello che c’era, dei pezzi dei colleghi“.




In via D’Amelio, dopo la strage di Capaci in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e la scorta, la mafia colpisce senza pietà e senza sforzo.

“All’inizio degli anni settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco. Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo da poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso”.

Dichiarazioni importanti queste di Borsellino fatte il 21 maggio 1992, due giorni prima della strage di Capaci e poco meno di due mesi prima di essere ucciso, ai giornalisti di Canal+ Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi. Nell’ultima intervista il giudice parlò anche dei legami tra Cosa nostra e l’ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale, facendo riferimento a indagini in corso sui rapporti tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri. Alla domanda se Mangano fosse un “pesce pilota” della mafia al Nord, Borsellino rispose che egli era sicuramente una testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord d’Italia.  Un’intervista che fu acquisita nel 2000 da Rai News 24 e che fu trasmessa, stranamente, solo il 19 settembre 2000 alle ore 23.

L’intervista concessa dal magistrato italiano fu pubblicata in una versione più estesa da L’Espresso l’8 aprile 1994. A parlare dei tagli effettuati sul nastro fu il tribunale di Palermo nella sentenza di condanna di Gaetano Cinà e Marcello Dell’Utri:

“Un riferimento a quelle indagini si rinviene nella intervista rilasciata il 21 maggio 1992 dal Dott. Paolo Borsellino ai giornalisti Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo. In dibattimento il Pubblico Ministero ha prodotto la cassetta contenente la registrazione originale di quella intervista che, nelle precedenti versioni, aveva subito, invece, evidenti manipolazioni ed era stata trasmessa a diversi anni di distanza dal momento in cui era stata resa, malgrado l’indubbio rilievo di un simile documento.” (Dalla sentenza di condanna di Dell’Utri pag. 431)

Paolo Guzzanti sostenne che l’intervista trasmessa da Rai News 24 era stata manipolata, i giornalisti della rete gli fecero causa, ma fu assolto.

Le celebrazioni a 27 anni dalla scomparsa

Quest’anno mi riesce più difficile partecipare alle celebrazioni perché non c’è Rita – afferma il fratello Salvatore – ma sono felice che, per la prima volta, questo anniversario sia stato programmato insieme dal movimento delle Agende rosse e dal Centro studi Paolo Borsellino. Per me non si tratta solo di fare memoria, ma di lotta perché ogni volta dobbiamo ricordare che a ucciderlo non è stato il nemico, bensì il fuoco che proveniva dalle sue spalle, da chi doveva combattere insieme a lui. Per questo per me memoria significa lotta“.

Nel primo pomeriggio, sul palco allestito in Via D’Amelio si sono susseguiti gli interventi dei familiari delle vittime della strage e delle vittime di mafia. Alle 16,58 è stato osservato un minuto di silenzio.

Verità

Sono tante le risposte che mancano, molti gli interrogativi che restano su quanto avvenuto il 19 luglio del 92. Oggi più che mai dobbiamo impegnarci non solo a tenere viva la memoria di Borsellino ma a chiedere a gran voce la verità. Qualcosa si sta muovendo ma c’è ancora tanta strada per arrivare a capire tutto quello che è successo, serve il coraggio della verità. Una verità che aspettiamo da troppi anni“. Così Stefano Pedica del Pd.

Gli attentati contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, infatti, avvennero in un quadro storico non solo di gravi e volute incapacità funzionali ma anche di vere e proprie complicità, che fecero dei magistrati, dei poliziotti e di coloro che in prima linea combattevano la mafia dei veri e propri morti che camminavano.

“Che senso ha essere protetto alla mattina, per poi essere libero di essere ucciso la sera?”

Le parole più dure sono quelle che Borsellino pronuncia nel 1984 davanti alla Commissione antimafia:

Che senso ha essere accompagnato la mattina per poi essere libero di essere ucciso la sera?“.
La mattina con strombazzamento di sirene la gran parte di noi viene accompagnata in ufficio dalle scorte, ma il pomeriggio c’è una sola macchina blindata e io sistematicamente vado in ufficio con la mia auto per poi tornare a casa verso le 21-22“.
Non si riusciva a capire come si dovesse istituire una volante che circolasse di notte a Marsala. Non era possibile, non c’erano gli uomini ed io ero stanco, ad un certo punto mi venne in testa di farela proposta di dimezzarmi la scorta per fare la volante. In questo modo si è fatta. A Marsala, la quinta città della Sicilia, con 100 mila abitanti circa, non c’era una volante né della Polizia, né dei Carabinieri, che potesse assicurare l’intero arco delle 24 ore“.

 E, oggi, a infangare ancora una volta il nome dei giudici è un ex procuratore generale della Cassazione, Riccardo Fuzio.

La donna ricorda un recente incontro con l’ex pg della Cassazione: “Un anno fa io e mia sorella Lucia siamo state convocate da Fuzio, al quale abbiamo portato carte, documenti, testimonianze ed altro e lui ci aveva assicurato un suo intervento per promuovere l’azione disciplinare. Perché, che ci siano dei magistrati responsabili del depistaggio sull’inchiesta di mio padre, non lo diciamo noi figli ma l’ultima sentenza della Corte d’assise di Caltanissetta. Adesso questa lettera, scritta peraltro con i piedi, ci indigna ancora di più, perché dopo un anno, Fuzio sostiene di non avere avuto il tempo di occuparsi di questa vicenda perché era impegnato in altre vicende giudiziarie”.

La figlia del magistrato, Fiammetta Borsellino, commentando la lettera, che ha reso noto solo oggi, dice: “Quali vicende lo abbiamo scoperto in queste ultime settimane, perché era occupato a pilotare con Luca Palamara le nomine dei procuratori di Roma”.

di Antonio Del Furbo

Di admin

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