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La tempesta sulla magistratura italiana non conosce tregua e, soprattutto, fine. Uno scandalo che, tra l’altro, ha investito anche il Csm e colpito esponenti di rilievo del Partito democratico. Tutto è nato dalle intercettazioni effettuate dalla procura di Perugia sul cellulare di Luca Palamara, il pm che temeva di essere poi considerato il regista “della P5, quello delle nomine” .

L’inchiesta è partita dal “Sistema Siracusa” scoperto nel 2017. Al centro della vicenda il pm Giuseppe Longo che ammise di aver venduto la sua funzione pubblica agli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore. Come ricostruisce L’Espresso, i due imprenditori, elargendo mazzette e favori, “hanno pilotato le sentenze del pm, che proteggeva i loro interessi e quelli dei loro clienti”. Così da un lato si mettevano le mani su appalti importanti e dall’altro si evitavano ostacoli giudiziari. Si aprivano persino inchieste farlocche (come quella su presunti ricatti ai vertici dell’Eni) per mettere i bastoni tra le ruote all’istruttoria della procura di Milano.




Oggi si scopre che proprio Longo nei suoi verbali ha fatto il nome anche del presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati e quello dell’ex vicepresidente del Csm Giovanni Legnini. Longo ha raccontato ai magistrati di Messina e di Perugia quelli di Perugia che lui – nella primavera del 2016 – sarebbe riuscito a incontrare sia la Casellati, allora potente membro del Csm in quota Forza Italia, sia l’allora numero due di Palazzo Marescialli, esponente del Pd, Giovanni Legnini. A entrambi avrebbe chiesto una raccomandazione per essere promosso a capo della procura di Ragusa.

“L’incontro è avvenuto nel bar fuori al Csm”, conferma Longo all’Espresso. “Ho parlato con la Casellati della mia candidatura a Ragusa. Lei ha preso copia della mia domanda con i pareri di professionalità”. Anello di congiunzione tra la Casellati e Longo sarebbe stato un uomo molto vicino all’attuale presidente del Senato: Filippo Paradiso, dirigente della polizia di Stato con ottimi rapporti con il mondo della magistratura italiana. Sempre Paradiso riuscì a entrare nell’ottobre 2018 nello staff del gabinetto della presidente del Senato.

Per ottenere l’appoggio della Casellati – sostiene Longo – “sono andato insieme a Paradiso, che mi era stato presentato un paio di settimane prima da Giuseppe Calafiore. Con la Casellati, (Paradiso) era in ottimi rapporti… lei comunque non mi ha garantito nulla”.

Le speranze di promozione naufragarono presto, visto che Longo subì di lì a qualche tempo un procedimento disciplinare per il caso Eni.

Il dirigente del ministero dell’Interno voluto al Senato dalla Casellati come suo consulente risulta molto vicino alla cricca di Siracusa. Il 6 luglio del 2018, ai pm messinesi e romani che gli domandavano di quali fossero “altre realtà istituzionali permeate da attività di lobbying illecita” posta dal gruppetto capeggiato da Amara, Calafiore chiarisce: “Una cosa del genere la faceva Amara con Paradiso, funzionario che lavorava presso il ministero dell’Interno. Egli svolgeva funzioni di pubbliche relazioni per conto di Amara, che lo dotava di una carta di credito e in un’occasione gli ha dato anche dei soldi, 2100 euro”.

Perché Casellati ha scelto proprio un poliziotto come suo consulente a Palazzo Madama? “Paradiso è vicepresidente del comitato esecutivo del ‘Salone della Giustizia’ e avrebbe dovuto occuparsi di organizzare eventi in materia di sicurezza”, spiegano dallo staff della presidente del Senato. L’incarico di Paradiso in Senato si è concretizzato dopo il Salone dell’anno scorso, a cui partecipò anche la Casellati”.

Il poliziotto, oltre alla vicepresidenza del Salone della giustizia, ha eccellenti rapporti con molti magistrati di peso, conosce bene il potente capo di gabinetto del presidente di Palazzo Madama.

Longo conferma all’Espresso che chiese aiuto, per la sua carriera, anche a Palamara, che oggi è indagato dai pm di Perugia con l’accusa di aver intascato 40 mila euro da Amara e Calafiore. Longo conferma che, per ottenere i buoni uffici di pezzi grossi del Csm e farsi promuovere capo della procura di Ragusa, ha chiesto sostegno non solo alla Casellati, ma anche a Legnini. Cioè all’ex vicepresidente del Csm in quota Pd, che ha guidato Palazzo dei Marescialli dal 2014 al 2018.

Legnini  avrebbe incontrato l’uomo di Amara “nel suo ufficio al Csm”. Anche in questo caso Longo non si è mosso da solo: a preparare il faccia a faccia con Legnini “il professor Pasquale Dell’Aversana” un vecchio dirigente dell’Agenzia delle entrate e fondatore e presidente di un’associazione culturale chiamata “Aprom” (Associazione per il progresso del Mezzogiorno).

Un organismo che produce studi, analisi e ricerche, dalla giustizia alla pubblica amministrazione fino alla sanità e all’erario. Un ente in cui appaiono in veste di ospiti e relatori giudici amministrativi, contabili e penali. “Nomi di prima fila nel firmamento nazionale, come Michele Vietti, predecessore di Legnini al Csm, ex presidenti di sezione della Cassazione come Mario Cicala, giudici del Consiglio di Stato come Francesco Caringella e Sergio Santoro, grande amico del patron della Lazio Claudio Lotito”.

“C’è tutto il gotha della magistratura, gente potente che ama incontrarsi e chiacchierare, che male c’è?”, dice chi vi partecipa spesso. Anche Legnini, in passato, è stato ospite di Dell’Aversana. Non solo a Capri, quando si discuteva di “Mezzogiorno: ristagno o sviluppo?”, ma anche ad Avellino, luogo del convegno dell’aprile 2016 sulle “Procedure concorsuali e ruolo delle banche”.

Anche Longo, il pm comprato da Amara e Calafiore, era di casa all’Aprom. Non solo: “l’evento di Avellino a cui partecipò Legnini fu organizzato proprio da Calafiore, che era entrato nel comitato organizzativo dell’organismo. Di più: l’avvocato che sta facendo tremare con le sue dichiarazioni la magistratura italiana è stato socio dell’Aprom insieme al sodale Amara per anni, tanto da versare pure le quote di iscrizione.”

Quando due anni fa i magistrati di Messina, in merito allo scandalo delle sentenze pilotate di Longo, fecero alcune domande su Aprom ad Amara, l’associazione di Dell’Aversana ammise che Calafiore e Amara erano stati loro soci. Aprom non ha smentito nemmeno la notizia – data dal Fatto Quotidiano – che una società di Amara e Calafiore abbia investito qualche migliaia di euro per finanziare alcuni suoi aventi.

Di admin

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