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Giulia Ligresti assolta dopo sei anni di patibolo a cui uno Stato indegno l’ha costretta

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Della storia della Ligresti si dovrebbero vergognare prima di tutto i giudici, con l’intero potere giudiziario, e poi gran parte della stampa che, spesso, su questo caso ha inventato dossier inesistenti con il solo scopo di aizzare il popolino ignorante, pronto a processare chiunque nella vita ce l’abbia fatta.

di Antonio Del Furbo



Dopo sei anni, dunque, la corte d’appello di Milano ha revocato quel tremendo verdetto e ha assolto Giulia Ligresti definitivamente dalle accuse di falso in bilancio e aggiotaggio nel caso Fonsai. Alla donna è stata revocata la pena di 2 anni e 8 mesi che lei stessa aveva patteggiato nel 2013 dopo un durissimo periodo di custodia cautelare in carcere. Un vergognoso processo durato sei anni per cui lo Stato dovrebbe essere processato per aver arrestato una persona innocente.

Chi pagherà ora per l’ingiusta detenzione e per aver tolto la libertà a una persona?

Ovviamente nessuno. Nessuno ridarà il maltolto alla Ligresti e, soprattutto, nessuno le chiederà scusa riconsegnandole la dignità che le è stata tolta abusivamente. Nessuno lo farà, né quei giudici che la carcerarono né quell’Associazione nazionale dei magistrati sempre pronta, però, a mettere bocca nel dibattito politico italiano (e senza che nessuno ne senta l’esigenza).

Ligresti è stata assolta perché il 29 ottobre scorso Paolo Ligresti, suo fratello, è stato assolto per gli stessi fatti dalla Cassazione. Pensate un po’, la giustizia italiana, sullo stesso fatto, aveva assolto una persona e condannata un’altra. Sugli stessi fatti. Sugli stessi fatti (lo ripeto per i giustizialisti e i manettari). Un innocente e una colpevole per le stesse accuse non possono essere tollerati nel nostro ordinamento.

Un’assurdità che, però, non è finita qui. Il 19 ottobre, dieci giorni prima dell’epilogo favorevole a suo fratello, Giulia era finita in carcere diversi anni dopo la sentenza per quella prassi dei tribunali di Sorveglianza a metterci secoli a fissare le udienze. La Ligresti aveva diritto a misure alternative alla detenzione ma che il giudice di Torino aveva respinto. Un mese dopo, saputo del contrasto della sua sentenza con quella favorevole a Paolo, aveva potuto lasciare San Vittore.

“La sentenza di Milano – commentano i suoi avvocati – restituisce piena dignità a Giulia Ligresti, bersaglio di un’ingiusta carcerazione e ristabilisce la verità su un’operazione finanziaria la cui reale storia inizia finalmente a essere scritta. Non ci fu nessun crac e nessuna responsabilità da parte della famiglia”.

Il 17 luglio 2013 con le accuse di aggiotaggio e falso in bilancio Giulia fu arrestata insieme alla sorella Jonella e al padre, a cui si deve la skyline della ‘Milano da bere’. Dopo una perizia medica, che aveva accertato la sua profonda prostrazione psicologica, aveva lasciato il carcere. La donna chiederà un risarcimento per ingiusta detenzione anche se lei, nel giorno della vittoria, preferisce non infierire: “Ho sempre avuto fiducia nella giustizia senza smettere di lottare, nemmeno quando sono finita in carcere da innocente”.

Il 12 agosto 2013 scattò il sequestro preventivo di beni, di conti correnti e quote societarie per 251 milioni: un’operazione che riguardò, fra l’altro, alberghi di lusso come a Torino il Principe di Piemonte. I giudici ordinarono il sequestro non perché erano sicuri del danno provocato, ma perché loro presumevano che un probabile danno ammontasse a quella cifra. E, infatti, poco dopo fu ordinato il dissequestro. Il gip, all’epoca, in merito alla presentazione del bilancio del 28 aprile 2011, specificò che fu accompagnato da “false notizie” per nascondere perdite. E, ovviamente, anche in quel caso gli avvocati presentarono ricorso.

Quel 17 luglio Giulia Ligresti venne arrestata su richiesta della procura di Torino, insieme alla sorella Jonella, al fratello Paolo e il padre Salvatore (ai domiciliari), con l’accusa di aver occultato al mercato un “buco” nella riserva sinistri della compagnia assicurativa Fondiaria Sai di circa 600 milioni di euro, provocando gravi danni ai risparmiatori. Durante la detenzione nel carcere di Vercelli, Giulia Ligresti, che soffre di anoressia, subì un peggioramento delle sue condizioni di salute e perse sei chili. Venne scarcerata dopo un mese e mezzo.

La storia non finisce qui. A quel punto entrarono in scena i soliti giornali che pubblicarono in prima pagina alcune intercettazioni di conversazioni telefoniche di alcuni mesi prima tra l’allora ministro della Giustizia del governo Letta, Anna Maria Cancellieri, e alcuni componenti della famiglia Ligresti, di cui il Guardasigilli è amica di lunga data. La Cancellieri espresse la sua solidarietà per la situazione che stava vivendo la famiglia e promise di sensibilizzare il Dap affinché venissero svolti accertamenti sulle condizioni di salute in carcere della Ligresti. Ma la campagna era ormai esplosa e anche la politica aveva la bava alla bocca. Il Movimento 5 Stelle chiese le dimissioni del ministro e la corrente renziana del Pd, con Matteo Renzi e Maria Elena Boschi in testa, auspicarono le dimissioni del ministro.

“Non c’è stata alcuna interferenza con le decisioni degli organi giudiziari e nel caso di Giulia Ligresti era mio dovere trasferire questa notizia agli organi competenti dell’Amministrazione Penitenziaria per invitarli a porre in essere gli interventi tesi a impedire eventuali gesti autolesivi. Mi sono comportata nello stesso modo quando sono pervenute al mio Ufficio segnalazioni, da chiunque inoltrate, che manifestassero preoccupazioni circa le condizioni sullo stato psicofisico di persone in stato di detenzione” disse il ministro.

La campagna mediatica proseguì con prime pagine che ritraevano azionisti con i loro avvocati in fila nel tribunale di Torino per costituirsi parti civili.  

Ma la giustizia tocca il fondo il 17 dicembre 2015 quando Paolo Ligresti e altri ex manager di Fonsai vennero assolti in rito abbreviato da ogni accusa per gli stessi fatti per i quali Giulia Ligresti patteggiò. Il 10 luglio 2018 l’assoluzione venne confermata dalla Corte d’appello di Milano, su richiesta della stessa procura generale. Nel frattempo, nell’ottobre 2016, Salvatore Ligresti e la figlia Jonella furono condannati dal tribunale di Torino rispettivamente a sei anni e a cinque anni e otto mesi. Il 19 ottobre 2018 Giulia Ligresti torna in carcere e il tribunale di sorveglianza di Torino respinge la proposta di un percorso di messa alla prova alternativo alla detenzione rendendo così efficace, dopo cinque anni, il patteggiamento. Giulia Ligresti trascorre tre settimane nel carcere di San Vittore a Milano. Il 7 novembre 2018 la Corte d’appello di Milano dispone la scarcerazione di Giulia Ligresti.

Ieri l’incubo è finito. “Finalmente dopo più di sei anni si è arrivati alla verità”, ha dichiarato Giulia Ligresti commentando la sentenza. “È stata durissima ma non ho mai smesso di lottare e di avere fiducia nella giustizia – ha aggiunto – nonostante la violenza di essere stata messa in carcere, con tutto ciò che ne consegue, da innocente. Troppo spesso, in nome della giustizia, si commette la più grande delle ingiustizia: togliere la libertà ad un innocente e abbandonarlo alla gogna mediatica”.

Chi paga per tutto questo? Sicuramente non l’anima nera di giudici e giornalisti.

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